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562. Le vigne di Roberto

5 minuti 859 parole

Il business deve essere personale. Dai software al vino, la storia di Roberto Benazzoli. Entra in contatto con Roberto

Parole: 843 | Tempo di lettura: 3 minuti

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Roberto, sei un imprenditore che decide di cambiare radicalmente business e aprire una cantina. Ce lo racconti?
Sono un imprenditore, ma se manca il gusto di fare impresa, cambio. Per me è sempre stata una scelta di rapporti. Nel lavoro mi sono sempre divertito. Ho fondato un’azienda che commercializzava software, nel 1986, l’ho fatta crescere fino a 50 dipendenti, ma poi è subentrata una grande multinazionale che dettava regole rigide, incurante dei rapporti umani e guidata dalla sola logica dell’efficienza. Ci ho perso il gusto, e ho venduto tutto, cogliendo l’occasione che la stessa multinazionale mi offriva. Era il 2006. Nel 2008 ho comprato questa collina e ho iniziato a produrre vino, per passione. Le vigne sono state messe a dimora nel 2009 e la prima vendemmia è del 2011.

Come hai sviluppato le competenze specifiche?
Per me questo settore era nuovo del tutto, quindi ho chiamato un bravo enologo, Claudio De Bortoli, che mi ha detto subito: “fai il vino che ti piace di più”. E così mi sono rivolto alle bollicine, le mie preferite. Sono convinto che si venda ciò che piace a noi, per primi. Per la produzione, mi affido ai tecnici. Oltre all’enologo ci sono un agronomo e una cantina dove andiamo a vinificare. Poi si deve vendere, e qui entro in gioco io. Voglio un vino vicino alle persone, per questo ho creato una cantina dove organizzo eventi, momenti in cui le persone incontrano il vino, e non solo. Qui si ascolta jazz, si presentano libri, si assaggiano pietanze e altro. In questa zona (di Breganze, nel Vicentino, ndr.) siamo in molti a produrre vino, e ce ne sono di straordinari. Io punto a far conoscere i miei in modi alternativi.

E poi c’è il coniglietto
La storia del coniglietto è questa: era il mio soprannome. Così sul vino ci metto il mio nome, e anche il soprannome. Il business deve essere personale, legato al suo ideatore: io qui mi rispecchio, c’è dentro tutto il passato della mia famiglia e il carattere del mio presente. Per ora produco quattro vini (oltre alle bollicine, un cabernet, un rosso e un torcolato. In primavera debutteranno un bianco fermo (uve Chardonnay in purezza) e un Rosé, ancora bollicine metodo classico, che chiamerò “Prime Rose” e sarà composto al 90% di pinot nero, con aggiunta di vespaiolo.

Panorama

Com’è fare impresa oggi?
Nel 1986, quando sono partito con l’informatica, era tutto più semplice. Pareva che tutti aspettassero noi. Oggi invece pare tutto saturo, ma non è vero. C’è sempre spazio per inventare qualcosa di nuovo. È vero che il contesto non aiuta, pensiamo alle difficoltà delle banche. Io, fortunatamente, sono partito con il mio capitale disponibile. Diversamente davvero non saprei.

Cosa dice ai giovani?
Direi di non credere che l’agricoltura, così come è oggi, sia davvero il futuro. È un settore che richiede grandi investimenti, il piccolo non funziona. Il punto è non voler fare tutto da sé, imparare a delegare e ad affidare a terzi, creando una struttura di rete. Nel vino non è facile, perché ciascun produttore pensa di fare il vino migliore e poco volentieri condivide con i colleghi. Vige più lo spirito di concorrenza che quello di collaborazione.

E il futuro del vino, e del territorio dove lei opera, come lo vede?
Il territorio di Breganze soffre un po’ della piccola dimensione. A caratterizzarlo ci sono il vespaiolo e il torcolato, mancano grandi vini che lo identifichino. Purtroppo si assiste anche ad un abbandono delle vigne, perché coltivare uva non è più vantaggioso economicamente. In altre zone (pensiamo alla Franciacorta o al Trentino) i produttori sono maggiormente protetti. Qui il piccolo fa molta fatica. Piccolo è bello, se parliamo di qualità e di cura nella produzione, ma serve fare rete, economia di scala su altri fronti.

Quali sono le doti che l’imprenditore di oggi deve possedere?
L’imprenditore non deve essere un tecnico, deve avere visione e saper fare lavorare gli altri. Deve piuttosto eccellere nella gestione delle persone e nella comunicazione. E poi, deve fare quello che pensa lui, anche se attorno a sé sente consigli discordi. Se pensa che la cosa da fare sia quella, la deve fare. Naturalmente la si verifica e la si aggiusta, ma si deve seguire la propria inclinazione.

C’è il fato, o il destino, in tutto questo?
Non direi fato. Forse una buona dose di “fattore C”, si può dire? Non è banale capitare al momento giusto, che poi può essere anche una capacità (o fortuna) di intuire il futuro. Quando vendevo software, andava di moda l’hardware, ma a me non piaceva, e ho continuato a fare quello che preferivo. Mi è andata bene, molto meglio che ai venditori di hardware, se non altro. Poi, sulle cose che piacciono di solito si è anche bravi. Se lavori e ti diverti, non sbagli mai. Si dovrebbe lavorare fino al venerdì e non vedere l’ora che sia di nuovo lunedì, per tornare a divertirsi. Questo non vuol dire lavorare e basta, ma la differenza la fa il piacere, la positività che si prova lavorando. Questa sì che è una vera fortuna.

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Anna Baldo

Intervista a cura di Anna Baldo

“Scrivere per mestiere, per passione, mai per caso”. Giornalista, addetta stampa, consulente per la comunicazione. Canto in un coro polifonico e nel tempo libero mi dedico al bricolage. C’è tutto in www.annabaldo.com

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