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Francesco Loccisano

6 minuti 1065 parole

A dieci anni era già un polistrumentista e oggi sogna di portare la chitarra battente calabrese nel mondo. Intervista a Francesco Loccisano. Entra in contatto con Francesco

Parole: 1039 | Tempo di lettura: 4 minuti e mezzo

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Francesco Loccisano è un giovane musicista calabrese. Scopre la sua passione in tenerissima età, quando, ancora bambino, si lasciava distrarre dai gruppi locali che si esibivano nell’accademia musicale di fronte alla sua classe delle elementari. Francesco dimostra sin da subito il suo talento, tanto da cominciare a esibirsi a soli 10 anni sui palchi di tutto il Sud Italia. Nonostante il desiderio di condurre un’infanzia normale si sia fatto sentire più volte con forza, non ha mai abbandonato questa strada. La tenacia e la determinazione lo hanno poi condotto a collaborazioni importanti, come quelle con Eugenio Bennato e Vinicio Capossela, fino a fargli incontrare la compagna di una vita, la sua chitarra battente.

Francesco, come è nata la tua passione per la musica?

Avevo 8 anni, e di fronte alle scuole elementari ce n’era una di musica che spesso veniva anche affittata come sala prove; dalla finestra della mia classe ascoltavo svariate performance di gruppi della Locride. Un giorno ebbi il coraggio di chiedere a miei genitori se potevo iscrivermi, e da quel momento la chitarra diventò il vestito perfetto delle mie giornate.

Sei sempre riuscito a vivere di questo?

Sì, a dieci anni già guadagnavo bene, ero un polistrumentista e il mio insegnante mi considerava un musicista di scorta e, quando mancavano gli elementi del suo gruppo, mi ritrovavo a dover sostituire il pianista, il bassista, o il batterista. Per me è stata una grande opportunità, anche perché l’interazione ed il dialogo nella musica dal vivo puoi svilupparli soltanto praticando e confrontandoti con musicisti di livello e quindi più maturi di te. Anche suonare ai matrimoni, ai battesimi e alle feste di piazza è stata di sicuro una palestra importante. Con il mio Maestro Pino Lucà fondai il mio primo gruppo a 11 anni “I Piccoli Vulcani”, con il quale girammo per 4 anni tutto il Sud d’Italia.

C’è stato un momento in cui hai pensato di non farcela?

In realtà c’è stato un momento in cui ho sentito l’esigenza di allontanarmi un po’ dalla musica per capire se potevo avere un’infanzia “normale”, ma nei due mesi successivi capii che ero nato per fare musica. In effetti non ho avuto mai una titubanza, e adesso che sono adulto sono ancora più deciso e più convinto che mai.

Perché secondo te la musica popolare è un settore sottostimato?

Lo crede veramente chi non conosce bene questo filone artistico, o per lo meno chi ci si avvicina con superficialità, senza approfondire. Da buon calabrese ho sempre partecipato a tutte le manifestazioni popolari della mia terra e ho potuto constatare che l’eleganza della tarantella calabrese non è da meno dei Walzer di Strauss: è fatta di movenze e caratteristiche che la rendono efficace anche come valvola di sfogo per un popolo che sente l’esigenza di esprimersi artisticamente! Oggi c’è più consapevolezza, orgoglio, ma soprattutto una generazione capace di proporre un nuovo sound solo attingendo dalla propria tradizione, senza dover prendere in prestito modi ed usi di altre culture. Questo significa senso di appartenenza e ancor di più saper trasmettere un’immagine vera e capace di competere con culture di livello internazionale.

Parlami delle collaborazioni con Eugenio Bennato e Vinicio Capossela. Come sono arrivate?

Eugenio è un grande ricercatore, dedito al sud ed alla sua Napoli. Circa 12 anni fa venne in Calabria per registrare all’Arlesiana Studio di Roccella Jonica le musiche del cartone animato “Totò Sapore” e per caso mi trovavo da quelle parti; mi chiese di registrare una canzone e da lì a due anni sono stato catapultato in una realtà entusiasmante, una tournée nazionale ed internazionale che durò quasi 5 anni, per un totale di 550 concerti!
Con Vinicio andò diversamente: amici in comune gli parlarono di me e della mia reinterpretazione della chitarra battente e lui, da grande curioso qual è, mi telefonò e mi chiese di partecipare ad un suo concerto al Teatro Petruzzelli di Bari. Da lì è nato un interesse reciproco e le occasioni per incontrarci sono state sempre più frequenti: l’estate scorsa ho partecipato a diversi suoi concerti nel sud Italia.

A proposito della chitarra battente, o della tua regina, come tu stesso ami chiamarla: quando ti sei avvicinato a questo particolare strumento?

Sarò sincero: inizialmente la chitarra battente non mi piaceva per niente. Gli studi accademici al conservatorio mi assorbivano molto e, nonostante collaborassi con Mimmo Cavallaro, tra i migliori interpreti della musica popolare calabrese, non riuscivo a stabilire un contatto amorevole con questo strumento. Soltanto quando lo presi in mano per la prima volta in studio di registrazione iniziai a capire che mi ritrovavo di fronte a qualcosa di magico e nobile. Così, accantonai quasi completamente la chitarra classica e mi dedicai a tempo pieno alla battente, che mi accompagna ormai da 14 anni.

Cosa è cambiato rispetto agli esordi? Quale credi sia stata la tua maturazione musicale e dove pensi che ti porterà?

I cambiamenti sono a mio modo evidenti, in quanto il mio progetto di dare valore solistico ad uno strumento, che per centinaia di anni deteneva il ruolo di accompagnamento, ha messo in seria discussione quello che è il rapporto dello strumento con la tradizione. Momenti difficili che con lo studio e la tenacia sono riuscito a superare, mettendo in chiaro che è insito in me un forte rispetto verso la tradizione, ma il desiderio di far conoscere la chitarra battente al panorama chitarristico internazionale è ancor più forte.

Un consiglio a un giovane che vorrebbe vivere della propria passione per la musica?

Direi che la musica ha un ruolo sociale di grande spessore e responsabilità, sia educativa che di comunicazione. La passione è importante, ma lo spirito di sacrificio e le lunghe ore di studio sono fondamentali, perché non è basta salire su un palco, bisogna arrivarci in maniera originale, comunicativa e graduale. Oggi la società con i propri format televisivi illude i giovani che il successo e la notorietà siano mete di facile traguardo, il che può anche accadere, ma ahimè possono svanire ancor più velocemente.
Il mercato musicale nazionale ed internazionale è saturo, carente di novità, il nuovo millennio è a mio avviso in forte crisi ma, come disse il buon Albert Einstein, è proprio in tempi di crisi che si generano nuove risorse e nuovi traguardi.

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(Le foto sono di Pino Passerelli)

Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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