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Filippo Morgillo

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Donne, io ammattisco appresso a voi. Intervista a Filippo Morgillo (e alle sue scarpe).

parole: 1181 | tempo di lettura: 4 minuti

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Due anni di contratti a progetto e un biglietto di sola andata per Berlino preso un po’ per caso: da Vienna – dove si trova per lanciare una seconda parte dell’attività – Filippo ci racconta, in un audace collegamento skype, la sua mano di calzolaio e un’idea di produzione made in Italy assimilata anni fa, quando diciassettenne si divertiva a disegnare modelli e spalleggiava la madre, che le scarpe le faceva davvero.

Cosa ci fa un casertano a Berlino?
Ci arrivai un po’ per caso il 15 novembre 2008, con un biglietto di sola andata in compagnia di un amico. Prima lavoravo in banca. Laureato in statistica, ho accumulato per due anni una lista di contratti co.co.co fra Banco di Roma, Capitalia e, dopo la loro fusione, Unicredit.
Ad un certo punto il mio posto ha cominciato a vacillare, con possibilità di espatrio (Francoforte, si diceva) che poi caddero. Berlino mi piaceva, ci ero stato e all’epoca pareva ancora più economica di quel che può essere ora (con 700, 750 euro al mese si viveva bene): partii con il mio amico. E il tedesco? Lo impareremo, ci eravamo detti.

Non sei partito con l’idea di fare il calzolaio, insomma.
Per nulla. I primi quattro mesi ho fatto il cameriere, poi ho provato a svendermi come pizzaiolo. Alla fine con il mio compagno di viaggio e un altro amico abbiamo aperto un caffè, l’Aspettando Filippo, che esiste ancora.
Fino a quando, un giorno, sono uscito in centro a comprarmi un paio di scarpe. Erano tutte brutte! Gli unici due negozi ad avere una vetrina decente erano un italiano – attivo da soli 15 anni – e una catena tedesca con fornitori italiani.

E cosi’ hai deciso di fartele tu.
Nel mio paese è un po’ una tradizione, tutti facevano scarpe. A casa mia madre gestiva una piccola attività familiare cui io partecipavo per gioco, incollando le suole o disegnando i modelli, anche se in realtà il pallino delle scarpe l’ho sempre avuto. A Berlino ho cominciato quasi per scherzo, con delle scarpe tipo polacchine della Clark, fra i modelli più neutrali che esistono. Qui li chiamano desert boots, e sono stati un successo: ho iniziato a vendere ai mercati artigianali (in particolare al Neuköllner Stoff Markt del sabato) con un ottimo riscontro, soprattutto degli uomini. Poi sono arrivate anche le donne, che qui amano modelli più maschili. E ho venduto scarpe che in Italia non comprerebbe nessuno.

Quanto tempo ti serve per creare un paio di scarpe?
Dipende. Se parli dell’aspetto fisico, con cuoio già tinto, in mezza giornata è fatta. Le fasi della lavorazione sono varie, per cui in una giornata non riesci a produrre un intero paio di scarpe. Di solito non faccio più di 12 paia per modello – l’ultimo esiste in soli 6 esemplari –, la produzione di massa non mi interessa e, per dirti, non ho neppure aperto il sito internet per le vendite (esiste la pagina Facebook, ndr.): è una politica di nicchia, dove ogni singola scarpa è tinta a mano e unica. Per me le scarpe sono una questione di fortuna. Entri in un negozio, te le provi, se c’è feeling le compri, altrimenti no. Una volta conoscevamo il lusso di permetterci un paio di scarpe, era un piacere: io a questo tengo, e per questo – nel 2010 – ho cominciato con 74 paia di scarpe l’anno. Poi è andata bene, sono diventate 120 e ora 500, ad un prezzo massimo di 185 euro.
Mio padre si lamenta: vorrebbe girare in Ferrari, lui (sorride).

Fai tutto da solo?
Oggi non più. Dopo il successo delle 74 paia di scarpe, in un riflesso alla Romanzo Criminale, ho reinvestito tutto. Una specie di lascia o raddoppia che mi ha portato ad instaurare uno stretto rapporto di produzione con l’Italia. Ho iniziato a lavorare con i miei, poi con un gruppo di indirizzi che conoscevo: invio l’immagine del campione, loro passano alla produzione e poi mi rimandano il prototipo attraverso un’azienda di autotrasporti.

Hai mai pensato di formare dei «calzolai» sul posto?
A Berlino dici? Tedeschi non voglio, perché tengo molto al Made in Italy del mio lavoro: volevo vendere un prodotto fatto in Italia, da macchinari italiani e personale locale, è un modo di trasmettere il nostro nome.
Di formare degli italiani non ci avevo mai pensato. Ci vuole gente fresca e pronta ad imparare, e il problema più grosso è il trasporto dei macchinari. È certo che oggi ci sono ruoli legati al mestiere che stanno scomparendo. Come la persona che tagliava la pelle – una funzione sostituita dalla programmazione di un enorme tecnigrafo, con il quale è possibile “disegnare” in versione digitale l’ologramma dei pezzi da tagliare, ed effettuare automaticamente il taglio – o il responsabile della fresatura delle suole, in origine merito di chi veniva con enorme precisione a sagomare le tue scarpe e oggi declinato alla tecnologia di una macchina. Forse il procedimento è conservato nell’haute-couture, ma in linea generale pian piano scompare. Sono dettagli che chi non è del ramo non nota, ma che sono frutto di una passione, di una precisione manuale che fa la differenza. È qualcosa che hai nel sangue.

E ora? Che ci fai a Vienna?
Mi piacerebbe aprire un posto anche qui. Dopo cinque anni a Berlino è una buona possibilità, ho molti clienti che vengono da queste zone e mi hanno lanciato l’idea. Ora sono venuto a valutare. Vienna è una città più ricca di Berlino, con un modo di vivere più “milanese”, la gente è vestita più trendy, i lounge bar sono ovunque. Certo, alle 18h è tutto chiuso, l’atmosfera cambia rispetto a Berlino dove, dal baretto al supermercato notturno, qualcosa di aperto lo trovi sempre. Vedremo, se funziona mi installo qui per due anni.
Poi vorrei imparare a fare il ciabattino. Ti viene facile, dirai tu. E invece, anche li c’è tutto un savoir faire da assimilare, macchinari da imparare ad usare. I prossimi mesi saranno dedicati a questo, perché secondo me questo è un mestiere che non morirà mai. Ci sarà sempre qualcuno che ha piacere di avere ai piedi un paio di ciabatte comode.

Continuerai principalmente con modelli da uomo, o di stile maschile?
In tanti mi chiedono di lavorare di più sui modelli da donna. Ma è chiaro che per voi, quando comprate, il binomio qualità-prezzo è sostituito dal colore-prezzo (economico di preferenza!), per cui una stagione dopo l’altra siete capaci di ricomprarvi lo stesso paio di scarpe di colore diverso. Le donne sono uguali in tutto il mondo! Però sì, cercherò di produrre più modelli femminili, oltre a qualche borsa: si comincia con la prossima stagione. E poi ci sono le mie ricerche personali. Sto ancora provando a creare una suola che isoli meglio dal freddo di queste parti. Non ci sono ancora riuscito con materiali naturali. Un vecchio detto insegna che il miglior modo per proteggere (i piedi) dall’aria è… l’aria. Ovvero, un paio di scarpe di mezzo numero più grande l’inverno, e due paia di calze per scaldarsi. Che sia l’unica soluzione?

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(Le foto sono di Jessica Jovane)

Gaia Puliero

Intervista a cura di Gaia Puliero

Vive a Parigi dove lavora per il portale di viaggio Easyvoyage. Collabora con la rivista africanista Nigrizia

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