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19. Arianna Sanesi

8 minuti 1521 parole

Arianna Sanesi è una fotografa. Lei non cura la luce, piuttosto la sfida. E’ questo che la rende felice.

Arianna Sanesi è nata a Prato 36 anni fa e da 13 vive a Milano con varie pause in giro per il mondo, anche se per lei non sono mai abbastanza. Lei è una fotografa professionista, “il che vuol dire che vivo di questo, o almeno ci provo”. Nel 2009 entra a far parte del collettivo MICRO, uno spazio nato dall’esigenza, comune a tutti coloro che vi collaborano, di concentrarsi su piccole realtà e raccontare storie inedite, vere, attraverso scatti e punti di vista differenti. Questo è quello di Arianna.

Arianna, quando hai capito che la fotografia sarebbe diventata la tua vita?
E’ una domanda complicata. Ricordo me bambina in Sicilia, tutta soddisfatta per aver fatto entrare un intero tempio nell’inquadratura. Sono piuttosto dispersiva, faccio sempre un milione di cose nello stesso momento e ci sono voluti molti anni per mettere a fuoco e dare forma alla passione iniziale, per farla diventare un lavoro. Ad ogni modo credo di averlo realmente capito quest’estate, forse perché in un’età in cui da una donna ci si aspetta un determinato percorso (almeno in Italia), mi sono chiesta cosa ero pronta a scommettere, a cosa ero disposta a rinunciare per fare questo lavoro, che mi piacesse o no. A quel punto ho realizzato che sì, ERA la mia vita.

Hai lavorato al fianco di grandi fotografi, tra cui Ferdinando Scianna. Ci parli di questa esperienza?
Prima di lavorare con Scianna avevo fatto l’assistente per molti altri. E’ un bell’esame di realtà, si conoscono le persone che stanno dietro alle fotografie e questo riconduce la fotografia a un livello umano, senza le sciocche mitizzazioni di cui spesso è fatta oggetto. Con Scianna ho lavorato a lungo, mi sono trovata a un grado di separazione da grandi fotografi, scrittori, uomini di cultura, sempre raccontati col suo stile fiammeggiante. E’ stato un viaggio. Ho imparato che la fotografia è un mestiere e che per questo merita rispetto. Quando lavoravo con lui, non c’è stata una mattina che non si sia presentato allo studio anche prima del mio arrivo; a volte, a servizio finito, trovava una nuova angolazione, una nuova luce e riniziava: per me, che ho la tendenza a “sedermi”, è stata una bella lezione sull’instancabilità e la passione, fondamentali per esercitare il mestiere. Quando poi ho voluto provare sul serio a fare la fotografa, lasciare il mio posto di assistente è stato necessario. (Recentemente all’Elfo di Milano ho visto “Rosso”, uno spettacolo sul rapporto tra Rothko e il suo assistente. E’ stato emozionante, e lo consiglio a chi ha fatto questo lavoro almeno una volta nella vita)

Nella tua bio citi Wittgenstein e scrivi: I believe “The limits of my language are the limits of my world” and there’s a huge slice I miss! Quale fetta ti manca?
Vorrei imparare il russo, per muovermi in modo meno “accidentato” nell’ex Unione Sovietica. C’è tutta una parte di mondo che non ho mai visitato, ma tendo a essere più interessata, sia umanamente che fotograficamente, ai paesi nei quali non vengo identificata immediatamente come straniera.

Quali sono i particolari che curi di più quando scatti le tue foto?
Sicuramente mi interessa la luce, anche se questo non vuol dire che nelle mie immagini risulti “curata” nel senso comunemente inteso. Mi piace sfidarla, andare controluce, mi piacciono le stanze in penombra e, all’esterno, le luci artificiali. Una “bella luce” mi mette di buon umore e a volte mi procura un entusiasmo infantile. Ricordo una vacanza in Irlanda con la mia più cara amica, che a intervalli di dieci minuti mi prendeva in giro dicendomi: “Non trovi che la luce sia incredibile? Da non credere!” e recentemente, mentre fotografavo una coppia e commentavo tra me il raggio che entrava dalla finestra, il marito ha detto alla moglie: “ Ma perché è così contenta? Con chi sta parlando?”.

Insieme ad altri colleghi hai dato vita al collettivo MICRO a cui è seguito il progetto Voices From Italy, degli spazi di condivisione davvero interessanti. Ce ne parli?
MICRO è un collettivo formato pensando a una formula che in paesi come Francia e Stati Uniti (per citarne un paio) è già avviata con successo. Noi siamo ancora piccoli e abbiamo molta strada da fare, ma credo nella collaborazione, anche se cozza con un mestiere tendenzialmente solipsistico come quello del fotografo. Voices è la prima creatura di MICRO, come noi lo chiamiamo affettuosamente. È stata la realizzazione di un progetto sull’Italia a cui pensavamo da tempo, ma di difficile realizzazione. Quando Pilkington (il curatore di 50StatesProject) ci ha “prestato” il suo format, abbiamo fatto lo stesso in Italia. Abbiamo coinvolto venti fotografi, uno per ogni regione italiana. Adesso curiamo un magazine omonimo, una sorta di spin-off. Fare tutte queste cose mi ha insegnato parecchio sulla fatica e l’entusiasmo che stanno dietro a determinati progetti.

La tua serie “L’età dell’oro” è una testimonianza di ciò che oggi è diventato lo storico distretto tessile di Prato. Di recente è stata avanzata la proposta di un’alleanza tra i produttori tessili pratesi e i confezionisti cinesi di Prato. Cosa ne pensi?
Oddio..penso che qualcuno si sarà seriamente arrabbiato! Scherzi a parte, non ho gli strumenti per fare una disamina equa della questione, anche se mi sembra chiaro che è tutto molto più complesso del “è tutta colpa dei cinesi”: io ho lasciato Prato quando avevo 19 anni, e i miei non si occupavano di tessile. Ho visto i cambiamenti durante i miei andirivieni, ma non li ho vissuti sulla mia pelle. Fare “L’età dell’oro” (Il titolo è tratto dal bel libro omonimo di Edoardo Nesi, lettura obbligatoria per chiunque voglia capire -o ricordare- la città) è stata un’esperienza meravigliosa: ho avuto ciceroni d’eccezione che mi hanno fatto vedere il meglio della memoria di Prato, e io mi sono sentita piccola così. Era come se la vedessi per la prima volta. Ho un rapporto conflittuale con una città lasciata tanto presto, che mi immalinconisce ogni volta che ci torno, perché la vedo in agonia.

“Yellow and blue days”, invece, è un’impressionante testimonianza sulla depressione, una malattia tanto seria, quanto pericolosa…
Sì, e non mi stancherò mai di dirlo, ed è per questo che lo lascio sul sito sebbene abbia i suoi anni. Si può guarire, ma prima è necessario ammettere di essere malati, e liberarsi di tutti quelli che ti ripetono che “basta uno sforzo di volontà”. Magari sono animati da buone intenzioni (più spesso da vetusti pregiudizi ,e sono gli stessi che, per un dolorino, dal medico ci vanno eccome!), ma sono anche i compagni più pericolosi. Alimentano inadeguatezza e senso di colpa. Allo stesso modo vanno evitati i “medici pietosi”, ovvero il coro che ti compatisce. Il mio più caro amico mi disse: “Ari, la vita è breve e io sono stufo di compatirti. Non starò qua a guardarti mentre ti distruggi. Non contare più su di me.” Lo diceva sul serio e gli sarò sempre riconoscente, anche se sul momento ovviamente mi offesi a morte. Perché chi soffre di depressione tende ad accortacciarsi sulla propria sofferenza, a dimenticare che fa soffrire quelli che gli stanno intorno, oltre a farli anche terribilmente incazzare.

Un’ultima domanda su uno dei tuoi ultimi progetti, ancora in fase di sviluppo: “Urban Resistance”. Una metafora sulla lotta alla sopravvivenza che ogni giorno le persone deboli sono costrette a combattere. Sai già dove scatterai le prossime foto?
Quella che io chiamo “resistenza urbana” mi ha sempre affascinato, fin da piccola. Ho sempre antropomorfizzato gli oggetti, e da lì alle case il passo è stato breve. Quando mi sono trovata a vivere in Spagna per un periodo, la speculazione edilizia selvaggia continuava a saltarmi agli occhi e così ho iniziato il progetto, che esisteva da tempo solo nella mia testa. Provo tenerezza per il vecchio che combatte fieramente il nuovo, o ci si appoggia. Per la coesistenza di piccolo e grande, le combinazioni improbabili. Credo possa essere un’ottima metafora delle battaglie contemporanee per mantenere o trovare un proprio posto: il nuovo non cancella mai del tutto quel che c’era precedentemente, e la resistenza del vecchio sottolinea le differenze, invita alla riflessione. Dopotutto non è solo una questione metaforica: dietro a una crescita urbana disordinata ci sono prepotenze, resistenze, permessi non concessi, spazi salvati e altri violati. Una maggiore o minore facilità di accesso al denaro. E ancora: il nuovo, il grande, non sempre sono brutti, così come piccolo e cadente non vuol dire necessariamente buono. Urban Resistance è diventato il mio “side project”, nel senso che lo tiro fuori dal cappello ogni volta che mi trovo in un posto che non conosco: è il mio gioco da grande, un po’ come andare a caccia ma senza vittime. Mi diverto da matti.

Dove pensi ti porterà questo progetto?
Non programmo viaggi in sua funzione, anche se avrei tanto voluto fotografare quella casa cinese che ha resistito in mezzo all’autostrada (notizia che negli ultimi due mesi ha fatto il giro del mondo, ndr): finché è esistita, era la Regina della Resistenza Urbana.

Età dell’Oro

Familia

Resistenza Urbana

Yellow and Blue

(La prima foto del post è di Andrea Boscardin / MICRO)

Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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