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Giuseppe Salviati / Workshot

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La mia storia inizia con una Zenit 122, completamente manuale. Intervista al fotografo Giuseppe Salviati.

parole: 1146 | tempo di lettura: 4 minuti

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La storia di Giuseppe inizia con una Zenit 122, fotocamera di costruzione sovietica e completamente manuale, che il papà gli regalò quando frequentava ancora le scuole superiori.
Terminati gli studi da geometra si iscrive alla facoltà di Architettura, si laurea e svolge questa professione per diversi anni, ma senza mai abbandonare la fotografia. Finché, un giorno come tanti, arriva l’impulso, “forse anche un po’ folle, di cambiare direzione, di provare a rendere la mia passione un lavoro”.

Giuseppe, qual è la tua storia?
Durante gli anni degli studi da geometra mio padre mi regalò una fotocamera, una Zenit 122, di costruzione sovietica, completamente manuale che faceva egregiamente il suo lavoro; ero affascinato da questo mondo e così ho iniziato a scattare.
Finite le scuole, mi sono iscritto alla facoltà di Architettura. Ho sempre avuto una certa predilezione e un grande entusiasmo per gli esami di progettazione e di disegno, a cui mi sono dedicato giorno e notte, trascurando invece quelli che ritenevo meno stimolanti. In quel periodo ero molto incuriosito dai primi sistemi di disegno digitale anche se in facoltà, proprio nelle aule di disegno, erano esposti cartelli su cui era scritto a caratteri cubitali: “È severamente vietato l’uso del computer”. Così ho imparato a usare i primi software per il 2D da autodidatta e, dopo qualche anno, ho sperimentato anche la progettazione in 3D con l’ausilio di altri programmi dedicati. Devo ammettere però che il prodotto finale non mi convinceva affatto, non aveva anima e non mi emozionava, mi serviva qualcosa per ritoccare le immagini dei miei progetti in modo da renderle più realistiche.

E cosa hai fatto allora?
Ho imparato a usare una delle prime versioni di Photoshop e i risultati sono stati a dir poco soddisfacenti. A quei tempi sulle riviste specialistiche si iniziava già a parlare di fotografia digitale con molta diffidenza e sospetto da parte degli addetti ai lavori; io invece ne ero completamente affascinato e non vedevo l’ora di risparmiare su rullini e stampe. Gli anni intanto passavano e dopo tanti sacrifici finalmente è arrivata l’agognata laurea in Architettura.

E hai cominciato a lavorare come architetto.
Ho svolto la professione tra Roma e Napoli come consulente di grosse Società, ma la fotocamera era sempre con me. Io e mia moglie Giovanna (anche lei con la stessa passione e un occhio particolare per i dettagli) abbiamo girato parecchio: tantissimi gli scatti nel corso dei nostri viaggi. Mi piace scrutare la realtà che mi circonda e ho una certa predilezione per la ritrattistica, il reportage e il bianco e nero. La passione per la fotografia, e in generale per la vita attraverso le sue varie forme d’arte, mi ha portato a sperimentare e ad evolvermi sempre più. Ma anche lo studio è fondamentale e così ho seguito svariati corsi sulla fotografia digitale e la post-elaborazione, soprattutto con Marianna Santoni, Guru di Photoshop e membro del ristretto gruppo internazionale degli Wacom Evangelists.

Quando hai capito e deciso che la fotografia sarebbe diventata il tuo lavoro?
Negli ultimi anni purtroppo la professione di architetto è stata completamente screditata: l’abolizione delle tariffe professionali, così come il completo disinteresse da parte degli ordini di competenza, ha portato la categoria ad effettuare sconti a dir poco indecenti sulle prestazioni professionali, a lavorare tanto e ad assumersi responsabilità sempre più gravose a costo zero, sacrificando l’entusiasmo per la professione e la progettualità, caratteristica secondo me fondamentale.
Il gioco non valeva più la candela, non c’era più spinta, non c’erano più incentivi al sacrificio, non c’era più crescita. Per questo motivo, in un giorno come tanti, ho sentito la voglia, forse anche un po’ folle, di cambiare direzione, di provare a rendere la mia passione un lavoro. Con il mio socio Antonio Corbi, ingegnere e appassionato di fotografia come me, abbiamo deciso di ristrutturare interamente il nostro studio e di renderlo un laboratorio d’arte fotografica, un progetto senza precedenti, innovativo: non la solita sala posa ma un ambiente in cui discutere di arte visiva, dove creare immagini sentendosi finalmente liberi di esprimersi. Così è nato Workshot, laboratorio d’arte fotografica e sala posa.

Quali sono state le difficoltà iniziali?
A parte il lato logistico e puramente tecnico-organizzativo, la difficoltà maggiore è stata proprio quella di svincolarmi in qualche modo, anche psicologicamente, da quello che è stato il mio percorso di studi e lavorativo.

Riesci a vivere delle tue foto?
Ci si organizza. Il mio intento è quello di crearmi una nicchia di mercato realizzando opere in qualche modo diverse, animate dalla forte passione che nutro per questo lavoro.

A dicembre sono stata al cinema a vedere i “Sogni segreti di Walter Mitti”. Sean Penn, in un fantastico cammeo, veste i panni di un fotografo bizzarro che ha scalato l’Himalaya per immortalare un rarissimo ghepardo, conosciuto come il “gatto fantasma”. Lo aspetta per ore ma, proprio quando finalmente gli compare davanti, decide di non scattare e resta immobile a godersi lo spettacolo, senza la distrazione dell’obiettivo: “Perché a volte preferisco vivere un’emozione in maniera diretta piuttosto che dietro l’obiettivo, così mi capita di non scattare e restare a guardare”. Tu che tipo di fotografo sei?
Amo i ritratti. Mi affascinano le piccole grandi storie, le personalità ad esempio degli amici: sono uno che sa ascoltare e quando percepisco che qualcuno ha bisogno di me io ci sono, anche solo per un consiglio. Sarebbe interessante tramutare questa mia attitudine in fotografia, catturare l’anima delle persone nei loro ritratti, rendere le foto vive ed espressive. Ecco, questo mi piacerebbe fare!

Mi soffermo ancora un attimo sul film perché l’ho trovato davvero carino! L’intera vicenda del protagonista ruota intorno a un negativo perduto, il numero 25, “la quintessenza della vita”, ovvero la foto perfetta, scelta per la copertina dell’ultima copia cartacea della rivista Life, che sta per passare definitivamente al digitale. Tu hai un negativo 25?
A volte sulla tua strada incontri persone in apparenza allegre, solari, di compagnia ma, volendo andare oltre, ti rendi conto che quella è solo una facciata e che dentro c’è tutto un mondo che non osano manifestare per non sentirsi troppo fragili e vulnerabili; così come ci sono persone molto dure in apparenza che nascondono una dolcezza infinita. Il mio desiderio è di riuscire a mostrare, attraverso il ritratto, “the dark side of the moon”, quel famoso lato oscuro che cantavano anche i Pink Floyd. È questo il mio scatto perfetto.

La più grande soddisfazione?
Devo ammettere che trovo molto stimolante mettermi in gioco partecipando a molti concorsi fotografici, per esempio. Uno scatto a me molto caro ha avuto diversi riconoscimenti. Che dire, queste sono soddisfazioni.

Un consiglio a un altro giovane che sogna di diventare un fotografo professionista?
Di essere tenace e di fotografare solo cose che destano un reale interesse.

Progetti per il futuro?
Sto preparando vari progetti che spero di esporre in prestigiose gallerie, anche a livello internazionale.

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(Mattia)

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(Nunzio)

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(Camminando sul sole)

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(Vietnam)

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(Sospesa)

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(Pulcinella)

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(Piscina Mirabilis)

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(Holocaust Mahnmal)

Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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