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Carlotta Petracci / Studio White

10 minuti 1816 parole

Ogni giorno racconto storie, come farebbe un moderno cantastorie digitale. Intervista a Carlotta Petracci, Studio White. Entra in contatto con Carlotta

Parole: 1840 | Tempo di lettura: 6 minuti

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Carlotta, cesenate di nascita e torinese d’adozione, a poco più di 30 anni è direttore creativo dello Studio White – da lei fondato a 27 anni – e regista. Carlotta ogni giorno racconta storie, proprio come farebbero dei moderni cantastorie digitali e ciò che più la appassiona del suo lavoro è “il fatto di buttarsi con tutte le energie in un’impresa, lanciare il cuore oltre l’ostacolo per riuscire a realizzare il proprio sogno”. Alle fughe oltreconfine preferisce restare nella sua Italia, dove le storie migliori possono ancora accadere ed essere raccontate.

Carlotta, qual è la tua storia?

Sono nata in provincia, a Cesena. Con la Romagna ho sempre avuto rapporto più che fisico, immaginario: per me rappresenta un altrove lontano. Un luogo da cui traggo ispirazione ma che ho sempre cercato di vivere poco, per preservare quel particolare sentimento di esilio e ricordo nostalgico che tanto mi emoziona, spingendomi a raccontare. La città in cui invece sono cresciuta è Milano. Mi ci sono trasferita a diciotto anni per studiare e mi ha radicalmente cambiata, rendendomi profondamente urbana, riempiendomi di un’infinità di interessi. In tutte le mie storie sono presenti argomenti, riflessioni o cose conosciute in quella città. E poi c’è Torino, la città in cui attualmente vivo e lavoro. Torino, sperimentale e avanguardista rispetto all’Italia, è stata l’inizio concreto di tutto. Volendo restituire con una metafora che cosa ha rappresentato per me, è la mia terra, non nel senso di luogo dove sono nata, ma dove mi sono fermata per costruire.

Di cosa vi occupate nello Studio White?

White è una boutique creativa con un forte orientamento allo storytelling e al visual design. Magazine, video, documentari, fotografia, blogging, social media: quello che facciamo ogni giorno è raccontare storie. Per me rappresenta il punto di incontro tra tutti i miei interessi e quel bisogno di narrare e cambiare che mi contraddistingue. La cosa bella del raccontare infatti è che si ricomincia sempre daccapo. E in White tutti siamo onnivori, desiderosi di esperienze e alla ricerca sempre del nuovo.

Quando e come hai deciso di fondare questo studio?

Nel 2006 dopo aver studiato design a Milano mi sono trasferita a Torino.  In quel momento avevo bisogno di una nuova spinta proiettiva, e Milano, che per più di sette anni mi aveva stupito e coinvolto, era diventata improvvisamente grigia. Così da un giorno all’altro me sono andata. Arrivata a Torino ho trovato una realtà in fermento, soprattutto da un punto di vista creativo. C’erano le Olimpiadi e la città era viva, come se si fosse improvvisamente svegliata da un lungo sonno. Ho aperto lo studio senza pensarci troppo su. I primi lavori sono capitati in maniera abbastanza rocambolesca. Lavori fotografici, che si sono trasformati di lì a poco in direzioni creative, semplicemente chiacchierando, manifestando quella visione che forse non sapevo neppure di avere. E poi c’è stato il salto, nel 2009: il primo progetto editoriale. Quello invece ho proprio scelto di farlo, imparando da zero come si faceva e si scriveva una rivista. Una fatica immane! Notti insonni accompagnate da kebab, che hanno dato persino l’idea per la prima infografica: “Mc Doner’s vs Mc Donald’s”. Mi ricordo ancora il titolo! Fatto questo primo salto poi è cominciato tutto. Fare una rivista è stato entusiasmante e proprio attraverso questo progetto, l’idea del raccontare è diventata l’elemento distintivo di White.

Chi sono i vostri clienti tipo?

Essendo una piccola boutique creativa andiamo alla ricerca di clienti affini a noi, per dimensione, struttura e contenuto. Da un punto di vista imprenditoriale, lavorando in Italia, ci si deve piacere. E si devono anche condividere la voglia e la curiosità di sperimentare.
I brand che seguiamo (aziende, editori, associazioni, scuole o anche singole persone) hanno delle caratteristiche ricorrenti, pur spaziando dal food, al lifestyle, al design, all’editoria: sono tutti molto freschi e ricchi di contenuto. In questi anni ci è capitato di lavorare con aziende molto grandi o multinazionali, è una bella sfida, ma l’aspetto molto handcrafted delle nostre idee e dei nostri progetti, penso venga maggiormente valorizzato da realtà diverse, in grado di comprenderlo nel profondo. Facendo un esempio concreto, stiamo lavorando molto con Luca Montersino, vera e propria star della pasticceria italiana e l’attività di content marketing che stiamo facendo sulla sua pagina Facebook prevede la produzione di tantissimo contenuto e creatività.

Ti piace definirti una cantastorie digitale. Che tipo di storie racconti?

Mi piace sperimentare. Cercare e mixare sempre nuovi linguaggi, sia nei progetti che realizzo per i brand sia in quelli personali. Passo dalla fotografia al collage, dalle nature morte alle manipolazioni digitali, da google street view alle polaroid, dalle app dello smart phone, al reportage più classico, fino al 3D. Per me il visivo è come uno spazio sconfinato a metà tra artigianale e digitale. Mi faccio contaminare un po’ da tutto, dal cinema, dalla moda, dal design, dall’arte, dal teatro, dalla musica. Immaginari moderni e freddissimi, mondi meccanici, culture lontane come l’Africa, il medio oriente, il Giappone più pop, rientrano tra le mie references culturali preferite. Cultura alta, bassa, mode street: molti di questi argomenti sono diventati storie per me, soprattutto indipendenti. Quando faccio storytelling per i brand mi faccio portatrice di valori molto positivi. Storie pionieristiche, visioni ottimistiche della realtà e del futuro. Il mio obiettivo è dargli un’anima e avvicinarli alle persone. Mentre quando produco progetti miei, mi lascio affascinare da storie più opache. C’è sempre una componente affermativa nei protagonisti, però le loro storie essendo reali (perché i documentari sono stati fino ad oggi tra le mie principali produzioni indipendenti) sono meno lineari e i loro sentimenti più incerti. Vado sempre alla ricerca di storie, che per quanto piccole e quotidiane, abbiano la capacità di catturare l’immaginazione.

Cosa siginifica per te raccontare storie?

Nella mia vita privata come in quella lavorativa le storie rappresentano un momento di grande emozione. Non tutte certamente. Certe volte capita di raccontare bene ma con distacco, altre invece ci si predispone a vivere un’esperienza totalizzante. Se ne esce anche stremati. Non solo per la fatica concreta del raccontare (il montaggio spesso consuma!) ma anche perché l’identificazione è così profonda, che scavalca lo schermo entrando nella vita. È bello quando le storie dei tuoi personaggi si mescolano alle tue giornate, lasciandoti quello strano ricordo misto.
Raccontare è un intreccio di vita vissuta e di vita degli altri. E io non posso farne a meno.

Come si fa ad essere imprenditori di se stessi?

Senza dubbio bisogna considerarsi un progetto. Non è facile da comprendere, ma occorre sviluppare quella capacità, anche un po’ schizofrenica, di guardarsi dall’esterno. Fino a quando sono stata il centro dei miei pensieri ho sviluppato solo incertezze. Cercavo la mia strada,  ma non sono riuscita ad essere un buon imprenditore. Né di me stessa né per gli altri. Per molto tempo ho sbagliato domande. Chiedersi “chi sono, cosa mi piace, che cosa voglio” fa venire le vertigini. Essere dei buoni imprenditori invece è una scelta molto più strategica, bisogna semplicemente definire il “cosa faccio, come lo faccio, come lo comunico“. E naturalmente chi voglio raggiungere. In ogni storia c’è una struttura, che rimane invariata, perché ciò che cambia è la trama. È lì che la nostra vita personale e immaginifica incontra quella imprenditoriale, permettendoci di sviluppare una visione che ci distingue e ci orienta nelle scelte. È il momento più bello.
Poi vabbè, ci sono i numeri. E pure quelli ci devono piacere, altrimenti meglio cambiare strada!

Mi soffermo un attimo sul tuo documentario “Goodbye Hollywood”, in cui hai raccontato di Fabio&Fabio, due registi italiani che volevano fare un film di fantascienza e ci sono riusciti. Storia molto interessante perché non sono stati loro ad andare a Hollywood ma è stata Hollywood a volerli e, nonostante il richiamo dell’American Dream, hanno avuto il coraggio di non adeguarsi alle richieste di un mercato intenzionato a stravolgere un lavoro di dedizione e sacrifici durato 6 anni in cambio del successo. Loro hanno saputo dire di no: creativo sì, #coglioneNo appunto. Perciò sono rimasti in Italia e sono andati avanti, continuando a fare ciò in cui credono. Alla luce di quanto emerso da questa storia (e in base alla tua esperienza) che consiglio ti senti di dare a dei giovani in crisi, che faticano a trovare la propria strada?

Quando ho scelto di raccontare la storia di Fabio&Fabio sapevo che avrebbe colpito. C’era tutto: il sogno americano, la periferia di una grande città, una nuova generazione alla ricerca della propria identità, la fantascienza. Il più spettacolare dei generi cinematografici. Quello che però distingue Goodbye Hollywood dalla storia vera dei suoi protagonisti, è che il documentario rappresenta il mio punto di vista sulla realtà, il messaggio che volevo trasferire, non la loro storia per intero. Ricordo che tra me e Fabio Guaglione ci sono state giornate di discussioni, chat di facebook infuocate, messaggi su what’sapp e tanti ‘caffè filosofici’, come ci piace chiamarli. In sintesi non eravamo proprio d’accordo, né sul titolo né sul finale, né probabilmente su tutto lo svolgimento! Però come tutti i narratori io avevo in mente la mia storia e tra tutto quello che mi è stato raccontato ho operato la mia ricostruzione. Ho scelto di dire no a Hollywood e di chiudere con un finale che apriva.
Ho bucato lo schermo. Ci abbiamo creduto tutti! Perché avevamo bisogno di farlo.
Nel mentre la vita di Fabio&Fabio è decollata di nuovo verso nuovi sogni e produzioni! Se penso che il titolo originario doveva essere “Sono solo film” e nascondeva tutt’altro tipo di messaggio sul significato della vita e delle esperienze, beh allora il consiglio alle giovani generazioni in crisi credo di averlo dato .

Il progetto di cui vai più fiera?

Ci sono progetti belli e progetti che ti cambiano la vita, dandoti la possibilità di guardare la realtà da una prospettiva che non ti saresti aspettata. È quello che mi è successo quando ho realizzato Clash or Dialogue. È stato il primo dei miei progetti cross-mediali. Un magazine, un blog, una pagina di facebook, un evento, articoli e testimonianze video raccolte sul tema dell’identità. Realizzato in occasione della XV Conferenza di Ilga Europe a Torino, Clash or Dialogue doveva raccontare il mondo lgbt alle persone della strada, abbandonando tutti gli stereotipi. Più di cento interviste, pareri a confronto, forse anche scontri immaginati. Tutto in nome di un’unica domanda: Chi sono io?

Altre idee che ti frullano per la testa?

Dopo essermi concentrata negli ultimi due anni nella produzione di documentari mi è venuta voglia realizzare il mio primo short film. Affascinata dalla Leggenda di Kaspar Hauser di Davide Manuli e con uno sguardo sempre rivolto a Refn e in particolare a Bronson, ho immaginato di raccontare la storia di Samarcanda in un’opera abbastanza di confine: tra cinema, teatro e video installazione. Il titolo sarà Samarra (con riferimento al racconto originale di John O’ Hara: “Appuntamento in Samarra”) e si tratterà di un’allegoria sull’ineluttabilità del destino, ambientata nella profonda provincia italiana.

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Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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