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38. Leonardo Chiti

6 minuti 1108 parole

Trasformare la passione per il vintage in un lavoro. Intervista a Leonardo Chiti

153 giacche da uomo, 46 cardigan e 32 paia di espadrillas. Secondo Leonardo Chiti tutto parte dall’osservazione, dalla voglia di fermarsi di fronte al dubbio, cioè il momento in cui viene fuori la personalità di chi vede nella moda il vero terreno della non omologazione. L’ho incontrato e abbiamo parlato del suo lavoro, che guarda caso è la sua passione. E viceversa. 

Leonardo, qual è il tuo lavoro?
Il mio lavoro si suddivide in due aspetti all’interno del mondo del vintage, sono un espositore professionista a livello nazionale che partecipa alle fiere più importanti di settore in Italia. L’altro aspetto del mio lavoro è organizzare eventi, festival, mostre-mercato, workshop, installazioni artistiche sempre inerenti al mondo del vintage.

Perché hai deciso di fare questo lavoro?
Io dico che questo lavoro ha scelto me, non il contrario. È una grande passione che ho sempre sentito e coltivato fin dai tempi del liceo. Sicuramente ha influito molto il fatto di essere originario di Prato che è un po’ la capitale del vintage. Ho sempre lavorato nel campo della moda e ad un certo momento della mia carriera ho deciso di intraprendere questa scelta definitiva verso il vintage.

Qual è stato il momento decisivo che ti ha portato a fare della passione per la moda vintage un lavoro?
La mia passione per il vintage, cioè frequentare i vari mercati in Italia e all’estero è nata quand’ero al liceo, periodo in cui sfruttavo ogni momento per svolgere una mia ricerca personale. Solo in un secondo momento ho capito che potevo trasformare questa ricerca in lavoro. Il momento decisivo è stata un’esperienza a Londra, lì è esplosa definitivamente la passione. Tornato in Italia ho deciso di mettere a frutto quello che avevo vissuto e percepito, in un periodo in cui nel nostro paese il vintage andava diffondendosi, c’erano sempre più cultori e appassionati di questo ‘nuovo’ mondo e a 25 anni (parlo dei primi anni del 2000), mi sono messo in gioco e ho aperto la mia attività Deuda Vintage & Events, iniziando a lavorare in quel settore. Parallelamente al vintage facevo una linea personale di maglieria remake che vendevo ai negozi. In quel periodo, soprattutto nei negozi di ricerca, c’è stato il boom di creare dei piccoli corner con marchi emergenti che diffondevano la novità del remake, oggi più che mai dilatata nelle sue sfumature fino all’eco-sostenibile.

I pro e i contro della scelta di esserti messo in gioco?
I pro: faccio un lavoro che è passione, divertimento, stare in mezzo alla gente, un lavoro basato sui rapporti interpersonali, infatti spesso dico che lo farei anche gratis! È qualcosa che va al di là dell’aspetto economico e questo sicuramente aiuta a non abbattersi. Non vedo mai le difficoltà come una sconfitta ma le vedo come un passaggio, pensando ‘la prossima volta andrà meglio’. E già per questi motivi mi ritengo fortunato che la vita mi abbia permesso di trasformare questa mia passione in un lavoro. Ogni tanto ci penso e sorrido, ed è ciò che mi fa andare avanti. Di contro ce ne sono pochi, superabili, secondo la prospettiva di guardare il bicchiere sempre mezzo pieno; considerando anche il fatto che sono cresciuto e che ho fatto un certo percorso. È logico che all’inizio ci siano più difficoltà, man mano che superi gli ostacoli cominci ad accettarli e a vederli in maniera diversa. Anche questo fa parte dell’esperienza lavorativa.

Rifaresti questa scelta?
Sì, senza dubbio.

Il progetto a cui sei più affezionato?
L’Arsenale Vintage Market di Verona è un progetto a cui tengo molto, per vari motivi, tra cui il mio trasferimento a Verona tre anni fa, proprio per la realizzazione di questa mostra-mercato di moda e design vintage che ora è tra le fiere di settore più importanti in Italia. Si tratta di una joint venture tra me e alcuni collaboratori che conoscevo da diverso tempo, sempre del mondo vintage. Abbiamo deciso di unire le nostre forze, le mie competenze per il settore vintage, le loro per l’organizzazione di eventi e la pubblicità. È nato così questo evento che mi ha dato molte soddisfazioni e ha significato anche un cambio di vita. Il fatto di essermi trasferito penso che rientri nelle note positive del mio lavoro, corrisponde alla continua ricerca di nuovi stimoli e nel valore del cambiamento.

La giornalista Adriana Mulassano ha detto: “Senza cultura del passato non c’è futuro”. Sei d’accordo?
Sì sono perfettamente d’accordo, senza la conoscenza di quello che è lo ieri non può esserci un oggi ma neanche un domani, perché il passato è la base di tutto. Per me è anche una questione di entrare nei modi di vivere precedenti ai nostri. Ciò si riallaccia al vintage, parola chiave che per me è anche uno stile di vita. Usando dei capi o degli oggetti vintage dai valore alla persona che li ha tenuti. È una continuazione, è come dare una seconda chance, una nuova possibilità di vita. C’è un aspetto romantico che gira intorno a questo concetto ma è proprio questo il bello che travalica l’aspetto lavorativo del vintage in sé. E tutto questo si vede anche nella musica, nelle installazioni, nei workshop… un alone di romanticismo che aleggia nel vintage. Ed è importante scindere la parola vintage e il mondo vintage da tutto ciò che è usato. Sono due cose diverse. Perché oggi c’è molta confusione e la parola vintage viene usata spesso a sproposito.

Un consiglio a chi vuole intraprendere la tua professione?
Oggi, rispetto a quando ho iniziato io, ci sono degli strumenti come il web che aiutano molto. Sicuramente si devono frequentare le fiere, non solo i mercatini improvvisati, ma partecipare ad eventi come Vintage Selection a Firenze, Next Vintage al Castello di Belgioioso (Pavia), Arsenale Vintage Market a Verona. Posti da cui attingere, utili per capire ed entrare in questo mondo. Poi sicuramente devi sentire una scintilla, non basta essere appassionati di moda, perché ci sono tanti modi di esserlo. La moda vintage è molto di nicchia e non può mancare di base una certa dose di personalità per fare tuo questo mondo e farne un lavoro. Sei solo appassionato o fai una scelta di vita? Come altri, questo un lavoro che corrisponde ad una scelta di vita perché non ti abbandona mai. E viaggiare, viaggia tanto se puoi, basta osservare le persone e scoprire nuove tendenze.

Progetti per il futuro?
Vorrei riuscire a unire il vintage e l’arte. Una parte dell’arte contemporanea ultimamente si sta avvicinando al mondo del vintage attraverso un certo riuso e riciclo. Vorrei sviluppare questa nuova prospettiva.

Cosa ti ha insegnato questa scelta di vita?
ho imparato grazie al passato qual è il bello del futuro.

E qual è?
Il bello è che viene un giorno alla volta.

(Le foto di Leonardo Chiti sono di Irene D’Agati)

Irene D'Agati

Intervista a cura di Irene D'Agati

Ama l'odore dei vecchi libri, ma è una tech lover. Le piace definirsi fashion geek. Il suo blog è www.nonsoloborse.net

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