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501. Filippo Yacob / Primo

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Piccoli programmatori crescono, grazie a un robottino in legno. Intervista a Filippo Yacob, CEO e co-founder di Primo. Entra in contatto con Filippo

Parole: 1.000 | Tempo di Lettura: 5 minuti

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Un cuore elettronico targato Arduido pulsa in una sorridente scatola di legno: è così che i nostri bambini imparano l’ABC della programmazione, attraverso esperienze ludiche e tangibili che stimolano il tatto, la vista e l’impiego della logica. E i genitori ringraziano l’open source.

[pullquote]La programmazione è ormai una conoscenza importante quanto saper leggere e scrivere…[/pullquote]

Filippo, Primo è una società che ha l’edtech come core business e Cubetto è il suo flagship product. Ci racconti cosa sono e come sono nati entrambi?
Primo nasce nel 2013 per creare prodotti che facilitino l’apprendimento della programmazione in età prescolare (dai 3 ai 5 anni) e per agevolare gli insegnanti e i genitori che condividono questo goal. La programmazione è ormai una conoscenza importante quanto saper leggere e scrivere, e le sue basi possono e devono essere apprese in età prescolare, ma gli strumenti esistenti che cercano di risolvere questo problema hanno due difetti di fondo: 1) sono strumenti che richiedono conoscenze e abilità acquisite realmente in età più avanzate (dai 6 anni in su), e 2) sono giocattoli che pur essendo adatti a una fascia di età prescolare, vengono venduti disonestamente come strumenti per apprendere la programmazione.
Il Cubetto Playset è un’avventura che permette ai bambini di programmare Cubetto, un vero e proprio robot di legno che è perso nel suo mondo. Utilizzando come istruzioni dei blocchi colorati inseriti all’interno di un’interfaccia fisica, i bambini scrivono dei piccoli algoritmi che guidano il robot alla sua destinazione. I blocchi danno una dimensione tangibile al codice, rimuovendo la necessità di dover saper leggere e scrivere, e di dover utilizzare uno schermo, un tablet o uno smartphone per controllare il robot. Il Cubetto Playset (la sua forma corrente è esposta anche al MoMA a New York) è una collaborazione fra me, Matteo Loglio e Ben Callicott, che è il nostro direttore di prodotto. Il concetto dei blocchi e dell’interfaccia invece ha origine da un concetto sviluppato precedentemente alla SUPSI da Matteo.

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Primo, fondata nel 2013, viene spesso definita una start-up ma di fatto funziona a pieno regime. Qual è il vostro modello di business?
Ci identifichiamo come start-up per la struttura agile che abbiamo scelto di adottare a livello strategico. Siamo in cinque a lavorare fulltime nel nostro ufficio a Londra, e operiamo con una rete di collaboratori per lo sviluppo, la produzione e la distribuzione globale. Grazie a partnership strategiche importanti siamo in grado di gestire in cinque, cose che una società tradizionale gestiva in cinquanta. Favorendo collaborazioni con esterni, siamo in grado di minimizzare i costi fissi e massimizzare i rientri. Il modello è comunque molto semplice. Progettiamo, produciamo e vendiamo strumenti unici, utili e di alta qualità su un mercato globale. Abbiamo clienti in più di quaranta Paesi e nei prossimi diciotto mesi dobbiamo produrre e consegnare 120.000 unità.

[pullquote]…i miei collaboratori devono essere più capaci e intelligenti di me.[/pullquote]

Che criteri usi quando scegli i tuoi collaboratori e quanta differenza fa la persona giusta?
Ci sono criteri di base, come l’affinità culturale, l’ambizione e gli interessi, ma il criterio più importante è uno: i miei collaboratori devono essere più capaci e intelligenti di me. Diciamo che se all’interno dell’organizzazione sono la persona più stupida (per modo di dire), ho fatto un buon lavoro nello scegliere i miei collaboratori. Lo scopo di portare nuovi collaboratori all’interno di un’organizzazione è quello di rendere l’organizzazione più forte. Se un CEO assume un collaboratore meno capace di sé, a sua volta, questo individuo assumerà un collaboratore ancora meno capace, e il risultato sarà un’organizzazione debole. Se invece un CEO decide di lavorare solo con persone più competenti, e questi a loro volta decidono di assumere persone più competenti di loro, il risultato è un’organizzazione di serie A.

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Raccontaci dell’esperienza di crowdfunding su Kickstarter.
Il crowdfunding è stato uno strumento potente perché ci ha permesso di ricevere trazione per un’idea che aveva bisogno di capitale che nessuno voleva darci. Ci ha permesso di creare un prodotto, di metterlo direttamente nelle mani di chi lo vuole, ma soprattutto di costruire attorno al prodotto una comunità di utenti appassionati: un bene senza prezzo per una start-up.
Tutta l’esperienza, e per tutta intendo dal lancio della campagna nel novembre 2013 alla consegna del prodotto nel maggio 2015, ci ha insegnato tutto quello che sappiamo oggi sul nostro business. Ho scritto un report abbastanza esteso sull’esperienza: è in inglese, ma sono sicuro non sia un problema per i vostri lettori.

[pullquote]…saper programmare in un certo senso ci aiuta anche ad esprimere la nostra umanità…[/pullquote]

In Inghilterra dal 2014 il coding è diventato materia di studio nella scuola dell’obbligo; qui in Italia sono esplosi i coderdojo, incontri per insegnare ai più giovani a programmare: la sintassi della programmazione è ormai necessaria quanto quella linguistica. Quanta differenza può far crescere apprendendo le basi della programmazione?
Tanta, e gli argomenti principali dal mio punto di vista sono tre. 1) Nel 2015 dipendiamo dalla tecnologia: finanza, informazione, comunicazione, medicina, trasporti… e praticamente nessuno sa programmare e utilizzare la tecnologia che ci circonda, sappiamo solo consumarla. Un mondo in cui più persone hanno controllo sull’ambiente che ci circonda è solo una cosa positiva. 2) La programmazione ci permette di pensare in modo logico, di capire come smontare un problema e come risolverlo. Saper programmare ha effetti positivi sulla mente di un bambino, che vanno oltre al saper controllare un computer, ci rende persone in grado di risolvere problemi, e questa è solo una cosa positiva. 3) Quello che ci rende umani, è la nostra capacità di espressione artistica. Musica, arte, cucina, scultura. Tutto questo oggi viene facilitato dall’uso di macchine e di computer, quindi saper programmare in un certo senso ci aiuta anche ad esprimere la nostra umanità, e anche questo non è altro che una cosa positiva.

Il futuro di Primo e quello di Cubetto.
Innanzitutto, anche restando snelli, stiamo crescendo e assumendo nuove persone. Vogliamo creare più prodotti, cominciare a lavorare con più designer, esplorare nuove materie a cui possiamo applicare le tecnologie che danno vita ai nostri prodotti, e soprattutto vogliamo continuare a curare i contenuti, per poter offrire un’esperienza ineguagliabile ai nostri utenti e clienti. Abbiamo molti annunci eccitanti da comunicare entro fine anno.

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Evelina Guerreschi

Intervista a cura di Evelina Guerreschi

Ho un dinosauro a guardia dei miei libri e nessuna intenzione di farvi uscire sobri da qui. Dei Duran sempre preferito James, dei Karamazov, Ivàn.

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