CONTATTAMI

Mettiamoci in contatto!

Per contattare l'intervistato devi accedere a Uncò Mag


Oppure Iscriviti manuamente

613. Gaia Manco

12 minuti 2231 parole

“Ho scritto, telefonato, mi sono presentata con idee e soluzioni. Mi è andata bene!” La giornalista Gaia Manco racconta la sua storia, dall’Italia al Sud Africa passando per Cina, Francia, UK e Germania. Entra in contatto con Gaia

Parole: 2231 | Tempo di lettura: 6 minuti

gaiaritratto

Gaia, ci racconti la tua storia? Quando hai deciso di fare la giornalista?

Partiamo dalla fine: io adesso sono una giornalista multimediale, digital officer, podcaster e formatrice con base a Johannesburg. Lavoro come freelancer per Deutsche Welle, RSI e altri media. Mi occupo di comunicazione per la ricerca scientifica all’Università di Pretoria, creo siti internet che perfino accademici e giornalisti della carta stampata possono usare, e insegno più o meno tutto quello che faccio. Me lo dico da sola, ma mi sa che sono una pioniera del podcast in Italia, con Accidentally in Joburg e Yebo!, su Radio Bullets. Il podcast mi ha aperto le porte del lavoro in italiano, mentre di solito lavoro in inglese.

Il mio è stato un percorso poco lineare. Di una cosa era certa: io mi sono sempre sentita straniera e dopo aver viaggiato con la mia famiglia e da sola, nel 2005, a 22 anni, sono partita. Vivo all’estero da allora. In realtà partii per migliorare il mio cinese a Shanghai, dopo aver finito gli studi in Scienze Umanistiche per la Comunicazione a Milano e il diploma in Cinese. E dopo Shanghai mi sono spostata a Parigi, dove ho studiato relazioni internazionali (MA) nel campus internazionale della University of Westminster.
Poi diversi anni difficili, sempre in Francia: gli interminabili stage e poi finalmente lavori in organizzazioni internazionali (Unesco) e ong, ma che non mi portavano veramente soddisfazione. In più in quel periodo ho sofferto a lungo di depressione.

Avevo abbandonato l’idea di fare la giornalista perché non mi sembrava “abbastanza”. Non potevo che tornarci per essere felice. Ringrazio moltissimo i miei genitori per avermi sostenuta in questa non facile ricerca, anche in senso economico. Non voglio essere ipocrita: mi sono costruita una professione da me, ma anche perché loro, col loro sostegno morale e materiale mi hanno dato tempo e modo di farlo. In tanti non possono permetterselo.

Nel 2010 ho attraversato la Manica per studiare giornalismo multimediale alla Bournemouth University, e ho cominciato a lavorare per grandi e piccoli media (BBC, Al Jazeera) quando ancora studiavo. La necessità mi ha fatto diventare freelancer, non c’erano posti disponibili!

E poi io volevo vivere in Germania, dove la vita mi sembrava più gradevole rispetto all’Inghilterra, e dove il mio allora nuovissimo marito stava finendo il dottorato. Mi sono ritrovata nelle meravigliosa Lipsia, città che abbiamo scelto per il basso costo e l’alta qualità della vita. A Lipsia ho costruito la mia attività di freelancer multiforme, e ho cominciato a offrire servizi di comunicazione alle università, scoprendo di avere un talento nel raccontare in maniera semplice concetti complessi, collaborando con l’ufficio del turismo, insegnando e realizzando i primi reportage e lavorando da producer per DW e BBC e tutti quelli che accettavano le mie proposte, non solo dalla Germania ma anche da Cina e Africa. Io e mio marito viaggiamo molto per lavoro e cerchiamo sempre il modo che uno accompagni l’altra, e viceversa: entrambi lavoriamo ovunque!

Tutto quello che ho fatto in passato, anche gli anni in incertezza e difficoltà, dai 24 ai 27 anni, tutti gli studi diversi in scienze sociali, umane, politiche, e in lingue ora trovano una collocazione proprio nel mio business: “giving voice to stories that matter”. Anche giornalista mi sembra ormai sorpassato: sto appunto adesso cercando di creare un’attività multiforme basata sul prestare la mia voce in senso largo, online e offline, alle storie che vale la pena raccontare.

gaiafrida

Perché il Sud Africa?

Il Sudafrica è un riuscito compromesso. Mio marito ed io dopo due anni in Germania volevamo uscire dall’Europa e passare un periodo della nostra vita non solo viaggiando ma proprio vivendo altrove. Io ho proposto la Cina, la mia vecchia passione. Lui l’America del Sud, che coincide un po’ di più coi suoi studi. Il Sudafrica è un buon compromesso, perché per via della lingua possiamo tutti e due lavorare qui e la qualità della vita va a genio a tutti e due. Come racconto nel mio podcast di viaggi Accidentally in Joburg, ci sono anche soprattutto arrivata per caso. È arrivata un’opportunità e l’abbiamo presa. A Johannesburg ho fatto lo stesso che a Lipsia: ho scritto, telefonato, mi sono presentata con idee e soluzioni a chi sarebbe potuto essere interessato ai miei servizi in comunicazione per progetti di ricerca, giornalismo multimediale con specializzazione radio, formazione. 
Mi è andata bene!
Prima di venire qui ho comunque fatto qualche mese di lavoro a Pechino vincendo una fellowship di una fondazione tedesca, quindi la soddisfazione di vivere e lavorare lì me la sono tolta!

Quali media utilizzi per raccontare le tue storie?

Prima di tutto la voce, la radio, tradizionale e online. Quando ho debuttato nel giornalismo, complici delle esperienze a Al Jazeera e una collaborazione con BBC South, pensavo che il mio futuro fosse soprattutto nella TV, nei documentari di attualità in particolare. Ma poi trovandomi sola in Germania produrre reportage radiofonici mi era più facile e mi ha riconciliato con quello che mi piace fare: writing for the ear, scrivere per l’orecchio.
All’inizio non pensavo di essere portata per il montaggio sonoro, pensavo pure di essere un po’ sorda. Invece adesso mi piace andare a caccia di suoni e pensare come inserirli nel testo. Sul mio sito potete ascoltare degli esempi dei miei lavori. Comunque non c’è storia che non abbia il suo testo, le sue foto, e talvolta anche contributi video. Non penso si possa fare informazione oggi senza utilizzare la forza di tutti i media.
Anche se mi irrita la prevalenza del video nell’informazione online. No, non voglio guardare un video sulle elezioni americane! Voglio leggere se ho bisogno che i concetti mi entrino più in testa. E il video mi sembra una minaccia al mio tempo, perché richiede tutta la mia attenzione. Mentre il podcast li ascolto sotto la doccia, cucinando, sbrigando le parti del mio lavoro meno creative (lavorare in proprio significa che sei tu la tua contabile), andando in macchina, sui mezzi. Si capisce che sono fanatica di podcast e li voglio portare al pubblico italiano?

gaiagraduationimbali

Quali progetti stai seguendo al momento?

Adesso sto raccogliendo le idee per le prossime corrispondenze per la Radio della Svizzera Italiana, una collaborazione iniziata da poco che però mi da molte soddisfazioni perché mi permette di raccontare la società e la cultura del sud dell’Africa in italiano.
Fra poche settimane ci sarà il lancio ufficiale del South African Land Observatory, un progetto open data sulla proprietà della terra in Sudafrica, di cui ho curato e creato il sito e la comunicazione digitale.
Da poco è stato pubblicato il libro della Land Matrix, un progetto “diffuso” sempre di open data sullo stato della terra nel mondo. Io sono stata fino a oggi la responsabile della comunicazione globale.
Mi piace avere che fare con storie, perché alla fine sono storie anche queste, che hanno un’utilità immediata.

Sono sempre alla ricerca di giovani e coraggiosi attivisti per Pulse, il programma culturale di Deutsche Welle, ma anche scrittrici, designer, scienziati/e: preferisco raccontare l’attualità attraverso le storie dei singoli.
Forse sono riuscita a vendere il primo prodotto podcast creato per un cliente istituzionale, mentre vi scrivo non ho ancora la conferma, speriamo!

Sto scrivendo e registrando la terza stagione di Accidentally in Joburg e mi sto sempre di più occupando di Radio Bullets, non solo col mio programma di notizie dall’Africa, Yebo!, ma proprio nello sviluppo della radio e nella sua promozione. Mi fa bene e mi piace lavorare in gruppo e mi sembra che a Radio Bullets io abbia proprio trovato una casa (disclaimer: ci lavora anche l’intervistatore!). Sono certa che sia un progetto editoriale forte, vorrei che funzionasse anche come business e voglio imparare come farlo.

gaiasafari

Che cosa significa per te giornalismo?

Non sono sicura di essere la persona migliore per rispondere a questa domanda, perché la mia attività mista fa storcere il naso ai puristi! Comunque: per me giornalismo significa raccontare storie vere che servono, cioè che sono utili a chi le ascolta e a chi ne è partecipe.
Lo so che Orwell diceva che giornalismo significa raccontare cose che qualcuno non vuole pubblicare, tutto il resto sono relazioni pubbliche. Ma questa affermazione, che posto lascia al giornalismo scientifico e culturale, al racconto dei singoli? Io ad esempio racconto di scienza, cultura e modi di vivere contemporanei, con una specializzazione su sviluppo e attivismo.
Posso dirti che molte delle mie storie non danno fastidio, ma -spero- fanno venire voglia di agire. Questo è giornalismo per me, raccontare storie vere che servono allo sviluppo della società.

Qual è la tua opinione sui flussi migratori dall’Africa all’Europa? Cosa succederà nel prossimo futuro?

Posso solo dirvi quello che penso io: non ho mai creduto alle frontiere, per me e per gli altri.
Io penso che non ci sia onore più grande per un paese che quello di accogliere degli stranieri. Nel senso: loro hanno proprio scelto di essere lì.
Se poi parliamo di situazioni di emergenza, inviterei coloro che vogliono chiudere l’Europa a vivere come i migranti che rifiutano. Io ho avuto il privilegio di vederle. Dico il privilegio perché questo mi fa essere più cosciente della fortuna, perché è assolutamente una fortuna, di essere nata in Italia. Non ho fatto niente per meritarmelo. Per questo penso che fare informazione sia una responsabilità. Sapete che la maggior parte dei migranti non siriani in Europa sono eritrei? L’Eritrea è un paese che sta sanguinando uomini e donne: fanno di tutto per scappare da lì. E noi sappiamo poco o niente di quello che succede loro nel Paese. Non possiamo o non vogliamo saperlo, perché ci sarebbe più difficile rifiutarli?

gaiapechino

Proprio su Radio Bullets ho intervistato i richiedenti asilo del campo di Agrate Brianza, paese dove io sono cresciuta, che hanno fatto il viaggio in tutti i sensi opposto al mio. Si tratta di giovani uomini che vogliono un lavoro, un’opportunità, e che hanno rischiato la vita per ottenerla. Chi siamo noi per negarla loro?
Potrete mettere le frontiere che volete, ma non riuscirete ad impedire a un uomo affamato di cercare di scavalcarle, a una donna che non può essere sé stessa di cercare la sua libertà altrove. Penso che non ci sia altra via.

Dove sarai fra 5 anni?

Altra domanda difficile: non so neanche dove sarò nel 2017!
Nel lungo termine mi vedo in Europa (dal Portogallo all’Estonia, anche se naturalmente preferisco paesi di cui parlo già la lingua) e lavorativamente penso di avere davanti a me due strade: costruire la comunicazione digitale e multimediale per qualche grande organizzazione internazionale (se siete in ascolto, mi piace molto la produzione editoriale e social del WEF, e ho sempre un sogno di lavorare al Parlamento Europeo, non si sa mai che ci siano lettori di Uncò da quelle parti!) oppure continuare con questo approccio multiforme, lavorando in proprio e prestandomi ai progetti che mi interessano e che vogliono collaborare con me. Anzi, magari tutte e due, in entrambi i casi la radio e il giornalismo devono fare parte del progetto.
Della seconda ipotesi mi piace la flessibilità geografica.
Credo di essere allergica a dover essere tutti i giorni alla stessa ora nello stesso posto. So che non mi fa bene, e avendo sofferto a lungo di depressione non possono permettermi di accettare un lavoro dal titolo altisonante e/o ben pagato se non mi fa essere felice (been there, done that). Ormai sono cinque anni che lavoro per me, e dopo i primi inizi difficili in Germania, sono quasi quattro anni che la mia depressione non si fa più vedere: non penso sia un caso, sono cresciuta e ho saputo organizzare la mia vita in un modo che sia soddisfacente per me. La soddisfazione sul lavoro pesa molto in questo benessere.

Ora sono in una fase positiva e di crescita, ma non voglio farvi pensare che sia facile: sono continuamente in crisi a chiedermi da dove arriverà il prossimo progetto e cosa faccio se chiudono la trasmissione a cui vendo i miei reportage, e mi immagino scenari cupi in cui traslochiamo in una nuova città e nessuno vuole lavorare con me… quando lavori per te stessa è difficile crederci sempre. Inoltre è difficile far capire ad alcuni potenziali clienti il lavoro diffuso, il fatto che non dovete essere per forza nella stessa città, nello stesso edificio per lavorare insieme con successo. Mentre negli Stati Uniti il freelancing è diffuso, in Europa mi sembra ancora considerato solo un piano B, lo era anche per me, ma ho cambiato idea lavorando! Solo che è difficile rispondere alla domanda: che lavoro fai?

Io mi dico sempre: se potessi fare tutto, se le limitazioni materiali (pagare l’affitto, fare compromessi con il lavoro del partner, e cose così) non ci fossero, cosa farei? E poi lo faccio lo stesso. Finora mi è andata bene. Quindi credo che per quando avrò 38 anni mi sarò inventata un’altra definizione e un altro lavoro per mantenere la mia famiglia ed essere soddisfatta.

La mia più vecchia amica, ci conosciamo da 29 anni ormai, mi chiede regolarmente perché non apra un caffè, vista la mia passione -e dai, anche talento- per le torte. Magari fra 5 anni vi racconterò della mia sala da tè con studio di produzione audio, che ne so, a Montreal: chi può dirlo?

Alessio Sartore

Intervista a cura di Alessio Sartore

Il suo sito è alessiosartore.com

Lascia un commento