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Emmanuel Collignon / Le Perchoir

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Cosa fa di un’anonima terrazza l’indirizzo più chiacchierato di Parigi? Intervista a Emmanuel Collignon, Le Perchoir.

parole: 528 | tempo di lettura: 3 minuti

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Parigi non è Barcellona, e così, quando si sparge la voce che un anonimo edificio dell’undicesimo arrondissement nasconde 400 metri quadri a un passo dal cielo, l’effetto è a catena. Da luglio, senza che il locale – in soft opening – abbia messo in atto una qualunque campagna di comunicazione, appollaiarsi sulla terrazza de Le Perchoir è quanto di più trendy possiate proporre ai vostri amici alla moda. Un ristorante gastronomico (esaurito fino ad ottobre) e un tetto con vista a 360 gradi sulla Ville Lumière sono la chiave del nuovo place to be parigino: da guadagnare con convinzione, meglio se prima delle 18.30, o a partire dalle 22.00 se non mangiate e non volete rimanere alla porta. L’inaugurazione ufficiale è attesa a giorni.

Emmanuel, cos’è tutto questo mistero?
All’inizio, quando abbiamo aperto volevamo riservare il posto ai nostri amici. L’abbiamo inaugurato in modo informale in occasione della festa della musica, ma ci sono ancora dei lavori da finire e per questo abbiamo preferito non fare pubblicità.

Come spieghi un simile successo a tre mesi dall’apertura?
A Parigi non esiste un posto simile! A volte gli hotel di lusso possiedono una terrazza, ma mancava un luogo accessibile a tutti. Noi volevamo aprire un posto dove le persone si sentono a proprio agio, dove non c’è ressa e l’atmosfera è cool. È anche questo il motivo della fila all’ingresso: la terrazza può accogliere al massimo 110 persone.
Siamo particolarmente soddisfatti del fatto che il successo nasca dal passaparola, è la prova che l’indirizzo piace veramente. Per il momento ci stiamo attrezzando per l’inverno, quando saremo pronti inaugureremo ufficialmente.

Ci racconti la storia di Le Perchoir?
Adrien lavorava in un ufficio al piano terra di quest’edificio. Salivamo da quella porticina a fumare, e un giorno ci siamo detti che questo posto era troppo bello per non farci nulla. Così abbiamo contattato suo zio Christophe, il nostro terzo socio. Con lui, che lavora nell’immobiliare, abbiamo presentato un progetto al proprietario dell’edificio, poi cercato un finanziamento. Dopo il rifiuto dell’Oseo (ora Bpi France, sostiene i progetti innovatori, ndr), abbiamo ottenuto un prestito dalla banca.
Quanto all’arredo, l’investimento principale è stato sullo stile del ristorante: lineare, ha un tocco di design che piace. La terrazza, l’abbiamo voluta informale: panche Ikea, sedie anni Sessanta recuperate alla Braderie di Lille, cuscini. Dalla concezione all’apertura ci abbiamo messo due anni e mezzo.

Due parole sul ristorante.
È uno dei nostri punti di forza. Volevamo proporre un indirizzo trasparente, dove sai quello che mangi. Io prima lavoravo alla catena di distribuzione Bio C’ Bon, ho imparato il valore degli alimenti: quello che facciamo qui è mettere davanti il prodotto, raccontandone l’origine, fornendo al cliente tutti gli elementi per conoscere la provenienza del caffè invece che dei pomodori o del pane.
Alcuni dicono che il costo del ristorante è alto, ma il nostro obiettivo resta di proporre un indirizzo dove chi viene non si sente derubato, dove la qualità è prioritaria. C’è posto per 60 coperti.

Siete soddisfatti?
Decisamente sì, vedremo come va. All’epoca del progetto tutti ci dicevano: “State facendo una sciocchezza!”.
E noi abbiamo aperto.

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(Le foto sono di Palmyre Roigt)

Gaia Puliero

Intervista a cura di Gaia Puliero

Vive a Parigi dove lavora per il portale di viaggio Easyvoyage. Collabora con la rivista africanista Nigrizia

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