CONTATTAMI

Mettiamoci in contatto!

Per contattare l'intervistato devi accedere a Uncò Mag


Oppure Iscriviti manuamente

Jonny Mole

7 minuti 1243 parole

Da piccolo personalizzavo le mie bici con adesivi sempre diversi ed originali. Intervista a Jonny Mole. Entra in contatto con Jonny

Parole: 1246 | Tempo di Lettura: 4 minuti

unco-jonnymole-1

Da piccolo personalizzava le sue bici con adesivi sempre diversi ed originali. Probabilmente il suo destino era già tracciato sulle strade di Cittadella, città dove è nato e cresciuto e cuore pulsante della produzione di biciclette. Fatto sta che adesso Jonny Moletta, in arte Jonny Mole, è tra gli sport designer più ricercati e apprezzati dalle aziende di settore, tanto da aver avuto l’onore di disegnare la Maglia Rosa del Giro d’Italia 2011 in occasione del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia.
Nel 2013 si è anche aggiudicato il Taipei Cycle D&I Award, la manifestazione organizzata dal Forum Internazionale di Design con la sua Dream Machine, battendo altri 184 progetti provenienti da dodici paesi di tutto il mondo.
Il resto della storia? Ve lo racconta Jonny Mole.

Jonny, come è nata la tua passione per le biciclette?

Sono nato e cresciuto a Cittadella, nel cuore del distretto delle biciclette, perciò è stato anche facile e naturale per me appassionarmi a questo sport che ho cominciato a praticare sin da piccolo; la mia bicicletta si distingueva sempre da tutte quelle dei miei amici perché la personalizzavo con degli adesivi. Crescendo ho continuato a praticare ciclismo fino alla categoria dilettante, poi ho riconosciuto i miei limiti atletici (sorride, ndr) e mi sono fermato. Nel frattempo avevo cominciato a frequentare l’Istituto d’arte di Cittadella, cominciando ad applicare la mia passione per la grafica e il design allo sport.

E finita l’Accademia hai cominciato subito a lavorare?

Sì, ho cominciato a lavorare in una serigrafia che produceva adesivi per biciclette come grafico e stampatore. Toccavo con mano tutti i reparti dell’azienda, da quello creativo a quello produttivo e commerciale. Finita l’esperienza ho cominciato a lavorare come arredatore in un’altra ditta per tre mesi. Nel frattempo, uno dei miei professori dell’accademia mi disse che un’azienda leader nella produzione di selle stava cercando un designer: i clienti non si accontentavano più di una buona bici, volevano che fosse anche bella e questo le aziende stavano cominciando a capirlo. Perciò feci il colloquio e mi presero.

Quand’è che hai deciso invece di mettere su un’agenzia tutta tua?

Mi piace scherzare e dire che la mia azienda è nata il 16 giugno del 1972, il giorno in cui sono nato. In realtà, è stato nel ‘99 che ho preso coraggio e ho deciso di mettermi in proprio. Sapevo di correre un rischio, perché stavo lasciando un posto sicuro, ma ero deciso a intraprendere la mia strada, così acquistai un appartamento e, per metà, lo adibii a studio. Nel frattempo continuavo a collaborare con l’azienda, le richieste dei miei clienti cominciavano ad aumentare – e le notti in bianco pure -, ma non ero mai contento, perché non riuscivano a capire cosa volevo.

E allora cosa hai fatto?

E allora mi decisi a contattare una mia ex compagna di classe, proponendogli di iniziare a collaborare con me e lei accettò la sfida, e il rischio naturalmente, perché anche lei stava lasciando un posto fisso per collaborare con un ventenne che non poteva darle nessuna garanzia. Una sfida che alla fine ha premiato.

Infatti Jonny Mole è un’agenzia molto conosciuta nel settore. Che cosa ha fatto la differenza?

Forse la mia grande fortuna è stata proprio quella di non aver mai lavorato per un’agenzia: questo mi ha permesso di osservare dall’esterno come si muovono gli altri e di essere sempre ipercritico nei confronti di tutto quello che facciamo, riuscendo a trovare così sempre nuovi stimoli per i miei collaboratori.

Come si fa a mettere su un team che funzioni veramente?

Ho sempre cercato di strutturare la mia azienda responsabilizzando i miei collaboratori ma allo stesso tempo invitandoli ad essere realisti. Progettare un prodotto solo bello e originale non funziona, deve essere fattibile. Non siamo degli artisti, ma persone che devono essere in grado di soddisfare le esigenze del mercato.

Qual è la difficoltà maggiore nel trovare sempre idee nuove che soddisfino le esigenze dei tuoi clienti?

Il telaio di una bici è uno spazio chiaramente limitato, ci sono esigenze tecniche e normative dell’UCI (Unione Ciclistica Internazionale) da rispettare. Tutti paletti che naturalmente non ti lasciano tanto spazio d’azione, perciò l’originalità deve necessariamente darla la veste grafica. In questo ci aiuta molto visitare fiere di settore internazionali e poi, sicuramente, una grande mano ce la dà anche internet.

Hai aperto anche uno studio in Taiwan. Ci spieghi il motivo?

Il distretto della bici ha creato un’area parallela in Taiwan e in Asia e ho ritenuto di farlo anche io, ma non soltanto per il settore delle bici.
Naturalmente si è trattato di una decisione ponderata: anni fa accompagnai un mio cliente in Asia ed ebbi modo di capire che c’erano delle grosse opportunità. Così avviai delle collaborazioni con delle aziende asiatiche, ma il vero sogno era quello di aprire uno studio tutto mio lì.

Come funziona la gestione?

In Taiwan c’è la sede commerciale e amministrativa con personale interamente del posto, ma la produzione è tutta qui e il grafico locale traduce tutto quello che pensiamo e progettiamo.

Quali sono i rischi e le difficoltà di una scelta del genere?

Il primo ostacolo è lo Stato Italiano. In Asia il nostro operato è molto apprezzato ma i tempi della burocrazia del nostro paese sono lunghissimi e questo di certo non ti aiuta ad aprire un’attività all’estero. I rischi naturalmente sono di ordine economico e imprenditoriale, legati alla sperimentazione ed esplorazione di altri mercati. Ero consapevole di stare affrontando qualcosa di nuovo e incerto. Il primo anno è stato duro. Anche trovare una persona affidabile da formare in Italia non è stato facile: la prima in cui avevo riposto fiducia e speranze si è dimessa alle prime difficoltà. Mi son visto crollare addosso il mio castello, ho dovuto ricominciare tutto da capo.

Parlami della tua Dream Machine che si è aggiudicata il Taipei Cycle D&I Award 2013.

Si è trattato di un esercizio di stile nel quale mi sono voluto cimentare. La spinta è arrivata dalla richiesta esplicita di un mio cliente di non svelare che dietro le sue biciclette si nascondeva la mia mano: voleva che i suoi clienti pensassero che tutto veniva fatto internamente, anche la grafica e la progettazione. Così ho deciso di partecipare per mostrare la mia visione di bicicletta.

Cos’ha di particolare?

Presenta dei freni a disco nel telaio e un ciclo computer integrato nel manubrio per monitorare il percorso e tenere sotto controllo l’usura delle componenti. Ad oggi non è funzionante, non l’abbiamo nemmeno brevettata, a dire la verità, non mi interessava nemmeno farlo: non sono un produttore di biciclette, avevo semplicemente voglia di mettermi alla prova.

Solo bici o esplori altri mercati?

Mi piace definirmi uno sport designer. Mi sento attratto da tutto ciò che ha a che fare con lo sport. Abbiamo ottenuto molti riconoscimenti con le biciclette, è vero, ma lavoriamo molto anche con altri settori, come il tennis e le moto per esempio.

La prossima sfida?

Al momento stiamo pensando al rifacimento di una moto degli anni ‘80, improntandola sul nostro stile, senza ovviamente trascurare la fattibilità. Ma la sfida più grande è quella di valorizzare il mio brand affinché il pubblico riconosca in Jonny Mole una garanzia di originalità e affidabilità.
Inoltre, sto cominciando ad affacciarmi ad altri mercati, la prossima settimana sarò a Dubai: mi piacerebbe esplorare anche quell’area geografica. Staremo a vedere.

unco-jonnymole-12

unco-jonnymole-8

unco-jonnymole-9

unco-jonnymole-5

unco-jonnymole-6

unco-jonnymole-4

unco-jonnymole-15

unco-jonnymole-13

unco-jonnymole-7

unco-jonnymole-3

unco-jonnymole-14

 

Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

Lascia un commento