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Eribluff

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Nei miei lavori focalizzo l’attenzione su tre aspetti fondamentali: profondità, movimento e illuminazione. Intervista a Erika Zolli. Entra in contatto con Erika

Parole: 1050 | Tempo di Lettura: 4 minuti

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Erika Zolli, in arte Eribluff, è una giovane fotografa specializzata in fine-art. Ciò che da sempre la affascina della fotografia è la possibilità di poter non solo immaginare, ma anche creare nuove realtà in grado di rivelare quell’invisibile dimensione onirica propria della natura umana. Nel suo ultimo progetto, Levitation Project, i luoghi più caratteristici di Milano – da Piazza dei Mercanti, al Castello Sforzesco, fino alla Basilica di Sant’Ambrogio – assumono una connotazione surreale e fiabesca: i soggetti sono sospesi in bolle di sapone, in una realtà magica ed extrasensoriale, ma allo stesso tempo decisamente reale, grazie a un accuratissimo lavoro di post-produzione.

Erika, qual è la tua storia?

Ho 28 anni, sono nata a Milano ma ho vissuto tutta la mia infanzia e adolescenza a Varese. Grazie all’Università, ho potuto riscoprire le bellezze del capoluogo meneghino, venendo completamente travolta dagli infiniti stimoli che questa città emana. L’interesse per la fotografia è nato durante i miei studi in Filosofia e Scienze Cognitive: ho iniziato ad applicare lo studio dell’essere umano e della sua realtà, sia conscia che inconscia, alle arti figurative. Ciò che mi ha sempre affascinato della fotografia è la possibilità, attraverso la finzione scenica, di creare nuove realtà surreali che rappresentino mondi invisibili propri dell’essere umano.

Quando hai deciso che sarebbe diventato il tuo lavoro?

La miccia, come ti dicevo, si è accesa durante il periodo universitario e ha iniziato a bruciare sempre più fino a esplodere definitivamente di ritorno da un viaggio a Barcellona dopo la laurea. Ci ho vissuto per qualche mese e lì ho scoperto tantissime realtà; in quel periodo ho conosciuto varie persone provenienti da ambienti artistici completamente diversi: musicisti, teatranti, circensi, costumisti e scenografi. È stato grazie all’intreccio di tutte queste persone che ho iniziato a fare vari reportage fotografici sui loro mondi, concentrandomi soprattutto su quella punta di surrealismo che caratterizzava il loro modo di vivere la quotidianità. È qui che è venuta a galla la consapevolezza di quale caratteristica saliente volessi dare alla mia fotografia: ricreare un mixage tra dimensione onirica e realtà quotidiana, conducendo i soggetti delle immagini a interagire direttamente con lo spazio circostante, immergendosi in una dimensione extrasensoriale. Con l’idea ben chiara di quello che volevo esprimere ho iniziato a creare nuovi progetti, grazie ai quali hanno iniziato a comparire i primi lavori su commissione, fino a far diventare questa mia passione un vero e proprio lavoro.

Sei specializzata in fine-art. Cosa contraddistingue maggiormente questo tipo di fotografia?

Fine-Art è un termine che si associa per indicare qualcosa che è realizzato per puro fine estetico ed estatico. Nel Fine-Art la fotografia è considerata una vera e propria Arte. Si parla spesso di fotografia in senso lato, senza tener conto dello scopo di un’immagine. Ad esempio un fotografo commerciale utilizza accuratamente le tecniche di illuminazione per dare al soggetto immortalato un aspetto il più realistico possibile, mentre un fotografo di fine-art può giocare con l’effetto mosso per trasmettere un’emozione. È proprio questo aspetto che contraddistingue il Fine-Art: non si tratta di descrivere la realtà, ma di emozionare colui che osserva attraverso l’immagine.

Mi racconti delle varie fasi, dallo scatto alla post produzione?

Nei miei lavori focalizzo l’attenzione su tre aspetti fondamentali: profondità, movimento e illuminazione, che mi permettono di giungere alla fase di editing nelle migliori condizioni possibili. Ma l’editing, non va inteso unicamente in termini di fotoritocco con Photoshop: le immagini della fotocamera costituiscono alle volte una materia grezza e spesso mi ritrovo a dover scegliere tra centinaia di foto, un processo di selezione che richiede una mentalità artistica al pari dello scatto. L’elaborazione svolta oggi al computer è analoga ai ritocchi effettuati nell’era della camera oscura, ma l’accessibilità della fotografia digitale ha reso le possibilità infinite e gli strumenti a disposizione molto sofisticati.

Quali sono i soggetti che preferisci fotografare?

Ho iniziato col fotografare soggetti rubati alla strada, non in posa, e immortalati nella loro spontaneità. Fin da quando ero piccola sono stata a moltissimi festival di artisti di strada, la magia che si crea intorno ai buskers mi ha sempre affascinato: è stato il perno caratterizzante dei miei primi scatti. Anche ora che son passata un tipo di fotografia in posa ricerco nelle immagini quell’elemento di magia surreale che caratterizzava le mie prime foto.

Parlami di Levitation Project. Cosa ha significato per te realizzare questo progetto?

“Levitation Project” ha preso forma in un periodo della mia vita fatto di scelte e direzioni da prendere. Il tutto è nato per gioco. L’idea della sospensione, dei corpi che levitano in angoli caratteristici della mia città natale, simboleggia l’assenza della gravità, la leggerezza del prendere la vita nel modo più estatico possibile, senza cadere nella superficialità, ma lasciandosi semplicemente cullare da ciò che ci viene incontro. Grazie a questo progetto sto avendo diverse soddisfazioni, a cominciare dalla possibilità di conoscere e collaborare con persone meravigliose.

Qualche curiosità dal backstage?

I due più emozionanti shooting che abbiamo fatto durante le varie sessioni di scatti del progetto son stati al Teatro Dal Verme e alla Galleria D’Arte Moderna; è possibile vedere i video dei backstage sul mio canale di youtube. Lavorare in questi spazi, dove si respira pura arte, e dove ci hanno dato la possibilità di muoverci nella più totale libertà, è stata di sicuro un’esperienza che mi rimarrà in testa per molto tempo.

Quali particolari curi di più quando fotografi?

Adoro i dettagli, soffermarmi sulla luce, giocare con il movimento e divertirmi a cercare ambientazioni che possano accogliere al meglio l’immagine che voglio creare.

A chi devi l’insegnamento più importante per la tua carriera? Dipende senza dubbio da moltissimi fattori: dai vari incontri che ho avuto con persone, anche non inerenti all’ambito fotografico, e con artisti che ho scoperto e che inconsapevolmente hanno influenzato la mia visione creativa.

Un consiglio a un giovane aspirante fotografo?

Consiglio quello che ogni giorno ripeto a me stessa: più si aspetta e minori sono le possibilità che succeda qualcosa, quindi mettetevi in movimento e agite.

Il prossimo progetto?

Ho due progetti in ballo. Il primo è una collaborazione con uno stilista emergente di Cantù che sta creando una nuova collezione di abiti, mentre il secondo progetto coinvolgerà uno street artist della scena italiana, ma per ora deve restare tutto abbastanza top secret e non posso aggiungere dettagli sul progetto.

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Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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