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534. Mauro Savoldi / Johnny Hermann

8 minuti 1528 parole

Un rasoio per spalmare il burro? Perché no. Intervista a Mauro Savoldi, alias Johnny Hermann. Entra in contatto con Mauro

Parole: 1.480 | Tempo di Lettura: 5 minuti

Johnny Hermann_profilo

Ghiaccioli, biscotti della fortuna ma anche spalma burro. E poi modellini, oggetti d’arredo e proposte di design irriverente. Sono queste le creazioni di Johnny Hermann, ovvero Mauro Savoldi, interior designer milanese, 38enne, che spazia dalle idee in legno a quelle in corian, dalle proposte per la casa agli oggetti da collezione.

Quando nasce il tuo alter ego Johnny Hermann e come mai questa scelta?
Non si tratta di una vera e propria scelta: a 18 anni facevo il cuoco in un Irish pub sui navigli di Milano e i miei colleghi, amici e clienti hanno iniziato a chiamarmi così a causa di due camicie vintage americane che indossavo spessissimo, una con ricamato il nome Johnny e l’altra con il nome Hermann, Johnny Hermann appunto. Poi le cose son cambiate ma il nome mi è rimasto appiccicato. Il mio brand, o alter ego, che forse è più corretto, è nato sempre in quel periodo: mi ero costruito un piccolo laboratorio nella cantina dei miei genitori, in cui sperimentavo con la cera e assemblavo lampade e piccoli oggetti. Se non avessi avuto quel progetto iniziale, non avrei potuto lasciare lo studio di prototipazione per avere un laboratorio solo mio.

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Su quali prodotti di design ti concentri principalmente e qual è il fil rouge tra le tue creazioni?
I miei progetti, a differenza di chi si occupa di industrial design o product design puro, hanno molto spesso una connotazione che appartiene più all’ambito artistico, ossia il concetto di pezzo unico. Questo mi fa muovere su un sottilissimo confine che è un po’ il fil rouge che unisce le mie creazioni.

Ti occupi tu di tutte le fasi necessarie per realizzare i tuoi prodotti?
Mi occupo personalmente di ogni singolo passaggio: dall’idea alla grafica e dalla realizzazione al packaging.

[pullquote]…qualcosa che esorcizzasse due tra i miei più grandi nemici, burro e rasatura.[/pullquote]

Buttered Barber è uno dei tuoi più recenti progetti: a cosa si ispira?
I Buttered Barber sono nati in seguito al mio ultimo viaggio negli Stati Uniti. Ero stato invitato ad esporre all’International Houseware di Chicago e rimasi colpito da quanto fosse diffuso il butter spreader, ovvero lo spalma burro. Ce n’erano di molto belli, ma nessuno che mi convincesse veramente all’acquisto, così ho iniziato a pensare di farne uno “mio”. Tuttavia, non mangiando burro, mi risultava difficile capire perché lo desiderassi tanto. Ma c’era un altro oggetto di cui avevo sempre subito il fascino pur non facendone uso, ed era il rasoio a mano libera: volevo qualcosa che mi giustificasse dall’averli ed usarli entrambi, e che in qualche modo esorcizzasse due tra i miei più grandi nemici, burro e rasatura. Utilizzando il butter spreader, mi sono anche reso conto di quanto la gestualità dello spalmare fosse affine all’affilatura del rasoio sulla coramella, e di quanto sia naturale utilizzarlo a colazione, dato che ci si rade generalmente al mattino. Poi io coi BB ci spalmo di tutto, dalla marmellata alle creme per le tartine.

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A che pubblico si rivolge?
Tendenzialmente ad un pubblico che apprezza un oggetto un po’ feticcio. Chi lo acquista è generalmente spinto da un desiderio impulsivo, un po’ come è successo a me, oppure è alla ricerca di un accessorio originale e raffinato. Alle volte capita che l’attrazione scaturisca da un legame affettivo, il ricordo del nonno o del papà perfettamente rasati con un rasoio a mano libera, il profumo di acqua di colonia la domenica mattina… E poi ci sono gli appassionati di coltelleria classica: recentemente è stato acquistato da un collezionista che ha un vero e proprio museo del rasoio, con più di 1000 esemplari di varie epoche.

E i ghiaccioli di legno, invece?
Quella dei Wooden Popsicle è un’avventura completamente differente, raccontano una storia, parlano di condivisione e di determinazione, racchiudono un momento particolare della mia vita, fatto di decisioni importanti e di voglia di mettersi in gioco. E’ un progetto a cui devo molto e a cui sarò sempre molto legato.

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Ci racconti il tuo percorso di carriera, dalla laurea all’arredamento in stile giapponese, ai plastici, fino al tuo brand?
Il mio desiderio di indipendenza mi ha portato a lasciare gli studi abbastanza presto e in quel periodo ho fatto lavori diversi, ma mi sono presto reso conto che almeno un diploma avrei dovuto prenderlo. Quindi, conseguito quello da geometra, approdai in un negozio di arredi in stile giapponese a Milano, dove col tempo iniziai ad occuparmi anche di progettazione di ambienti ed arredi su misura. Poi, avvantaggiato da un attestato in forniture design, da 6 anni di esperienza sul campo e da tanta voglia di migliorare le mie conoscenze, tentai l’ammissione ad un master in interior design. Vivevo da solo e non fu semplice tornare sui banchi di scuola facendo convivere studio, lavoro e vita privata. Al termine del master era previsto un periodo di stage ed io, piuttosto controtendenza, feci richiesta presso uno studio di prototipazione e modelli.

[pullquote]…è solo facendo le cose che si capisce veramente dove si vuole andare…[/pullquote]

Come mai questa scelta?
Può sembrare un controsenso ma è solo facendo le cose che si capisce veramente dove si vuole andare, ed ogni tassello della formazione personale torna sempre utile al momento opportuno. Io costruivo già da anni oggetti e piccoli complementi d’arredo, perfino da bambino trascorrevo un sacco di tempo nel laboratorio di mio nonno, ma ciò che mi mancava erano tecnica e precisione. E così un mese di stage si trasformò in quasi 7 anni di collaborazione, in parte intervallati da altri lavori di grafica e progettazione. Per quanto riguarda il laboratorio, ho iniziato a 18 anni a “sporcarmi le mani” nella cantina dei miei genitori: senza quel passo inziale ora non avrei il mio progetto.

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Come promuovi i tuoi prodotti?
Al principio della mia attività da “solista” ero totalmente scevro di tecniche di marketing e della reale portata di un post ben fatto, così mi giostravo tra uno dei tanti mercatini della mia città ed una blanda promozione su The Fancy, un social che in quel periodo aveva un’utenza prevalentemente statunitense. Il social si rivelò una grande apertura verso un mondo che non immaginavo di poter raggiungere, aprendomi le porte (o perlomeno giustificando la mia presenza) in eventi di arte e design sia in Italia che all’estero, tra cui l’ICFF di New York ed una collettiva al MART di Rovereto. E poi ci sono le pubblicazioni: cartaceo e web concorrono alla diffusione del brand o del prodotto facendosi eco vicendevolmente.

E che tipologia di pubblico raggiungi?
Il mio pubblico comprende l’individuo singolo che si imbatte nei miei lavori, così come le aziende che per un’occasione speciale mi richiedono una serie limitata e personalizzata.

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Quali sono le difficoltà e quali le soddisfazioni e i traguardi per un designer oggi in Italia?
Le difficoltà sono infinite, in primis quella di far quadrare i conti. Partecipare agli eventi, poi, è sempre piuttosto costoso e il ritorno non è mai immediato. Ma questo accade un po’ in tutti i settori ed in particolar modo in Italia. Le soddisfazioni invece, a mio giudizio, lavorano su un piano differente rispetto al guadagno economico. Riscontrare curiosità ed attenzione è impagabile, specialmente in un mondo estremamente saturo di novità come quello in cui viviamo. Riguardo ai traguardi, mi piace pormene di non insormontabili ma frequenti, sarebbe meglio chiamarli obiettivi: il concetto di traguardo mi porta a pensare ad un momento conclusivo ed io sono solo all’inizio.

[pullquote]…ritengo che disporre di troppa tecnologia non sia sempre un vantaggio…[/pullquote]

Che tipo di investimento economico bisogna prevedere per affermarsi come designer?
La mia figura di designer non rispecchia l’immagine collettiva, così come autoprodotto non significa sempre fatto in prima persona. Dovendo rivolgersi ad artigiani o all’industria, si va incontro a spese che potrebbero rivelarsi investimenti sostanziosi in termini di quantitativi minimi di produzione e a livello di esborso economico. La prototipazione stessa del progetto, passaggio fondamentale per capire le funzionalità e la riuscita di un oggetto, è un costo che non sempre sarà ripagato dalla vendita dei prodotti, o perlomeno non in un primo momento. La mia decisione, invece, è stata quella di investire su un laboratorio “leggero” che mi permettesse di sviluppare le mie idee. Con una spesa di poche migliaia euro sono riuscito a procurarmi quasi tutto il necessario per iniziare, poi un passo alla volta, l’ho implementato. Certo, un laboratorio come il mio pone dei limiti alla tipologia di progetti da sviluppare; oltretutto, fare tutto a mano richiede dei tempi più lunghi, ma ritengo che disporre di troppa tecnologia non sia sempre un vantaggio: alle volte, per cercare di creare una forma con quello che hai a disposizione, te ne ritrovi per le mani un’altra che potrebbe essere perfetta per un nuovo progetto.

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Progetti futuri?
Ho in mente tante idee, qualcuna più artistica e qualcuna più legata ad un utilizzo vero e proprio, ma per il momento non so a quali darò priorità. Una cosa bella, che mi è stata proposta, sarà diventare insegnante di modellistica presso l’istituto dove ho studiato, e spero che possa essere una bella occasione per trasferire la passione che occorre in un lavoro come il mio.

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Elisa di Battista

Intervista a cura di Elisa di Battista

Giornalista, appassionata di comunicazione, digitale, social media, fotografia. Blogger, racconta storie di giovani e artigianato sul suo blog www.laureatiartigiani.it. Seguila su Twitter: @ElisaDiBattista

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