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Cristiano Berto

12 minuti 2360 parole

Bisogna provare ad indossarla per poterla capire. Lo dicono i suoi clienti giapponesi. Intervista al progettista di moda Cristiano Berto

Cristiano, qual è il tuo lavoro?
In teoria, dovrei essere uno stilista, ma mi definirei più un progettista, infatti la mia attività consiste nel costruire passo dopo passo una collezione o un progetto grafico destinato all’abbigliamento, dall’idea iniziale fino anche alla comunicazione del prodotto che ne trae ispirazione.
Una funzione un po’ diversa da quella di stilista. Una figura che al giorno d’oggi potrebbe essere incompleta perché molto spesso lo stilista non ha perseguito quella ricerca finalizzata a “sporcarsi le mani” imparando dalle figure che lavorano accanto a lui nelle varie funzioni, mentre questo invece per me è l’elemento fondamentale di un percorso professionale nella moda. Credo che la cosa più importante nel lavoro sia imparare da chi svolge altre funzioni connesse alle tue, condividere le idee e valorizzarle, acquisendo svariate specializzazioni.
Un esempio per me è stata la grafica applicata al prodotto abbigliamento: spesso demandata esternamente, ma per me elemento fondamentale che bisogna sapersi fare “in casa”.

Leggo che sei arrivato alla moda partendo da studi tutt’altro che attinenti. Quando e perché hai deciso di lavorare nel fashion system?
Si, vengo da studi di disegnatore meccanico, una scuola professionale destinata a formare personale per il settore della carpenteria e quindi non legati al mondo della moda. La decisione di lavorare nel settore della moda nasce sulla base di due fatti.
Il primo è che durante il percorso scolastico della mia gioventù, quindi i primi anni 80, sebbene mi dedicassi con molta cura allo studio passavo molto tempo a studiare minuziosamente una rivista che mi piaceva moltissimo, Per Lui della Condè Nast, che ebbe vita breve ma era davvero ben fatta (oserei dire per certi versi anticipatrice di moltissime attuali tendenze attuali come il Preppy e lo stile dell’Ivy League) e sognavo letteralmente tutti quei prodotti meravigliosi che non potevo permettermi: erano i tempi in cui le firme italiane erano veramente italiane e la qualità traspariva in ogni dettaglio, ogni designer seguiva il suo stile e la sua filosofia e dove riuscivi a distinguere i vari marchi… che oggi sembrano davvero tutti i uguali e di italianità è rimasto purtroppo ben poco. Era ovvio che ne rimasi fortemente influenzato.
Devo dire che quella rivista mi permise di costruire nella mia mente un sogno e di poter poi muovere tutti i passi necessari per immaginare come si sarebbe realizzato, anche se a quel tempo non ne ero conscio perché tutto avveniva in background.
Passavo anche molte domeniche pomeriggio nelle città di Padova e Mestre a guardare le vetrine dei negozi, il tutto mentre i miei coetanei si divertivano in discoteca o a elaborare motori!
Per inciso, facendo un salto in avanti, la discoteca la scoprii infatti un po’ più tardi, quando iniziai a lavorare come assistente designer e diventò in effetti una passerella dove cominciai a sperimentare tutte le mie idee di stile insieme a mio fratello. Ricordo ancora che si viveva tutta la settimana attendendo la domenica sera per apparire nel club vestiti per attrarre l’attenzione. In questo devo dire che Londra fu poi fondamentale in quegli anni: i video che arrivavano di gruppi come ABC, Curiosity Killed the Cat o Mantronix erano la nostra bibbia di stile.
La seconda è diretta conseguenza di questo primo fatto e ci fa tornare nuovamente ai tempi della scuola. Mia madre aveva un piccolo negozio di merceria e vedendo questo mio interesse per la moda mi spinse a frequentare un corso alla Stibam di Treviso, storica scuola di formazione per sarti e modellisti.
Ai tempi la cosa era quasi un passatempo e comunque non avevo intenzione di usare quell’opportunità per fare il designer, ma la passione del direttore della scuola, una persona con una esperienza sartoriale eccezionale, mi conquistò e da li iniziai a pensare che forse più che ai bulloni e alle viti dovevo pensare ad ago e filo… o quanto meno a carta e matita.
Nel 1985 inizia il mio percorso come assistente in un piccolo studio stilistico della mia zona al quale avevo inviato una serie di disegni di camicie da uomo (altra mia grande passione) fatte durante le notti insonni del servizio militare… e da li è partito tutto. Il primo lavoro: disegnare scudetti in feltro per delle giacche Preppy Style da bambino.

C’è stata una persona che più di altre è stata di esempio per te?
Nella vita senz’altro i miei genitori che mi hanno insegnato a fare sempre tutto con grande coraggio e forza di volontà, a superare ogni difficoltà con le mie forze, credendo sempre in me in me stesso.
Sono stati esempi odierni di questo per tutta la loro vita e senza questi esempi certamente in momenti molto duri, come quello in cui stiamo vivendo oggi avrei fatto più fatica ad andare avanti nei miei progetti e nel realizzare le mie aspirazioni.
Nel lavoro, invece, devo dire che un esempio di professionalità e metodologia lo ebbi lavorando con Paolo Albertoni, un designer per il quale fui assistente durante il periodo 1989-1991, che mi diede veramente la possibilità di esprimermi, che credeva in me e che mi ha insegnato molto; un designer
che già ai tempi sperimentava moltissimo e lavorava con filosofie di ricerca attualissime partendo dal vintage e inventando veramente delle cose nuove, sia nei tessuti sia nello stile.
Vivevo in una camera di una pensione senza bagno, mangiando scatolette di tonno e cracker, ma volevo fare esperienza. Penso che il valore di quanto appreso in quegli anni sia stato inestimabile, una ricchezza tecnica incredibile!

Parlaci di 1ST PAT-RN, di quali difficoltà hai dovuto superare nel processo di creazione e qual è la filosofia alla base del brand?
Nel processo di creazione devo dire che le difficoltà sono focalizzate soprattutto nella parte produttiva e burocratico/amministrativa perché la creatività è, come dire, fluida. Non mi rendo neppure conto della fase progettuale perché 1ST PAT-RN è un’idea di prodotto che è insita in me, quindi quando disegno il tutto esce in modo immediato e diretto. Lavoro spesso di sera a ore tarde dove sono maggiormente creativo e tranquillo. Bevo un caffè. Ascolto musica. Sto col
mio cane Ziva… è la parte più bella del lavoro, ma dura poco purtroppo.
La gestione della parte burocratica e organizzativa è più difficile, perchè tutti gli altri ingranaggi che si muovono dopo il disegno hanno tempi difficili da coordinare. A volte alcuni fornitori sono poco coerenti con il rispetto degli accordi presi o tendono a essere diffidenti e poco collaborativi con una nuova impresa nata da poco.
Poi ci sono gli aspetti tecnico/costruttivi della collezione, altro aspetto delicatissimo, ma nel mio caso sono seguiti da Alessio, mio fratello, che segue la parte modellistica del progetto e ha creato il fit delle giacche 1ST PAT-RN che è uno dei punti di forza del progetto, Alessio è un elemento del
team fondamentale per esperienza e conoscenza e mi ha guidato a gestire anche questi aspetti.
Parlando invece della filosofia alla base di 1ST PAT-RN, beh è molto semplice e la riassumo con due parole: eleganza e comodità. Da un punto di vista costruttivo ho lavorato per inversione rispetto a certi stilemi dell’uso della maglia intesa come felpa o evoluzioni della stessa.
Mi spiego: alcuni hanno pensato alla felpa come tessuto comodo o sportivo e lo hanno declinato nella giacca su forme destrutturate e/o confezionate in modo molto economico rendendole cheap, o peggio molto tradizionale con la conseguenza di ingessare la giacca stessa facendone perdere la logica di abbinamento tessuto-modello. Io ho deciso di seguire un altro paradigma, ovvero quello di provare a realizzare la giacca, che è da sempre il mio capo base nella vita di tutti i giorni, partendo da un tessuto nuovo, il Cavalry Jacquard, realizzato da un’azienda specializzata nel mio territorio, tessuto di difficile realizzazione e ancor più difficile lavorazione, nonché molto costoso ma che restituisce una mano più ferma e stabile della felpa. Provando a costruire la giacca in modo il più possibile sartoriale, eliminando ogni struttura rigida e utilizzando solo un jersey grezzo come supporto, mantenendola quindi leggera e morbida ma nello stesso tempo strutturata.
Ecco che nasce una giacca che permette di essere eleganti, impeccabili, con bottoni in vero corno, cuciture accurate, dettagli funzionali e una linea che segue il corpo, slim e asciutta ma non aderente (non sono un seguace di quello stile che vede oggi gli uomini vestiti con capi sempre più stretti e attillati) ma nello stesso tempo permette di sentirsi comodi e rilassati: alla sera non si sente il peso della giacca sulle spalle.
In tal senso io credo che si sia raggiunto un interessante punto di partenza per un nuovo concetto di giacca che sembra simile a cose già viste, ma che, come dicono i miei clienti giapponesi: “bisogna provare a indossare per poterla capire”. Una cosa che mi riempie di orgoglio.

In quale misura talento e forza di volontà si equivalgono per la realizzazione di un proprio marchio?
Direi che ci vuole una buona dose di entrambi. Il talento è necessario perché quando si lavora per un cliente si deve sapere
essere guidati da una personale predisposizione: non si può lavorare in questo settore senza un po’ di talento.
La forza di volontà è fondamentale perché il percorso è difficile, estenuante e spesso così duro da farti perdere le speranze, quindi avere una forza interiore che ti spinge avanti è importantissimo.

Qualcuno ha detto: “La creatività deriva dalla conoscenza” e tu parli spesso appunto di conoscenza, gavetta, cultura, ricerca… Che consigli daresti a chi voglia lavorare in questo campo?
Il mio consiglio è quello di avere una mente aperta, non vivere di idee preconcette, studiare tanto e studiare tutto: non solo il tema che piace ma anche e soprattutto tutto quello che non piace o che non si sente magari al momento. Molti giovani che cercano una collaborazione si stancano subito perché faccio loro disegnare tasche di camicia per settimane intere. Quando chiedevo la ragione del loro abbandono mi veniva sempre risposto che loro volevano disegnare “alta moda” o altre cose del genere, non erano aperti, non erano curiosi… ho sempre pensato che il percorso sarebbe stato molto più difficile per loro.
Credo che sia sbagliato fossilizzarsi su un unico concetto. Specialmente agli inizi, si deve invece costruire la propria conoscenza guardando tutto, osservando tutto, seguendo tanti mondi diversi: è fondamentale. In pratica è come se si dovesse creare un database mentale dove mettere dentro a tante caselle le cose che ci colpiscono e sapere che un giorno le utilizzerai. Oggi tra l’altro con la Rete è facile fare questo tipo di catalogazione, ai miei tempi si faceva tutto con le riviste, i libri, le foto e tante ricerche in mezzo ai capi vecchi e tutto finiva in cartelle di manilla che a seconda del colore identificavano il tema. Adoro la Rete e la uso moltissimo perché mi da un potere incredibile, impensabile ed emozionante, nello stesso tempo la mia biblioteca si arricchisce continuamente di libri e di cartelle di manilla colorate.

Dici che le esperienze sono fondamentali, quali per te sono state imprescindibili negli anni di formazione?
La prima l’ho citata prima ed è stata l’esperienza con Paolo Albertoni. Poi senz’altro quelle fatte a seguire di quel lavoro, nei primi anni ’90, quando decisi di provare a fare il freelance, ero inesperto e feci molti errori perché davo tutto me stesso sul lavoro creativo, dimenticando completamente però tante altre cose e dovetti tornare presto a fare il dipendente, per riprendere a imparare, fino a che, nel 1999, non ricominciai a fare il consulente, questa volta ben conscio di tutti gli aspetti che questo comportava. L’esperienza mi servì a capire che fare un’attività in proprio richiede anche un certo tipo di capacità organizzativa. Un’altra cosa: da soli non si fa nulla.

Citi spesso il Giappone come punto di riferimento per i valori che consideri necessari, quando ci sei andato la prima volta? Per diletto o per business?
Ah, il Giappone, uno dei miei punti fermi, sia come cultura, sia per gli aspetti legati al lavoro, che quelli inerenti alle mie passioni personali come il mondo dello stationery ad esempio, una mia fissazione che a Tokyo trova ampio sfogo.
In Giappone, sembra incredibile, ma ci sono stato per la prima volta solo tre anni fa, per business, ma anche un po’ per diletto. Ho sempre lavorato moltissimo e i viaggi per me sono sempre stati un aspetto molto difficile da soddisfare, perché facendo tutto da solo non ne avevo materialmente il tempo, tante volte quindi ho unito un viaggio di lavoro a una breve vacanza,
visto che una vera vacanza ormai non la faccio da più di dieci anni, così è stato per il primo viaggio in Giappone.
Il Giappone rappresenta esattamente i valori in cui credo: coerenza, pragmatismo, creatività svincolata da logiche meramente commerciali, onestà, correttezza e coraggio di fare cose nuove.
Oggi la clientela di 1ST PAT-RN è soprattutto in Giappone e credo che si chiuda così un cerchio.

Raccontaci di un progetto che hai realizzato a cui tieni molto.
Beh, oltre a 1ST PAT-RN che per ovvi motivi è il sunto di tante esperienze mi sento di dire che tengo molto al lavoro che nel 2000 svolsi per il marchio Jacob Cohën per il quale disegnai il famoso logo della “J” diventato oggi un’icona e che seguii in molti aspetti dell’immagine del prodotto in collaborazione con il fondatore del brand fino all’anno scorso.
È stato un altro dei casi in cui ho potuto vedere che il sogno di un bravo imprenditore può diventare realtà, se perseguito con costanza e una chiarezza di idee scevra da logiche commerciali fini a se stesse e uno dei lavori in cui sono stato riconosciuto e rispettato nelle mie idee creative.

Puoi darci una piccola anticipazione sui tuoi prossimi lavori?
Per quanto riguarda 1ST PAT-RN penso che la collezione per la P/E 2014 che presenteremo a giugno in occasione del Pitti Uomo sarà un bel passo avanti, perché la ricerca che stiamo facendo io, Silvia (la mia compagna) e Alessio ci sta entusiasmando già adesso e ci sta dirigendo verso un ulteriore visione della giacca, che per la P/E 2014 porteremo anche nella donna.

1ST PAT-RN

Irene D'Agati

Intervista a cura di Irene D'Agati

Ama l'odore dei vecchi libri, ma è una tech lover. Le piace definirsi fashion geek. Il suo blog è www.nonsoloborse.net

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