CONTATTAMI

Mettiamoci in contatto!

Per contattare l'intervistato devi accedere a Uncò Mag


Oppure Iscriviti manuamente

31. Flavia Mastrella Antonio Rezza

5 minuti 867 parole

Flavia Mastrella e Antonio Rezza. La prima costruisce mondi, il secondo li abita. Li abbiamo intervistati.

Antonio Rezza e Flavia Mastrella sono uniti da un esatto ventennio nella produzione di performance teatrali, film a corto e lungo respiro, trasmissioni televisive, performance e set migratori. Mastrella, fornita di una fantasia plastica, espone negli anni sculture, video-sculture e fotografie in Italia e all’estero. Rezza, performer con il fiato rotto, muove da un’esperienza linguistica anti narrativa, approdata a quattro libri pubblicati da Bompiani di cui l’ultimo, “Credo in un solo oblio”, ha vinto il Premio Feronia nel 2008. Insieme hanno partecipato più volte al festival del Cinema di Venezia, hanno vinto il Premio Alinovi per l’arte interdisciplinare nel 2008 e stanno tentando l’espatrio dal 2002. Se siete nella zona del lago di Garda, domani sera porteranno al Teatro Dim di Sandrà (Castelnuovo del Garda, Verona) il loro ultimo spettacolo, “Fratto_X”.

Antonio, come funziona l’interazione tra te e Flavia?
I lavori di Flavia nascono come opere a se stanti, possono esistere anche senza di me come io posso esistere anche senza di esse. L’unione poi delle due esperienze completamente anarchiche e indipendenti porta a un’opera che noi stiamo portando in giro e fa sempre il pieno di gente. Noi portiamo l’arte contemporanea a teatro, luogo che non è abitato da scienziati ma da persone normali. Il pubblico dimostra di non essere stupido come invece i mezzi di informazione vogliono farci credere. Nessuno è cretino. Quindi più che la nostra bravura, rivendichiamo il fatto che portiamo l’arte a teatro.

La dimensione dei vostri spettacoli può essere riportata all’estero? Com’è andata in
questo senso la messa in scena degli spettacoli in Spagna?

Pitecus l’ho imparato direttamente in spagnolo. Sulla parte figurativa poi ridono ancora di più. Pitecus infatti deve molto all’invenzione di Flavia dei quadri in scena, del corpo che entra a pezzi e che favorisce la partecipazione del pubblico. Un anno e mezzo fa abbiamo portato 7, 14, 21, 28 a Parigi con i sottotitoli e una prima parte in francese ma devo dire che funziona benissimo perché non tratta problematiche spicciole, ma prende in esame temi classici.

Il tuo teatro basandosi molto su un atto performativo è quindi universale?
Esatto, perché non parla di persone vive, di politici, della contingenza, della difficoltà a trovare lavoro, temi che non dovrebbero interessare all’arte. L’arte non è divulgativa, è comunicazione involontaria.

Sono quindi temi che hanno una valenza che trascende la contemporaneità e possono essere spostati avanti e indietro nel tempo. La paura dell’altro, della malattia, della morte, la ricerca dell’ansia, dell’oppressione sono tematiche che restano sempre.

Calandoti nella dimensione dell’assurdo, temi il fatto di non avere un aggancio al reale?
L’appiglio al reale c’è sempre, in ogni cosa perché la gente può vederlo. Chiunque veda un nostro spettacolo, dà un’interpretazione diversa perché ognuno è libero di vederci quello che vuole. Quindi anche se noi non mettiamo il reale, perché appunto ci inseriamo l’assurdo, il pubblico ci mette la sua percezione reale quindi lo spettacolo diventa realistico nella sua assurdità. Quindi è un rischio che non si corre finché ci saranno queste idee e questo ritmo incessante. La commistione poi che si instaura tra “chi fa lo spettacolo” e “chi lo vede” è il risultato del fatto di farlo in due, quasi fosse una coproduzione tra chi è sul palco e chi guarda lo spettacolo. Finché il pubblico vedrà quello che vuole, non quello che noi vorremmo che veda perché a quel punto saremmo dei pezzenti, non ci sarà il rischio di essere legati troppo all’assurdità.

Flavia, come sostiene Antonio, portando la dimensione dell’arte a teatro, non andate a sminuire la preparazione del pubblico, reputandolo quindi un pubblico intelligente pronto a recepire anche messaggi alti.
Sono d’accordo. Noi diamo poi alle persone un’apertura di conclusione, ovvero non diamo una verità, uno stato di fatto. Diamo un insieme di emozioni che continuano poi a lavorare nella mente dello spettatore, come un gioco, come le macchie di Rorschach. La nostra è una forma di comunicazione che continua anche nello spettatore che è portato a ritornare su questi temi e a ripensarci senza però avere una verità in mano. Tenendo conto che non inseriamo riferimenti temporali attuali e i meccanismi del potere.

Quindi temi universali e atemporali?
Sì, cambia però ogni volta la formula di comunicazione. I meccanismi del potere sono applicati poi in maniera diversa di volta in volta. Ad esempio prima l’ecologia sembrava una tematica all’avanguardia mentre adesso al G8 parlano di ecologia. Il potere si impossessa degli strumenti dell’avanguardia e poi li rimette in circolo.

Nel vostro ultimo spettacolo, Fratto_X, il ruolo della fotografia ha avuto un valore determinante in fase di ideazione.
La fotografia è stata il percorso per arrivare a questa forma estetica. Ho scattato fotografie delle luci sull’autostrada usando dei tempi molto lunghi. Per due anni ho scattato in questo modo e ho influenzato il mio gusto in questo direzione, quindi quando mi sono messa a lavorare ho pensato a queste due fasce che sollecitate e lavorate poi da Antonio sono diventate l’habitat di Fratto_X. Si tratta sempre di un habitat a metà tra spazio e costume. Il lavoro poi è arrivato tramite la sensazione di condizionamento. Lo stesso Antonio lavorando su questa idea ha avvertito queste fasce di luce come un condizionamento.

Alessandro Berti

Intervista a cura di Alessandro Berti

Giornalista civico, consulente di comunicazione, contenuti per il web, capitano di frisbee Ultimate, espedienti professionali

Lascia un commento

Racconta la tua Storia