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Giovanni Motta

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Il gioco dei bambini è una cosa seria, perché i piccoli quando giocano si impegnano molto. Io con la mia arte faccio lo stesso. Intervista a Giovanni Motta.

parole: 1191 | tempo di lettura: 4 minuti

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Giovanni, che lavoro fai?
Sono un pubblicitario. Ho lavorato diversi anni per alcune agenzie di comunicazione tra Verona e Milano e adesso ne dirigo una mia, la Megaborg.

Ma non ti occupi soltanto di questo, giusto?
In effetti ho due attività: l’agenzia di comunicazione mi permette di finanziare il mio progetto artistico, che è la mia grande passione. Quindi la mia giornata si divide in due parti. Dalle 9 alle 14 seguo l’agenzia. Dalle due del pomeriggio fino alle sette di sera sono in laboratorio, dove sviluppo tutta la mia poetica artistica attraverso la realizzazione di dipinti e sculture.

Perciò non vivi di sola arte.
No, non sarebbe possibile perché con il tempo sono riuscito a costruire un laboratorio molto tecnologico, che mi è costato grandi sacrifici, in termini soprattutto economici. Questo perché per la realizzazione delle mie opere è fondamentale avere a disposizione degli strumenti sofisticati, come scalpelli e stampanti 3D.

Cosa ti ha spinto a fare anche l’artista?
Sono figlio d’arte, mia madre è pittrice. Gravito intorno al mondo fantastico da quando sono piccolo. Poi, avendo avuto un’educazione un po’ rigida che mi ha portato a degli studi tecnici, una ribellione interiore mi ha spinto ad approfondire la mia passione.

I tuoi temi principali sono la memoria e il ricordo, ma di cosa esattamente?
Una parte del mio lavoro è sicuramente nostalgica, legata alle dinamiche dell’infanzia, non solo la mia, ma quella di tutti. Tutta la mia poetica si sofferma sul gioco del bambino e sul destino. Il gioco del bambino è una cosa seria perché i piccoli quando giocano si impegnano molto. Anche io quando produco la mia arte e lavoro ai miei progetti mi impegno molto, perché sono la mia vita.

Per le tue creazioni trovi ispirazione nei manga giapponesi…
Sono stato diverse volte in Giappone, amo moltissimo la cultura di questo Paese. I colori che utilizzo si ispirano a quelli dei robot giapponesi. Tuttavia la passione per i manga è laterale, nel senso che è anch’essa un ricordo legato a dei momenti felici della mia infanzia, che si ripropongono adesso che sono diventato adulto.

Però anche i tuoi figli c’entrano in qualche modo.
I miei bambini c’entrano perché, essendo molto affascinati dai miei argomenti, lavorano spesso con me, facciamo tante cose insieme.
Ricordo che un’estate di molti anni fa avevo raggiunto la mia famiglia nella nostra casa al mare durante il week end. E proprio sul tavolo del giardino c’erano due piccole sculture di pongo, plasmate dalle manine dei miei bambini. Uno era Blue Julian e l’altro Red Atomic (mi indica i due mostriciattoli alle sue spalle, uno azzurrissimo e l’altro rossissimo, ndr).

Quindi i tuoi mostri sono frutto della tua fantasia o di quella dei tuoi bambini?
Tutti i miei mostri sono frutto della mia fantasia, ma quei due lì sono i capostipiti e sono stati creati da loro. Erano anni che giravo intorno a questo argomento, che schizzavo e disegnavo un mondo fantastico fatto di piccoli personaggi, ma la scossa me l’ha data la visione di queste due piccole creature quella mattina di luglio al mare. Per me fu come ricevere in dono la chiave che apriva la porta segreta. Non mi fermai nemmeno per pranzo, tornai immediatamente a Verona e iniziai a farli più grandi e poi, man mano, ne sono nati tanti altri di tutti i tipi.
I miei figli mi hanno permesso e mi permettono tuttora di restare sempre in contatto con questo mondo perduto.

A chi si rivolgono le tue creazioni?
Non ho un target di riferimento preciso, non penso a chi potrebbero piacere o a qualcuno che le acquisterebbe. Come ti dicevo, mi interessa soltanto fermare l’attenzione su argomenti che riguardano le dinamiche dell’infanzia: non vado mai oltre il momento che mi appare.

Mi fai un esempio?
Poco tempo fa ho realizzato un’opera che si intitola “Studio dell’ipotesi della nascita di un tiranno”. Si tratta di tre mostriciattoli, ognuno di loro ha in mano una lucertola. Uno l’ha catturata, un altro la sta coccolando e un altro ancora la tiene in mano morta. Quest’opera è dedicata a un momento dell’infanzia che quasi tutti noi abbiamo vissuto. Il bambino cattura una lucertola perché vede in lei un amico con cui giocare, ma non è capace di controllare la sua forza e, credendo di coccolarla, la strozza. Le cose succedono e possono cambiare il tuo destino senza che te ne renda conto. I due bambini partono dalla stessa motivazione, ma avranno evidentemente due destini diversi perché le due esperienze influiranno in modo differente sulla vita di ognuno. L’opera però dice soltanto questo, non va oltre: non mi interessa cosa succederà dopo, mi interessa soltanto rivivere queste dinamiche e soffermarmi sulla loro osservazione, non sulla loro esplorazione.

Durante ArtVerona è stata presentata “The Deep Sense of Fullfillment”, che fa parte del progetto “We come in peace”. Piccoli mostri bianchi, ognuno di loro con un cuore tra le mani. Qual è questo senso profondo?
È un’opera che si sofferma su quei momenti che ogni bambino condivide con i propri genitori.
Questi mostriciattoli stanno donando la cosa più preziosa che posseggono, il proprio cuore, in cambio di qualcos’altro, che può essere una coccola, un regalino o una semplice attenzione. Un bambino è capace di donare tutto se stesso in cambio di ciò che desidera.

Perché questi mostri indossano dei guanti coloratissimi, in evidente contrasto con il loro corpicino bianco?
Quelli sono i guanti con cui le nostre mamme lavavano i piatti, ed erano tutti coloratissimi. Quando ero piccolo li prendevo e li indossavo per impersonare i miei supereroi preferiti. E con quegli stessi guanti gocciolanti venivo accarezzato perché cercavo un’attenzione: mia madre era distratta da altro, ed era proprio in quel momento che porgevo il mio cuore.

Avrei voluto chiederti se ci sono dei mostri a cui ti senti più legato, ma immagino che la risposta a questo punto sia Blue Julian e Red Atomic.
Beh, direi proprio di sì.

Come si fa a vivere della propria passione?
Credo che ognuno di noi dovrebbe fare un percorso interiore per riuscire a capire com’è fatto, che cosa desidera e cosa lo rende felice. La vera ricchezza è nell’uso che si fa del proprio tempo. Secondo me la qualità più importante per una persona che vuole realizzare se stessa non è il talento, ma l’ostinazione. Il talento è sicuramente una forza in più, ma non basta. Oggi riuscire in qualcosa avvicina l’anima alla felicità ma bisogna impegnarsi.

E di arte nello specifico?
Il settore dell’arte può essere più o meno in crisi, ma è un mondo affascinante e meraviglioso nel quale vivere, che apre alla conoscenza di se stessi e di ciò che ci circonda. Forse un giovane artista difficilmente potrà permettersi una cena da 200 euro, ma avrà la possibilità di conoscere delle cose che lo emozioneranno fino al midollo. Sarà questa la sua felicità.

Stai lavorando a qualcosa?
Il 18 dicembre, presso lo showroom Stone Italiana a Milano, ci sarà un’esposizione di “We come in Peace”. Per il 2014 ho in programma una collaborazione con un importante brand di cui non posso ancora svelare nulla. Poi ho in mente un progetto legato a 78 piccole esperienze di vita di bambini nel mondo. 78 come il numero dei tarocchi. Non posso dirvi altro ma presto saprete tutto.

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(La foto che ritrae Giovanni Motta e quelle scattate in laboratorio sono di Isabella Sacchetti)

Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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