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493. Luciano Zanin / Fundraiser per Passione

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Alla scoperta del piacere del dono. Intervista a Luciano Zanin, Presidente di Fundraiser per passione. Entra in contatto con Luciano

Parole: 1.070 | Tempo di Lettura: 5 minuti

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Una grande passione che non è una professione (per i primi dieci anni), ma oggi finalmente è riconosciuta come tale, anche a livello nazionale. Essere fundraiser significa avere una visione del mondo diversa, dove il dono ha grande valore e le imprese profit imparano dal non profit. Luciano Zanin oggi è presidente dell’Associazione Italiana Fundraiser (ASSIF) e direttore scientifico di Confinionline.

Più che ad altri, a te si può chiedere “ma che lavoro è fare il fundraiser”? E da dove arriva la tua scelta?
Lavoravo in un’associazione non profit, che si reggeva senza alcun contributo pubblico, e lì abbiamo iniziato ad inventarci sistemi per raccogliere fondi attraverso la vendita di servizi. Solo nel 1997 il non profit entra negli studi di economia, e nel ’98 a Forlì nasce la prima facoltà universitaria di Economia delle imprese cooperative e organizzazioni non profit, che rilasciava un diploma. In questa facoltà, Valerio Melandri teneva un corso di fundraising. Nel ’99 si tiene la prima Summer School, sempre a Forlì, e nel 2000 nasce la Fundraising School, che rilascia un certificato in Fundraising Management. Ho potuto unire la mia passione per il non profit con le competenze per rendere un’organizzazione autonoma nel trovarsi le risorse che le servono.
All’inizio mi definivo “Fundraiser in strada”, perché ero sempre in giro, chilometri su chilometri. Nel 2009 ho fondato “Fundraiser per passione”, perché questa (la passione) superava di gran lunga i chilometri di percorrenza. Solo da gennaio 2015, grazie all’azione di ASSIF, quella del fundraiser è inserita nel Registro delle Professioni non regolamentate del Ministero dell’Economia. In associazione siamo 220, ma le persone che fanno questa attività sono molte di più: su Linkedin ci sono 6.400 italiani che dichiarano di occuparsi di fundraising; un nostro censimento interno ha rilevato oltre 2.000 professionisti a tempo pieno, e di questi circa 1.200 hanno risposto ad un questionario che ci ha permesso di conoscerli meglio. L’associazione è aperta a tutti, professionisti e volontari che fanno fundraising con un mandato da parte delle loro organizzazioni.

[pullquote]Qui si cambia prospettiva, si passa dalla vendita al dono…[/pullquote]
Ci fai l’identikit del fundriser?
I nostri iscritti sono giovani (età media 39), per il 50% arrivano dal mondo profit, in gran parte da comunicazione e marketing e dal commerciale, ma anche da altri ambiti. Qui si cambia prospettiva, si passa dalla vendita al dono, che poi è un valore molto rivalutato, negli ultimi tempi, proprio dal mondo profit. Se pensiamo che il 93% delle decisioni di acquisto è emozionale, capiamo bene che muovere emozioni è fondamentale, e in questo il non profit fa scuola. In Italia Doxa ha rilevato un 28.4% di donatori continuativi, ossia quelle persone che donano regolarmente a qualche organizzazione. In altri Paesi è molto diverso: ad esempio in Thailandia questa percentuale è massima e tocca il 75% della popolazione, perché lì esiste una vera cultura del dono.

Crisi economica e donazioni: che rapporto c’è?
La crisi del 2008 ha acuito la necessità (con tanti fondi che sono stati persi dalle organizzazioni non profit) e dall’altra parte ha portato in primo piano l’importanza di investire nei beni comuni, che danno la qualità della vita a molte persone. Per questo anche la nostra attività di fundraising ha avuto un’accelerazione proprio in questi ultimi anni.

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Come è cambiato il tuo lavoro? Come è cambiato “Fundraiser per passione”?
All’inizio ero più concentrato sullo sviluppare le tecniche e gli strumenti per fare le raccolte fondi. Poi c’è stata una diffusione della cultura del dono, che dà risultati anche in termini economici.
Fundraiser per Passione oggi è un network di 15 professionisti in tutto il Centro Nord (da due che eravamo nel 2009), legati unicamente da un rapporto di fiducia. Non ci sono contratti scritti tra di noi. Questo rende il gruppo molto solido. Lavoriamo con la logica di un network policentrico e per ogni progetto c’è un leader, un capofila, e poi grande condivisione che crea esperienza per tutti. Credo che solo così sia possibile lo sviluppo dell’attività, che altrimenti resta limitata alle potenzialità del singolo, anche in termini di tempo. La selezione delle persone è stata impegnativa, ma ora siamo un gruppo in cui non esistono invidie né gelosie, e si lavora davvero bene, in totale trasparenza e con senso di rispetto reciproco. Io stimo moltissimo i miei collaboratori, mi fido di loro, professionalmente e dal punto di vista umano. Per restare in contatto, lavoriamo utilizzando strumenti per la condivisione dei materiali online (Dropbox, specialmente). A livello di network, teniamo quattro incontri l’anno di formazione interna, per crescere sempre, insieme.

[pullquote]Il fundraising deve “trovare cittadinanza” nell’organizzazione…[/pullquote]

Che scelte strategiche hai fatto per il tuo business?
Abbiamo scelto innanzitutto di lavorare con le associazioni medie e piccole, a livello locale, diciamo in ambito regionale. Sono quelle che risentono maggiormente della crisi, hanno bisogno di campagne di raccolta fondi, e sono moltissime, il 95% di tutte le organizzazioni non profit in Italia.
Come secondo punto, abbiamo scelto di lavorare per creare le condizioni favorevoli al fundraising, lavorando sul substrato culturale locale, ancora non pronto ai concetti di dono (diverso da “carità”). Quindi per ogni nostro cliente investiamo tempo per fare formazione sul significato e sul funzionamento della donazione, creando insieme un’ipotesi che si adegui alla sua organizzazione e formando le persone che porteranno avanti l’attività nel tempo. Il nostro obiettivo è rendere ogni organizzazione autonoma nel reperimento dei fondi. Il fundraising deve “trovare cittadinanza” nell’organizzazione, perché è un processo di cambiamento che va assimilato, non insegnato dall’esterno.

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In quali settori operate?
La maggior parte delle associazioni con cui lavoriamo si occupa di servizi alla persona, ma ce ne sono anche nel settore della cultura, della cura dell’ambiente e dell’ecologia, della sanità e salute, e dello sport dilettantistico.

Fato o destino?
Niente di tutto ciò. Fundraiser per Passione è frutto di motivazioni mie, interne (senso di giustizia, altruismo, il fatto di essere “pro-sociale”). Io credo che le persone siano fatte per donare: si fanno un sacco di cose non retribuite, è un vero e proprio bisogno, quello di donare. Un po’ alla volta ho cercato di fare una professione che mi piacesse, dato che vi dedico gran parte delle mie giornate. Scegliendo questa strada mi sono fidato delle mie sensazioni, per il resto è una palestra continua, un costruire incessante. Quello del fundraiser mi sembra il lavoro più utile per fare la mia parte nel costruire la comunità dove mi piace vivere. Creo le condizioni perché questo accada; il resto (compreso il mio lavoro) sono effetti collaterali. Alla fine, faccio le cose che mi fanno stare bene.

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Anna Baldo

Intervista a cura di Anna Baldo

“Scrivere per mestiere, per passione, mai per caso”. Giornalista, addetta stampa, consulente per la comunicazione. Canto in un coro polifonico e nel tempo libero mi dedico al bricolage. C’è tutto in www.annabaldo.com

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