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544. Andrea Fantinato

5 minuti 903 parole

Sperimentare progettando. Intervista ad Andrea Fantinato. Entra in contatto con Andrea

Parole: 900 | Tempo di Lettura: 3 minuti e mezzo

Stando all’ultimo rapporto Io sono cultura (giugno 2015) realizzato da Fondazione Symbola e Unioncamere, il sistema produttivo culturale italiano realizza il 5,4% della ricchezza prodotta in Italia, per un totale di 78,6 miliardi di euro. Ne fanno parte non solo le industrie culturali, le performing arts, le arti visive e le attività legate alla gestione del patrimonio storico-artistico ma anche le industrie creative, con il design, l’architettura e la comunicazione. Una fetta di mercato quindi che va coltivata ed incentivata.
Conosciamo oggi la storia di un talento creativo, Andrea Fantinato, perché è partendo dalla creatività individuale che si contribuisce allo sviluppo economico del Paese.

Andrea: progettista, designer, fotografo. Come nascono e come si combinano queste professionalità?
Dopo gli studi a Venezia, ho iniziato a lavorare nel mondo dell’architettura e dell’interior design, per negozi d’interni e collaborando con diversi studi d’architettura. Col tempo ho avviato anche l’attività di product designer, dedicandomi finora all’autoproduzione. La fotografia è nata come passione legata ai viaggi, con reportage da Paesi lontani, ma ora la uso in parallelo al mio lavoro, più che altro per i committenti e i progetti, magari con qualche servizio di still life.
Prima lavoravano in provincia di Venezia per tre giorni alla settimana mentre gli altri tre stavo a Milano. In quel periodo ho iniziato a “seminare”, fino a quando, in occasione della Milano Design Week del 2012, sono stato selezionato con il mio Flash Mob per la mostra “Milano si autoproduce design”, curata da Alessandro Mendini. E quella è stata la svolta.

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Da qualche anno quindi vivi stabilmente a Milano.
Milano è una città bella, piena di stimoli, con un’offerta formativa ricca e di qualità, è una realtà che mette in rete le eccellenze. Non sarà più la “Milano da bere” degli anni ruggenti, con una economia compatta e velocissima, ma resta una città che, se non te ne stai in poltrona, ti dà l’opportunità di crescere e di apprendere molto, tra meeting, eventi, corsi e possibilità di intrecciare relazioni. Qui la competitività è alta, ci sono tanti bravi designer, ma c’è molto da imparare. In questa città sono arrivato da zero e, investendo nella professione e facendo dei sacrifici, vedo che inizio ad avere un ritorno positivo.

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Come nascono i tuoi oggetti?
Prima la tendenza era di realizzare grandi elementi, sedute, tavoli, librerie, ma è arrivato il momento di pensare anche ad altro perché il design deve produrre oggetti che costino meno e raggiungano più persone.
Gli oggetti grandi li faccio più per sperimentare: parto dalla visione d’insieme di un progetto di arredamento, poi magari il cliente mi dice “Mi fai tu il tavolo?” e così arrivo al singolo elemento che fa parte del progetto.
Per la realizzazione mi appoggio ad artigiani di fiducia: chi lavora il legno, chi il metallo, la ceramica, le luci. Sono artigiani italiani, per lo più veneti e lombardi. La globalizzazione secondo me fa perdere professionalità: in Italia abbiamo un tesoro artigianale che va preservato e tutelato, e anche in questo settore in fondo è giusto puntare alla produzione a km0.

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Ho visto che hai condiviso a lungo il tuo studio-laboratorio con delle decoratrici e un artigiano: un’esperienza interessante?
Sì, Alice e Carlotta sono le fondatrici di Gouache e abbiamo collaborato insieme a diversi progetti, come ad esempio per la sede dell’agenzia Le balene colpiscono ancora, io nell’architettura e loro per la decorazione. Gli stessi animali di ceramica, che ora produco con Ceramiche Pierluca, sono un progetto è che partito con loro, condividendo idee. Questo tra l’altro è il primo lavoro che non autoproduco direttamente e spero dia il la a nuove collaborazioni.

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C’è un oggetto o un progetto a cui sei particolarmente affezionato?
Sono molto legato a Flash Mob perché mi ha permesso di farmi selezionare da Mendini e di presentarmi all’esterno, quindi c’è un forte legame affettivo. Idealmente invece ti dico i pezzi della serie Tagliaecuci, perché sono oggetti per la casa alla portata di tutti, trasformabili e trasportabili, adatti alle persone che tendono a spostarsi.

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Un consiglio per chi vuole intraprendere la strada del designer, del fotografo o comunque di un lavoro creativo?
Studiare è fondamentale per avere una propria base culturale. Poi ci sono i viaggi, le mostre, la lettura e la ricerca a 360 gradi. E’ un mix indispensabile per crearsi un proprio humus, per stabilire delle relazioni, partecipare ad eventi e conoscere persone nuove. Sono per la circolazione delle idee, perché tenere le cose chiuse nel cassetto non ha senso: non condividere e non confrontarsi non fa crescere.
E’ importante non smettere e non arrendersi: se sei in bici e cadi, ti alzi e riparti. L’ho provato io stesso con la produzione di Flash Mob, che è costata più del previsto. Ma sono andato avanti e mi ha dato grandi soddisfazioni.
Inoltre è importante non fare il passo più lungo della propria gamba: non voglio tagliare le ali a nessuno ma il rischio di arenarsi c’è, meglio avanzare a piccoli passi ed essere consapevoli che nel lavoro si fa fatica. Poi il ritorno c’è, si tratta di tempistiche.

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Un pensiero prima di salutarci.
Posso dire di essere felice. Sono fisicamente stanco perché sono reduce da Source di Firenze, un evento dedicato al design autoprodotto, e sto partendo per la Bologna Design Week ma, mettendo il cuore in quello che faccio, gli sforzi vengono ricompensati.

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Giorgia Sorarù

Intervista a cura di Giorgia Sorarù

Web content editor e organizzatrice di eventi, sta scoprendo giorno dopo giorno il piacere della scrittura. Cinguetta come @GSoraru ma il suo cognome ha l’accento. Forse è bipolare: ama incommensurabilmente il silenzio delle montagne e il caos delle gradi città

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