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26. Chiara Izzi

6 minuti 1138 parole

La voce non basta per fare la cantante. Ce lo spiega Chiara Izzi

Chiara, tu sei una cantante jazz. Quando hai capito che sarebbe diventata la tua strada?
L’ho capito a seguito di un’esperienza di studio e di esibizioni live all’estero, per la precisione in Belgio. In quell’occasione avevo diciotto anni appena compiuti e mi presentavo in un contesto musicale internazionale con la mia prima band, ”The Monkey’s”. Era una band tutta molisana con cui ho avuto il piacere di condividere le prime emozioni legate alla musica, quelle più entusiasmanti, di quando sei agli inizi e qualsiasi nuova scoperta è ai tuoi occhi inspiegabilmente straordinaria, pura, autentica! Attraverso questo meeting improntato sul jazz ho avuto l’opportunità di condividere musica con un sacco di musicisti provenienti da varie parti del mondo e le forti sensazioni provate a seguito di questo scambio culturale hanno incentivato in me il grande desiderio di perseguire la strada della musica come professione.

Nel 2011 ti sei classificata prima al Montreux Jazz festival e sei stata premiata da Quincy Jones. Ci racconti quell’esperienza?
Si è trattato anche in questo caso di un’esperienza abbastanza sconvolgente! In primo luogo perché ancora una volta, ho avuto occasione di condividere e scambiare musica con cantanti provenienti da tutto il mondo sebbene tutti noi ci trovassimo in un contesto molto competitivo. Inoltre, grazie a questo importante riconoscimento e soprattutto grazie alle parole di incoraggiamento di Quincy Jones, è cresciuta in me una grande voglia di osare, di realizzare gran parte delle idee musicali che mi passano per la testa. In altri termini, questa esperienza ha innescato in me una crescita umana e musicale feroce e mi ha dato gli strumenti per proseguire il mio percorso artistico con maggiore serenità e sicurezza.

E a luglio dell’anno dopo sei salita di nuovo su quel palco. Ma stavolta non eri una competitor: ti sei esibita in un concerto al fianco di altri grandi della musica (Bob Dylan, Alanis Morissette, Chris Cornell… solo per citarne qualcuno)
Sì, esatto. Sono stata chiamata ad aprire il concerto del grande Paco de Lucìa e mi sono esibita in una sala da concerto da mozzare il fiato, su un palco gestito da una macchina organizzativa impressionante in termini di efficienza e rispetto per la musica, e di fronte a un pubblico numericamente indecifrabile. Inutile nasconderti che prima di salire sul palco avevo tremori dappertutto e mi sentivo una grande responsabilità addosso. Poi, giunto il momento dell’esibizione, l’adrenalina, unita alla voglia di divertirmi e di trasmettere emozioni ha preso il sopravvento su tutto il resto!

Poi a settembre sei partita per New York…
Partire per New York è stata un’esigenza piuttosto normale se penso che sin da quando ho iniziato con la musica, avvertivo questo spostamento come necessario ai fini di una crescita musicale ulteriore. In un certo senso, ho sempre visto New York come una meta “obbligata”, indirizzavo parte dei miei risparmi verso questo obiettivo e poi sono partita per davvero. Una volta lì, e dopo il senso di smarrimento iniziale mi son fatta contagiare dalla grande voglia di fare delle molte persone che come te sono lì per raggiungere i propri obiettivi e vederne i risultati. Sono stata solo tre mesi ma ho vissuto questo periodo molto intensamente,
praticando la lingua, suonando e ascoltando concerti in alcuni di quei locali che prima di andare a New York vedevo soltanto su internet, avendo la possibilità di stare a contatto con una realtà che è in grado di accelerarti le idee nella testa offrendoti tante e diverse modalità per realizzarle.

E in Italia come vanno le cose? È noto a tutti che la maggior parte delle volte grandissimi talenti non hanno la visibilità che meriterebbero e capita spessissimo che siano più apprezzati oltre confine. In base alla tua esperienza, credi si possa ancora sperare nel mercato italiano o l’unico modo per farcela è “scappare” all’estero?
Pur riconoscendo l’esistenza in Italia di una difficoltà abbastanza generalizzata per la realizzazione lavorativa di tanti validi giovani, non mi sento di dire che le difficoltà si trovino solo in Italia. Credo che il momento storico richieda un po’ ovunque spirito di adattamento e flessibilità in molti settori, compreso quello artistico, dato che non esiste più un ordine preciso e garantito per fare carriera. Senza permettermi di generalizzare per altri settori, nel campo artistico trovo però che in Italia manchino in primo luogo le opportunità di lavoro che altrove sono di gran lunga numericamente superiori. Di conseguenza, le opportunità lavorative più appaganti sono poche, non accessibili a tutti e questo genera malcontento. La sostanziale differenza che noto all’estero risiede in una maggiore facilità di lavoro continuativo nel tempo se si è bravi e competenti e quindi maggiori occasioni di fare carriera in tempi non lunghissimi.

Qual è il segreto?
L’impegno e la fatica da investire. Sono gli stessi, sia in Italia che all’estero. Anzi, all’estero proprio perché si è in terra straniera, nella fase iniziale lo spirito di sacrificio è maggiore e costante. Sinceramente non credo che l’unico modo per farcela sia “scappare” all’estero, ma sono senz’altro convinta che se ci sono i presupposti e soprattutto se c’è il desiderio di partire, bisogna assecondare questa pulsione. In questo modo ci si può mettere alla prova e verificare se davvero partire è stata la scelta giusta.

E ora, a cosa ti stai preparando?
A marzo sarò di nuovo a New York per esibirmi all’Apollo Theater a seguito di un’audizione andata a buon fine. Sto lavorando all’uscita del mio primo lavoro discografico da leader e conto di realizzare concerti in Italia e all’estero con gli eccezionali musicisti che hanno condiviso con me il lavoro in studio. Inoltre, sto dedicandomi alla composizione e alla scrittura di brani non solo nel campo jazzistico.

Chiara, tu sei fortunata perché la natura ti ha donato una splendida voce, ma hai anche lottato e faticato tanto per arrivare a questi traguardi. Cosa consiglieresti a un giovane che condivide la tua stessa passione e vorrebbe farla diventare una professione?
Senza dubbio, avere una forte passione in qualcosa incrementa le possibilità di ottenere dei risultati, è un fuoco che si alimenta quotidianamente senza eccessivi sforzi. In base alla mia esperienza, posso aggiungere che la passione va accompagnata da altrettanta dedizione quotidiana in termini di studio, e soprattutto di curiosità verso tutto e in particolare verso ciò che ci è estraneo, per capire ancora meglio ciò che ci appartiene e farlo nostro con maggiore consapevolezza. In altri termini, il consiglio che sento di dare è quello di mettersi sempre in discussione, a rischio di commettere errori per poi avere sempre più chiara in testa la meta da raggiungere.

Un’ultima domanda. Sei felice?
Sinceramente non so dirti se sono felice in questo momento, però mi sento fiduciosa e questo mi fa stare bene.

Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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