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Antonella Vecchi / Leche Atelier

4 minuti 654 parole

Quello che indossiamo è quello che siamo e con Leche mi piace pensare di nutrire lo stile di chi sceglie i miei capi. Intervista a Antonella Vecchi di Leche Atelier. Entra in contatto con Antonella

Parole: 624 | Tempo di lettura: 2 minuti

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Un approccio alla sartoria del tutto personale, istintivo e artistico. Vestire LECHE significa poter esprimere la propria personalità attraverso l’abbigliamento, e per questo scopo Antonella confeziona i suoi capi rispecchiandosi negli altri, in un continuo viaggio esplorativo.

Antonella, che lavoro fai?

Sono un’ artigiana, produco abiti confezionati a mano da me. Lavoro con stoffe e filati per cucire e creare un abbigliamento femminile in cui ci si può sentire bene, ci si può sentire se stesse. Credo nell’ idea di vestire più la personalità che la persona, perché quello che indossiamo è quello che siamo.

Come è nata in te la passione per la sartoria e il mondo dell’abbigliamento?

Fin da piccola ho avuto una forte passione per i vestiti. Mi piaceva giocarci, portando gonne come abiti e facendo degli abbinamenti tutti miei. Ho poi avuto la grande fortuna di avere una mamma che, qualsiasi cosa mi venisse in mente, si sedeva alla sua macchina da cucire e con grande pazienza realizzava le mie idee bizzarre. Personalmente però non sono mai stata in grado di approcciarmi alla sartoria nel modo classico. Ho avuto la possibilità di lavorare per un paio di anni con una persona che mi ha insegnato un approccio totalmente diverso alla sartoria; un approccio pratico che mi è piaciuto molto e che mi sono subito – per così dire – cucita addosso. Con gli anni e il tanto sudore ho sviluppato tecnica e competenza ma sempre nell’ottica di dare al mio lavoro un’impronta istintiva e artistica, per questo c’è tantissimo di me in ogni singolo capo.

Leche, perché questo nome?

Leche significa latte in spagnolo ed è un nome uscito quasi per gioco. Il latte mi piace per il colore e la densità, per la sua semplicità complessa. Mi piace perché è nutrimento, come i miei capi sono una forma di nutrimento per lo stile.

Da dove trai ispirazione per le tue creazioni?

Da quello che vorrei indossare io, tutto parte principalmente da me. Poi il mondo mi regala un sacco di suggestioni e a me rimane solo da pensare come tradurle su un corpo.

Come promuovi la tua attività?

Ho il mio atelier a Trento e uso i social network. Ho la pagina Facebook LECHE e un profilo personale IOSONO LECHE,  con cui credo di riuscire a comunicare il mondo emozionale che c’è dietro al mio marchio; quello che Leche realmente è, non solo per il pubblico ma anche per me.  E’ uno strumento incredibile che, usato con queste modalità, mi permette di avvicinarmi alle clienti in modo spontaneo e vero, e poi è un attimo che si diventi anche amiche.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontri nel tuo lavoro?

Le difficoltà maggiori stanno nelle leggi che regolano la piccola imprenditoria in Italia. Per le mie esperienze posso dire che di sicuro non viviamo in un paese in cui questa venga particolarmente agevolata. Il mio lavoro è meraviglioso. Ad oggi lavoro a regime dei minimi, questo vuol dire che sono un soggetto esente iva per lo Stato; così facendo la quantità del mio lavoro mi permette di vivere dignitosamente, riuscendo a pagare tutto e tutti. Ma fra cinque anni dovrò adottare un regime fiscale non agevolato, i costi della mia impresa raddoppieranno, sarà probabile che la mia impresa non starà più in piedi. Ma a questo ora non ci penso. Rimane che c’è qualcosa che non funzione nel mondo dell’ impresa.

I tuoi progetti futuri?

Continuare così! Sono davvero soddisfatta di come stanno andando le cose. Al momento Leche è in vendita da Flamingo in piazza Pontida a Bergamo e a Trento, su appuntamento, direttamente in atelier. Mi piacerebbe con la nuova stagione aggiungere un punto vendita a Verona, sono a caccia di un nuovo negozio che accolga Leche.

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Sara Girardi

Intervista a cura di Sara Girardi

Appassionata di gatti, patatine fritte e Beyoncé è fortemente contraria a chi vive intrappolato nella propria comfort zone.

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