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479. Roberta Ragona / Tostoini

7 minuti 1357 parole

Lamantini in costume, verdure parlanti, baci rubati… un’atmosfera onirica che rapisce grandi e piccini. Intervista a Roberta Ragona di Tostoini. Entra in contatto con Roberta

Parole: 1.200 | Tempo di Lettura: 5 minuti

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E’ nata a Cagliari ma vive a Milano, dove le piace perdersi per fare incetta di “buffezze” che poi traduce nelle sue illustrazioni dalle atmosfere magiche e che ritroviamo in poster, cartoline, spille e altre piccole cose, che fanno tornare tutti un po’ bambini.

Roberta, leggendo il tuo blog e spulciando in rete si capisce come tu abbia avuto da sempre una passione per l’illustrazione, anche se “sono quella che ha studiato antropologia volendo disegnare animali e disegna animali per capire gli esseri umani”.
Il mio è un percorso abbastanza tortuoso: ho una passione per il disegno da sempre ma ho preso la strada più lunga per capire come sviluppare questa passione in qualcosa di più, quindi imparo adesso, frequentando una scuola per conseguire un diploma d’illustrazione. Prima ho studiato lettere con indirizzo antropologico.
Per me è stato un mero caso aver fatto questo tipo di studi nel momento in cui stavano venendo fuori i primi social network, e l’evoluzione sociale del web ha fatto sì che, invece di andare a studiare le popolazioni più bizzarre negli angoli dei continenti, io abbia studiato cosa fa la gente in rete. Questo mi ha portato a occuparmi di social media in un’agenzia di comunicazione. Ho però sempre continuato a disegnare, quindi a un certo punto, più o meno due anni fa, ho deciso di fare un cambiamento radicale e dedicarmi in maniera professionale all’illustrazione. L’iter procedente non è stato inutile, anzi, tante cose mi sono rimaste e il motivo per cui sto parlando di antropologia è perché mi è rimasta sempre una curiosità fortissima nei confronti delle persone e di tutte quelle cose che diamo per scontate e facciamo quasi in automatico e che invece, guardate con un pochino di distanza, risultano buffe, interessanti o curiose.

[pullquote]Nessuno ti considera vecchio a 30 anni quindi puoi cambiare settore completamente, senza paura.[/pullquote]

Parlaci del terrore dell’impostore cui hai dedicato un post sul tuo blog. Mi è venuto il sospetto sia una paura che colpisce anche altre persone che già lavorano ma vogliono cambiare tutto, vogliono cambiare mestiere.
Sicuramente ha a che fare con il non aver avuto un percorso molto lineare. Ci sono varie componenti, innanzitutto il fatto che chi ha la fortuna di capire fin da subito cosa vuole fare ha molto più tempo per affrontare i vicoli ciechi e acquisire delle competenze, quindi è sempre presente una componente di soggezione verso chi ha un percorso più lineare. Tanto più nel contesto in cui ci troviamo: da una parte è molto difficile trovare una situazione di serenità lavorativa anche fino ai 30 anni, dall’altra sembra assurdo, azzardato e anche un po’ incosciente decidere di fare dei cambi molto radicali, come se fosse un gesto di irresponsabilità nei confronti non solo di se stessi ma anche di tutti gli altri. Credo che l’unico antidoto sia studiare, fare quello che c’è da fare il meglio possibile, impegnandosi nella scelta che si prende. Non credo ci siano altre vie perché non è una cosa dovuta a titoli, è semplicemente il senso quasi di colpa per essere stati indecisi così a lungo. Quantomeno per certi contesti si è allargato il momento in cui puoi fare dei cambi importanti: nessuno ti considera vecchio a 30 anni quindi puoi cambiare settore completamente, senza paura.

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Com’è una tua giornata tipo.
In genere, lavorando da casa con una tazza di caffè di fianco e il computer davanti, guardo le mail e vedo cosa c’è da fare e mi metto a lavorare. Di pomeriggio, se ce la faccio, continuo a lavorare fino alle 19:30, poi esco per andare a lezione, tutte le sere della settimana. Adesso, dato che mi sembrava troppo poco quello che stavo facendo, frequento un corso di computer grafica, però ecco, normalmente la mia giornata è scandita dal fatto di essere tornata una specie di liceale. Il ritmo che ho è molto bizzarro, tutto legato al fatto di recuperare quegli studi e cercare di fare il più possibile in questo periodo; per il resto, in genere aspetto il fine settimana come tutti: pur essendo freelance, sono legata al ciclo della settimana perché chi lavora con me lavora dal lunedì al venerdì, quindi in genere il weekend è il momento in cui metto un paio di scarpe e ne approfitto per fare almeno una decina di chilometri guardandomi in giro e cercando “buffezze” a Milano.

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[pullquote]…spesso entri nella vita delle persone, c’è un arricchimento che va al di là del commercio.[/pullquote]

Raccontaci della tua esperienza di vendita su Etsy e di quella invece nei negozi tradizionali.
Sono su Etsy dal 2008 e l’ho ripreso in maniera sistematica e continuativa dal 2012. Etsy ha un respiro internazionale, è sempre stato per me un posto in cui confrontarsi senza paura, in cui più che la nazionalità conta la condivisione di valori comuni, il senso del fare legato a un’attenzione al dettaglio, alla cura di quello che si fa, cosa che nel negozio tradizionale è più difficile perché si è molto più legati al proprio contesto locale. L’approccio tuttavia è molto cambiato, per cui posti che sino a qualche anno fa non esistevano adesso sono un’ottima vetrina per chi lavora sull’handmade, sui piccoli pezzi o sul design in quantità ridotte. Forse la differenza più grande è che su Etsy, e in generale sulle piattaforme online, c’è la possibilità di avere un rapporto diretto con le persone a cui stai vendendo, quindi non è soltanto uno scambio denaro-merce ma spesso entri nella vita delle persone, c’è un arricchimento che va al di là del commercio. Essendo la merce più accessibile, le persone ti chiedono più facilmente di fare qualcosa di particolare, apposta per loro, ed è forse la parte più interessante perché hai la possibilità di mettere al servizio quello che sai fare per creare qualcosa che non ha nessun altro. Questo tipo di rapporto esiste anche negli handmade market: lì magari arriva la persona che per tutto l’anno ha guardato le tue cose senza decidersi e, quando ha davanti te e quello che fai, finalmente sceglie.

Sei appena stata alla Bologna Book’s Fair, l’appuntamento internazionale più importante per l’editoria e l’illustrazione per bambini. Questo settore sembra vivere un momento d’oro a dispetto della crisi economica generale e, più nello specifico, di quella dell’editoria.
È sicuramente un settore in crescita e, secondo me, per dei motivi abbastanza semplici. Innanzitutto perché l’editoria per bambini è ancora uno dei settori per cui si spende; in seconda battuta perché non ha mai parlato solo ai bambini ma a tutti, anche agli adulti che trovano tra quelle pagine una soddisfazione narrativa e materiale che poi li porta a comprare un libro.
Molto spesso nella narrativa per ragazzi, nell’albo illustrato, c’è tutta un’attenzione a quello che è il libro in quanto tale, quindi alla carta, al modo in cui sono strutturate le pagine: c’è un rapporto proprio con l’oggetto nella sua complessità. Infine, penso che sia un momento d’oro perché molti ambiti, che prima ne erano lontani, hanno iniziato ad utilizzare l’illustrazione in maniera più continuativa, ad esempio le riviste, i magazine, i quotidiani, che si avvalgono degli illustratori per visualizzare concetti che da soli potrebbero essere ostici e questo crea una ampia contaminazione.

A cosa stai lavorando ora?
A un libro, di cui ho scritto il testo, insieme a una bravissima illustratrice, Chiara Fedele, che abbiamo anche portato in fiera a Bologna: ha avuto una buona accoglienza e adesso lo stiamo ultimando. Per i miei progetti personali, mi piace contaminare l’aspetto del libro classico con elementi che sconfinano più nel crafting: sto parlando di un libro che ha anche una serie di tatuaggi temporanei che rappresentano frutta, verdura e cibo, perché mi sono resa conto che le verdure sono veramente espressive e sto assecondando questa mia tendenza. A luglio poi ci sarà una mia illustrazione in una raccolta di fantascienza inglese abbastanza bizzarra: è un’antologia di storie di fantascienza che si basano su come verranno percepite la disabilità e la diversità nel futuro.

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Evelina Guerreschi

Intervista a cura di Evelina Guerreschi

Ho un dinosauro a guardia dei miei libri e nessuna intenzione di farvi uscire sobri da qui. Dei Duran sempre preferito James, dei Karamazov, Ivàn.

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