56. Gaia Segattini

L’uomo che lavora a maglia è sexy. Intervista alla knitter Gaia Segattini

Ho incontrato Gaia Segattini ad Abilmente, la fiera della manualità creativa a Vicenza. Un’intervista-fiume che mi ha folgorato: “l’uomo che lavora a maglia è sexy, poi io sono convinta che il lavoro a maglia sia maschile e l’uncinetto femminile. Il lavoro all’uncinetto è istintivo, tu aggiungi, allarghi quando ti pare, mentre il lavoro a maglia è schematico, è un linguaggio binario, dritto e rovescio… che è molto maschile”. Gaia ha un approccio al knitting che definirei spirituale, tanto che le sue amiche, le Funky Mamas, la chiamano la guru del Conero. Leggete e capirete il perché. Ah, Vendetta Uncinetta è il suo blog su style.it.

Gaia, qual è il tuo lavoro?
Non lo so! (ride, ndr). Per 18 anni ho fatto la stilista, ho lavorato con marchi giovani perché ho sempre voluto privilegiare progetti che partissero da una certa autenticità, da un legame con la cultura di strada, la grafica, il fumetto, lo sport… Concetti meno legati alla mitologia del creatore couturier. Ho sempre lavorato anche nel campo dell’editoria, avendo sempre scritto, proprio per il tipo di lavoro che ho fatto mi sono sempre dedicata alla ricerca di tendenze e mi è sempre piaciuto capire quello che stava dietro le tendenze e come queste potevano essere legate alla nostalgia per il passato a situazioni socio-politiche, mi sono sempre fatta molte domande e i collegamenti mi incuriosiscono moltissimo. Grazie a questi interessi nel 2006 ho iniziato a scrivere sul portale di Glamour parlando perlopiù di lifestyle quindi di tendenze che andavano anche oltre la moda, toccando l’oggettistica e l’arredamento. Nel 2007 ho scritto il primo articolo sullo yarn bombing scrivendo del collettivo Knitta please di Magda Sayeg, sono stata una delle prime a parlarne. Sono sempre stata molto attirata dalle commistioni del mondo della moda, anche tra sport e moda e grazie a tutte le connessioni con altre persone da tutto il mondo mi sono accorta che molte ragazze avevano cominciato a fare. Pupazzi di pasta fimo, lavori a maglia e altro. C’è stata proprio una rivalutazione delle arti femminili tradizionali però utilizzate con un’estetica nuova e moderna. Saltando un po’ quella specie di intimidazione che abbiamo ancora in Italia per cui una certa tecnica è legata a una certa estetica. Ad esempio in Italia, a casa, abbiamo tutti l’uncinetto della nonna o la coperta fatta a toppe, che ci può piacere o meno, ma che in ogni caso riteniamo essere un oggetto di valore però non ci appartiene, senza capire che è una tecnica che ci appartiene e che noi possiamo usare per un’estetica nostra. Se faccio il punto croce non devo per forza fare il cupido, posso fare una chitarra elettrica. La nostra altissima tradizione artigianale in alcuni casi ci ha ispirato ma in altri ci ha allontanato. Mi aveva quindi molto appassionato vedere queste ragazze giovanissime che facevano gli amigurumi giapponesi (giocattoli lavorati all’uncinetto, ndr), mi ha fulminato questo concetto: utilizzare la tradizione come street art totalmente femminile, autenticamente femminile. Qualcosa che parte dalle donne, ma non in maniera classista che escluda gli uomini, perché ci sono artisti uomini eccezionali in questo campo. Però per una volta non è la donna a scimmiottare l’uomo, ma non è neanche l’opposto. Non abbiamo bisogno di dimostrare quanto siamo brave con l’uncinetto perché lo facevano già mia mamma, mia nonna e anche la mia bisnonna, non è una novità, è una cosa che è sempre stata nel nostro DNA. E’ un tramite interessantissimo dal punto di vista sociale e dal punto di vista dell’affezione. Ci fa far pace realmente col nostro modo di essere femminili. Non vuol dire più stare a casa a fare la calzetta, com’era visto negli anni ’70, il lavorare a maglia come simbolo di asservimento a un’ideologia maschile che ci voleva rinchiuse in casa e oberate di lavoro per non poter pensare di voler fare qualcos’altro ma è una scelta che ci fa fare cose sovversive come la street art.
Tutti gli artisti contemporanei hanno cominciato a farsi chiamare makers invece che artists dando un valore completamente nuovo all’artigianato, di rottura, che passa attraverso la street art ma anche grazie alla donna che si è trovata o suo malgrado con la crisi a casa e quindi obbligata a fare di necessità virtù e a utilizzare la cucina di casa per mettere su un piccolo business, ma anche a una scelta perché molte donne hanno deciso, nonostante la posizione lavorativa stabile, di chiedersi se quello che stavano facendo le rendesse felici.


Quando e in che modo ti sei appassionata a questo hobby?
Ho fatto la prima coperta all’uncinetto quand’ero incinta, quando tutte noi non abbiamo un cacchio da fare e pensiamo con romanticismo alla nostra idea di madri! Poi non ho più toccato l’uncinetto per sei anni e poi l’ho ripreso in mano quando prendevo spessissimo il treno per lavoro, con tante ore di viaggio e mi sono rimessa a lavorare all’uncinetto. Quando tiravo fuori i ferri la gente vicino a me mi guardava come se avessi una cresta punk alta due metri blu elettrico! I bambini chiedevano alla propria madre: ‘mamma, cosa sta facendo la signora?’. Mi portavo l’uncinetto anche dal parrucchiere, e tuttora mi pento sempre quando non me lo porto dietro.


Raccontaci l’episodio che ti ha fatto capire che da una passione poteva diventare un lavoro.
È stato un crescendo… Ma l’episodio cruciale probabilmente è stato quando ho detto di no ad un collaborazione di lavoro molto importante che ammontava a metà del mio fatturato. Mi sono detta: ho bisogno di verità, di autenticità. Non sapevo assolutamente che cosa avrei fatto ma sono uscita e sentivo di aver fatto la cosa giusta, percependo che sarebbe successo qualcosa di bello, mi veniva da piangere dall’emozione. In quel periodo avevo una rubrica su Style.it in cui selezionavo oggetti su Etsy.com in base a un tema, dopo il primo convegno organizzato da Etsy a Berlino (Hello Etsy, ndr) sono tornata che avevo il lanciafiamme al posto del cuore! Continuavo a pensare: non so come ma ce la faremo! Lì ho conosciuto persone meravigliose e sono stata sorpresa di incontrare imprenditrici donne con un approccio economico completamente diverso, parlo di promotori finanziari, esperti di marketing che dicevano che quella era la chiave di successo del nuovo millennio, fare tutti insieme il fatturato che prima facevano in cinque e che tale modello in America stava avendo un enorme successo.


Il tuo è un approccio inedito al knitting, sembra che tu abbia voluto ‘svecchiare’ questi passatempi prettamente femminili, è così?
Sì e no, anche se io sono l’unica donna che lavora all’uncinetto ma che ha sempre odiato i manufatti all’uncinetto!


L’arte per te è importante, dato che hai anche dedicato nella tua lecture una sezione alla street art e alla tecnica del knitting, che cosa ne pensi di questo recente connubio?
Questo connubio ha dato modernità e contemporaneità a tutto. È un punto di ispirazione alto che non può essere ignorato ma che comunque influenza tutta la nuova produzione. L’importante è poi sviluppare il proprio stile.


Tieni dei workshop anche per chi si definisce ‘negato’ e anche per i bambini, è una scelta insolita, spiegaci perché.
I bambini sono gli adulti di domani ed è importante in questo momento seminare. Perché abbiamo una responsabilità sociale di indirizzare le cose in una certa maniera. E’ importante abituare i bambini a vedere che le cose si possono concretamente fare ed è divertente farlo. Fargli capire che è una cosa normale.

Parlaci del tuo marchio Gaia6Gattini.
Alle elementari storpiavano il mio cognome e da lì è nato il nome del mio brand. Circa un anno e mezzo fa è nato per dare un nome alla mia produzione. Ho iniziato a fare le collane con gli anelli giganti, le fasce per capelli col gatto. Anche se per il momento sono un po’ ferma presa da molti altri impegni, ma mi manca.

Parli di soddisfazione, entusiasmo e potere contro la crisi economica globale, è un messaggio importante per tutti coloro che vogliono fare di una passione un vero lavoro, giusto?
Sì perché se perdi il lavoro, per vari motivi, passi da una prima fase di panico arrivi ad una sorta di fase zen in cui dici a ‘sto punto se devo ricominciare ricomincio da me. Ma bisogna avere fiducia in quello che si fa, ma è difficile perché abbiamo passato anni a non fare niente, a guardare un computer e basta, e a scegliere cose che avevano scelto per noi altri. Anche se pensavamo il contrario e pensavamo di essere alternativi. E’ importantissimo avere fiducia in quello che facciamo, dobbiamo trovare la nostra manualità che ci faccia sentire bene. E se poi diventa un piccolo business, tanto meglio. Non è la salvezza ma aiuta. È un punto di partenza, perché le cose non cambiano se tu per primo non hai bisogno di cambiare. Se non ci fosse stata la crisi economica, sarebbe stata soltanto una moda. Se sta attecchendo così è perché la gente ha bisogno di guadagnare.


Un progetto a cui tieni molto che hai già realizzato?
Il progetto che ho creato con le ragazze di Progetto Eventi di Bologna per l’UNICEF dell’Emilia-Romagna nato da una collaborazione, da loro già portata avanti da anni, in cui organizzano dei knitting-café per beneficenza. Nel mio caso l’idea è partita dalla bambola Pigotta, tra l’altro io sono una collezionista di bambole, che ho visto come un vinyl toy da personalizzare. Abbiamo coinvolto una decina di crafters della nuova generazione italiana, per far dialogare questi due mondi, cioè quello del charity e quello di queste giovani ragazze.


E uno ancora da realizzare?
Un progetto che sto portando avanti con Le Funky Mamas, con le quali collaboro da molto tempo perché ci troviamo molto in sintonia. Non posso dire molto, ma è incentrato su un approccio mediatico diverso del tutorial. Per cercare di cambiarlo e renderlo più quotidiano e più utile che va al di là del processo di santificazione del personaggio-maestro.

(Le foto sono di Veronica Mariani)