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546. Marco Martello / Martalar

5 minuti 846 parole

La naturale vitalità del legno si fa scultura. Intervista a Marco Martello, in arte Martalar. Entra in contatto con Marco

Parole: 820 | Tempo di Lettura: 3 minuti e mezzo

Ironia della sorte: il suo cognome è diventato uno dei suoi strumenti di lavoro. Marco Martello, in arte Martalar, classe ’71, è un affermato scultore dell’Altopiano di Asiago, in provincia di Vicenza. Il suo laboratorio, a Mezzaselva di Roana, profuma di legno e resina, il pavimento è fatto di trucioli e segatura, le pareti di bozzetti delle sue opere e di attrezzi, motoseghe, sgorbie, raspe, mazzuole. È approdato nel periodo del “taglio tutto a metà”, perché “mi piace quello che abbiamo dentro”, passando per quello del “brucio tutto”, perché “non mi piacevano certe opere, poi ho scoperto che, da bruciate, mi attiravano di più”.

Chi è Marco?
Un uomo normale. Sono nato a Mezzaselva, poi mi sono trasferito in pianura, a Schio e Thiene, in provincia di Vicenza, e infine sono tornato tra le mie montagne. Martalar è un originario cognome cimbro che, tradotto letteralmente, significa boscaiolo.

Quasi una premonizione. Da dove nasce questa tua passione per il legno?
Disegno da sempre, come autodidatta. Mi chiamavano anche per illustrare pareti nei bar.
Avevo circa trent’anni quando mi è arrivata a casa della legna. Mi sono improvvisato e ho visto che riuscivo. Quindi anche a scolpire ho imparato da solo.

Quando hai capito che il legno sarebbe potuto diventare il tuo lavoro?
Quattro anni fa. Ho fatto altri lavori prima, come il giardiniere, ma dal 2011 faccio lo scultore di professione grazie alle diverse commissioni e ad un percorso personale che prevede esposizioni e simposi. Sono arrivato ad esporre a Londra e in Finlandia. Tra poco partirò per un simposio di un mese in Messico. La gente non crede che si possa vivere con l’arte. Io invece, che ci sono dentro, ne conosco di persone che vivono grazie ad essa, anche se i sacrifici da fare sono tanti.

Ti piace questa tua vita?
Sì. Mi permette di viaggiare tanto. E il simposio è una maniera di viaggiare diversa rispetto al turismo. Ti immergi subito in una comunità locale con cui condividi tutto: mangiare, bere, lavorare, fare festa. Non vorrei fare l’artista che campa solo con commissioni. Non voglio stare rinchiuso dentro il mio laboratorio, devo andare fuori.

Che senso hanno questi simposi?
Quello di convogliare in un unico luogo tutte le arti del mondo. Io credo che l’arte nasca proprio in questi posti, dalle persone, non dalle gallerie o dalle accademie.

E cos’è per te, nello specifico, l’arte?
Sfida, pazienza, costanza. Quando ti dà dei risultati sono soddisfazioni, senti che stai realizzando la tua passione. L’arte è terapia.

Con quali legni preferisci lavorare?
Il tiglio è un legno buono da scolpire, non ha nodi, ma a volte si apre. Amo anche il cirmolo, l’unico legno che mi faccio arrivare dall’Alto Adige, mentre gli altri provengono tutti dall’Altopiano di Asiago. Ha un profumo così buono che sembra addirittura mi faccia passare il raffreddore. Anche il naso vuole la sua parte. Se non mi piace l’odore di un legno, mi indispongo. Buoni da intagliare sono anche il noce e il cedro, mentre il legno del pino ha tanti nodi difficili da lavorare.

Da dove trai ispirazione per le tue sculture?
Dalla vita.

Quali sono i passaggi che ti permettono di arrivare all’opera finita?
Prima faccio lo schizzo a matita su un foglio, poi tutto si realizza quando sei a tu per tu con il legno.

Oltre alla scultura, a cosa ti dedichi?
Ho tenuto dei corsi, ma non credo molto nell’insegnamento. Poi collaboro con altri artisti.

A cosa pensi mentre scolpisci?
Con la motosega devi essere super concentrato, è la parte più stressante della scultura. A volte lavoro due ore in una giornata, poi vado via, distolgo la mente. La finitura, invece, è la parte più semplice, durante la quale i pensieri sono liberi di andare.

Per chi sono le tue sculture?
Punto a persone che mi lascino libertà, che mi dicano «fammi due figure femminili» e che mi permettano di creare senza impedimenti. Sono arrivato a dire di no a certe commissioni, perché non sentivo dentro di me lo stimolo. La gente coglie e respira la passione che metti in quello che fai.

Definisci, in una parola, il tua lavoro.
Una figata. Mi prosciuga e mi dà carica, al contempo.

Definisci, in una parola, le tue sculture.
Eteree.

Chi sono i soggetti delle tue sculture?
Donne e uomini, soprattutto. Sono quelli che mi affascinano di più. Mi piace unire queste figure, anche se è difficile, ci vuole tecnica. Faccio anche animali: tori e cavalli, in particolare.

Cosa ami del tuo lavoro?
Quasi tutto. Quello che non amo è il marketing.

Qual è, fino ad ora, la scultura che prediligi?
Non sono legato all’opera finita, a me piace lavorarla (interessante che la filosofia che lo ispira “Qualsiasi sia la tua meta, è il viaggio che fai per raggiungerla che conta” sia scritta proprio su un pezzo di legno appoggiato su una delle pareti, ndr).

E quando decidi che è finita?
Quando sono stanco di metterci le mani.

Margherita Grotto

Intervista a cura di Margherita Grotto

Sono Margherita e, in linea con il mio nome floreale, “coltivo parole”. Adoro scrivere, tanto da fare della mia passione un lavoro, quello di copywriter. Gioco con la creatività, l'immaginazione e le parole. Amo il colore verde, il profumo di eucalipto e le persone… Non per forza in quest’ordine di esposizione.

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