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Davide Pizzigoni

5 minuti 810 parole

Dove vivono gli architetti? La risposta scopre i frammenti delle loro biografie. Intervista allo scenografo Davide Pizzigoni

Parole: 803  Tempo di lettura: 3 minuti

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Salone del Mobile 2014. “Dove vivono gli architetti?” è un’installazione multimediale composta da otto blocchi, otto come le case degli architetti che Davide Pizzigoni e la sua  co-autrice Francesca Molteni sono andati a visitare, per raccontarle ricreando un’esperienza fisica ed interattiva per il pubblico. Shigeru Ban, Mario Bellini, David Chipperfield, Massimiliano e Doriana Fuksas, Zaha Hadid, Marcio Kogan, Daniel Libeskind e Studio Mumbai/Bijoy Jain. Attraversare le stanze di ogni casa, assistere alla narrazione dei luoghi e degli incontri, attraverso più media e diversi sensi. Attraversare lo spazio fisico come elemento di interattività: è il pubblico che decide in quale punto soffermarsi, guidato da una traccia sonora o visiva che lo attrae.
Scoprire che le case degli architetti, come quelle di tutti, sono l’estensione della propria biografia.

Davide, parlami di te.

Mi sono laureato in Architettura e sono scenografo teatrale. Inoltre, nel 1995 ho disegnato le linee seta e cashemire di Bulgari e una linea di porcellana . Nel 1999 compio il “Signing promotion Tour”, per mostrare le collezioni di porcellana disegnate per Bulgari in diverse città del mondo: Dallas, Chicago, Atlanta. Credo che l’interdisciplinarietà sia la chiave del lavoro di oggi, un’esigenza contemporanea. Tutto si lega quando il tuo impiego  ha a che fare con la creatività.

Come hai declinato l’interdisciplinarietà nel tuo lavoro?

La co-autrice Francesca Molteni, la curatrice con cui ho lavorato alla realizzazione, è filosofa e regista. Abbiamo unito le nostre competenze, abbiamo tratto tutte le informazioni utili da ogni settore in cui avevamo competenza. Così abbiamo creato l’installazione multimediale “Dove vivono gli Architetti” in cui video-interviste agli architetti, foto e riprese delle loro case, vengono proiettate all’interno dei racconti fisici delle loro abitazioni. Anche la colonna sonora di ogni luogo è stata composta secondo le nostre richieste. Un lavoro composto da diversi livelli e tenuto insieme da una regia, un ragionamento che si districhi tra le diverse informazioni, così da rendere il rumore una melodia.

Come avete lavorato?

Raccontando il loro processo creativo per frammenti. Quando si crea, c’è un momento istintivo ed uno intellettuale. È come mettere su un tavolo tanti colori diversi, partire da un’ intuizione a cui seguirà la razionalizzazione dell’insieme. Siamo andati a scovare le tracce meno evidenti. Nella propria casa è molto facile lasciarsi andare alla rappresentazione di sé, secondo la quale uno vuole mostrarsi come vuole e non per come è. Invece siamo andati a vedere negli angoli, nei vuoti. Occorre cercare gli indizi per capire cosa c’è dietro, scoprire il loro segreto. Abbiamo trovato gli elementi di partenza e li abbiamo ricomposti a modo nostro, cercando un’interpretazione personale. Ogni casa parte da uno spunto, un’intuizione scaturita dagli spazi visitati.

Il filo conduttore nella scelta degli architetti?

La differenza. Abbiamo selezionato visioni di abitare molto diverse. Da Kogan di São Paulo in Brasile a Bijoy Jain dalla lontana Mumbai.

Il filo conduttore che ha legato la costruzione dei diversi racconti?

Il principio creativo che c’è alla base dell’abitare delle persone. Nelle casa di tutti ci sono tracce visibili da scoprire, come un libro appoggiato sul mobile di cui conosci la trama. Frammenti che ti fanno ricostruire un’immagine del proprietario della casa di cui sei ospite.

Hai trovato delle somiglianze tra i lavori degli architetti e il modo in cui erano costruite le loro abitazioni?

No, l’architetto non cristallizza la fase progettuale in una sola casa. Con i suoi numerosi lavori, è andato avanti, la sua casa è già vista, la deve superare sempre, non modificarla. L’architetto è progettuale, non si blocca mai. I frammenti, invece, li butti o cambi la loro posizione.

E delle connessioni tra le storie dei singoli e le rispettive case?

Sì, Libeskin ha abitato in case diverse, in paesi lontani e afferma: “La mia casa è tutte le case in cui ho vissuto fino adesso”. Lui viene dalla Polonia, nasce nel ’47. È scappato in ogni luogo, da un periodo storico da dimenticare. In tutti gli studi delle case in cui vive c’è una sola parete rossa, una tonalità precisa di rosso: “Ral 3003”. Chipperfield al contrario, gigante dell’architettura, ma inglese, è molto controllato e tutta la sua casa è fatta di cemento armato: soffitto pareti e pavimento. L’atteggiamento è diverso, lui è un gran intellettuale.
Direi che sì, la casa dell’architetto rispecchia la propria biografia.

Avete chiesto il perché del colore rosso?

No, alcune motivazioni le intuisci senza che tu ne abbia una prova certa. Forse perché il rosso è il colore della vita. Un segno che “fa casa” e che dunque porta con sé. Lui, infatti, è molto passionale: ama la vita, gli esseri umani e la dimensione della memoria. Credo che ami profondamente le storie delle persone, ciò che le ha segnate e formate.

[L’intervista a Davide Pizzigoni continua su BoBos.it]

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Valentina Canzi

Intervista a cura di Valentina Canzi

Laureata in Comunicazione, Media e Pubblicità. Aspirante copywriter e screenwriter. Vorrebbe viaggiare per il mondo insieme ai suoi numerosi gatti.