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35. Fabiana Ricca

7 minuti 1256 parole

Un attore compie un gesto e improvvisamente diventa altro da sé. Intervista a Fabiana Ricca

Fabiana Ricca è nata a Torino nel 1980, attrice e danzatrice, lavora nel teatro ragazzi come autrice e come interprete. Ha vinto le ultime due edizioni del Festival Giocateatro, una prestigiosa vetrina di produzioni per l’infanzia, nel 2011 con Onda Teatro, con lo spettacolo “Da grande”, e nel 2012 con Oltreilponte Teatro con “La Gatta Cenerentola”.

Ci racconti in breve il tuo percorso? Come, quando e perché hai scelto di dedicarti al teatro e alla danza?
Il mio incontro con il teatro è avvenuto all’università. Un giorno mentre seguivo un laboratorio pratico di drammaturgia sono rimasta profondamente colpita dalla possibilità che ha il teatro di creare qualcosa dal nulla. Un attore compie un gesto e improvvisamente diventa altro da sé, e può evocare cose anche molto lontane. E tutto questo avviene in maniera molto semplice, senza bisogno di grandi scenografie, costumi e di tutti quegli attributi a cui normalmente si pensa quando si nomina la parola “teatro”.
E’ sufficiente prendere un attore, uno spazio in cui farlo agire, un pubblico e mettere in relazione questi tre elementi. La risultante è il grado zero del teatro e spesso anche la sua essenza più alta. Ed è proprio questo aspetto che credo mi avesse colpita quel giorno all’università, seppur in maniera molto intuitiva: il fatto che con il teatro si potessero evocare e rendere visibili delle cose che non facevano parte della realtà del momento, ma che vivevano appunto dell’atto di fede che compivano insieme attori e pubblico. Una cosa unica, che è sociale e che differenzia per esempio l’esperienza teatrale da quella cinematografica. Così ho cominciato a studiare, ho frequentato una scuola, mi sono formata e sin da subito ho avuto chiaro che oltre al lavoro sulla parola, che è il nostro linguaggio comunicativo principale, mi interessava approfondire quello sul corpo, sulla danza. Perché con il movimento si entra subito in un rapporto con il pubblico più empatico, molto poco psicologico. Così negli anni ho studiato e lavorato con realtà diverse e poi ho trovato una mia sintesi nel teatro ragazzi, collaborando con Onda Teatro e poi con Oltreilponte.

Lavori con compagnie teatrali che si occupano di spettacoli per ragazzi e bambini. Ci spieghi le differenze, per chi è in scena, tra questo tipo di spettacoli e quelli per un pubblico adulto?
La differenza principale riguarda in effetti proprio il pubblico. Nell’economia di una rappresentazione teatrale lo spettatore svolge un grande ruolo: crea un ritorno per chi sta in scena, rimanda reazioni, e contribuisce nettamente, in positivo e in negativo, alla buona riuscita della replica. Gli spettatori adulti a cui siamo abituati in Italia sono indottrinati alle regole del teatro, sono educati, spesso formali. Un tempo invece, quando il teatro aveva un vero valore sociale per la collettività, le rappresentazioni erano molto partecipate: a teatro si discuteva, il pubblico era chiassoso, esultava ed esprimeva godimento o disapprovazione. Il pubblico dei bambini è così. Sono vivi, senza filtri e non hanno quell’ipocrisia che ci fa dire “bello” a qualcosa che non ci è piaciuto per niente, solo perché “costretti” dalle circostanze. Fare uno spettacolo per bambini, specie se piccoli, vuol dire avere un grande ritorno: loro ridono, hanno paura, commentano quello che accade, sono completamente immersi dentro la storia. E’ davvero molto divertente. Ma non c’è solo questo. La ragione principale che mi spinge a voler continuare a pensare a spettacoli per ragazzi è educativa, politica: rivolgersi al pubblico dell’infanzia vuol dire comunicare a dei futuri cittadini, che vanno trattati con onestà e vanno rispettati nella loro sensibilità e intelligenza. Questo è l’obiettivo che mi pongo quando vado in scena e quando partecipo alla costruzione di uno spettacolo. Credo che, da un certo punto di vista, gli adulti, me compresa, nelle loro piccolezze siano spesso irrecuperabili. Nei bambini c’è invece ancora un grande margine. Ed è su questo margine che mi piace lavorare.

Il teatro di figura: da circa due anni collabori con la compagnia Oltreilponte che mette in scena, appunto, spettacoli di narrazione con burattini e pupazzi. Ci racconti un po’ questa esperienza?
Non conoscevo quasi il teatro di figura, ma l’idea di sottrarsi come presenza attorale per dare vita a un oggetto inanimato mi affascinava da tempo, però non avevo mai lavorato in questa direzione. E non credevo che apprendere un linguaggio così rigoroso, come è appunto quello del teatro di figura, potesse essere tanto utile anche alla recitazione. Invece, lavorando a “La Gatta Cenerentola” e oscillando costantemente tra il ruolo di narratrice e quello di manipolatrice di Zezolla, l’antenata più antica della Cenerentola che tutti conosciamo, ho scoperto che dovendo trasferire la propria energia su un pupazzo inanimato si è costretti a osservare da fuori il proprio stile recitativo e a ripulirlo da molti vezzi che ci si porta dietro, spesso con poca consapevolezza. Io arrivavo da esperienze più fisiche, per esempio “Da grande” è uno spettacolo di movimento, basato molto sulla relazione, quasi senza parole, che racconta la crescita attraverso l’incontro con l’altro, con un approccio emotivo e suggestivo. Lavorare alla Cenerentola mi ha permesso di incontrare un teatro che non conoscevo, di partecipare a progetto di promozione e diffusione del patrimonio fiabesco popolare italiano, attraverso il recupero della tradizione ma con contaminazioni contemporanee, e in generale ha arricchito il mio bagaglio che ora include linguaggi diversi e differenti metodi creativi.

Attrice e danzatrice. Due discipline che hanno necessità di continuo esercizio: come si svolgono le tue giornate e quanto tempo dedichi, appunto, allo studio e all’esercizio?
Per la verità non dedico molto tempo all’esercizio. L’ho fatto durante la mia formazione e ci sono certamente dei periodi in cui sono più assidua nello studio, perché magari il lavoro che sto facendo lo richiede, come per esempio è accaduto durante l’allestimento della Cenerentola. Ma in generale sono convinta che il miglior allenamento siano proprio gli spettacoli. Proprio perché la rappresentazione, che deve essere replicabile, perché vive di questa ripetibilità, ma non è mai uguale a se stessa, fornisce a chi la esegue un’ottima occasione per sperimentare costantemente nuove idee, che sono necessarie per rendere lo spettacolo sempre vivo e che possono essere sfruttate come palestra.

Hai dovuto rinunciare a qualcosa per poter portare avanti queste passioni? Se sì, a cosa? E lo rifaresti?
Le uniche cose a cui ho rinunciato sono la sicurezza economica e le tutele contrattuali. Questo mestiere è fatto di grandi incertezze, è costitutivamente precario, senza una categoria di riferimento e soggetto a pregiudizi più o meno radicati nella mentalità collettiva, per cui non gode degli stessi diritti e garanzie che invece hanno, o è meglio dire, avevano fino a poco tempo fa altre professioni. Se a questo si sommano le politiche culturali assistenzialiste che hanno reso le singole realtà teatrali costantemente dipendenti dal contributo pubblico, l’alto livello di improvvisazione che c’è spesso dietro questa professione e la mancanza di organismi predisposti a valutare la qualità dei prodotti culturali, ecco, il panorama complessivo non è dei più incoraggianti. In particolare credo che andrebbero riformati i parametri di intervento pubblico laddove il teatro non fornisce un vero servizio culturale per la cittadinanza. Dall’altra parte questo mestiere ha molti lati positivi, l’indipendenza, la libertà organizzativa e progettuale, il forte aspetto creativo. Credo che se dovessi tornare indietro lo rifarei, ma mi munirei di maggior cinismo contro gli idealisti del teatro, che sono quelli che del teatro ne parlano con sacralità, ma che tendenzialmente non lo fanno, e contro gli statali del teatro, con tutto il rispetto per chi nella pubblica amministrazione ci lavora per davvero in maniera responsabile, che sono quelli che gestiscono la cultura come se si trattasse di prodotti bancari.

Cecilia Breoni

Intervista a cura di Cecilia Breoni

Laureata in filosofia, lettrice accanita di qualsiasi cosa, anche le etichette delle bottiglie dell’acqua al ristorante.

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