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16. Luca Cremonesi

11 minuti 2186 parole

Un libro, un film, un fumetto. Presentati da un filosofo. Ce li consiglia Luca Cremonesi.

Luca Cremonesi nasce nel 1977 a Castiglione delle Stiviere (Mantova)
Dopo la laurea in Filosofia sotto la guida del Prof. Paolo Gambazzi ed il Dottorato di Ricerca in Filosofia Politica sotto la guida della Prof.ssa Adriana Cavarero, entrambi conseguiti presso l’Università di Verona, studia in Francia con Derrida e Badiou.

Specializzatosi nell’ambito estetico, nella filosofia francese del ‘900 e contemporanea continentale e, da qualche anno, anche analitica, al suo attivo conta 24 titolo scientifici, tra i quali anche tre traduzioni di testi di autori quali Badiou, Derrida, Nancy. Tra i suoi libri ricordiamo “Oltre l’uno e il molteplice”, “Le differenze parallele”, “Il mestiere dell’artista” e “Il paese delle meraviglie”.

Attualmente è impegnato su diversi fronti: corsi o laboratori di filosofia, sia universitari sia presso biblioteche, associazioni culturali, librerie e istituti scolastici privati e pubblici, il Museo Torre Civica di Medole ed alcuni comuni delle Colline Moreniche, della bassa bresciana e del lago di Garda; è redattore di riviste filosofiche, di critica letteraria, artistica, fumettistica e cinematografica, cura una rubrica cartacea su Il Gazzettino ed una trasmissione radiofonica (su Radio Alfa). Inoltre, da anni cura progetti educativi nelle scuole e percorsi di aggiornamento per docenti delle scuole medie e superiori in collaborazione con il Prof. Luigi Muzzolini.
Infine, è fra i fondatori dell’Associazione Culturale, nonché casa editrice, “presentARTsì”, con all’attivo 15 titoli editati e pubblicati, laboratori di poesia, letteratura e filosofia in biblioteche e spazi privati.
Nel 2006 approda all’insegnamento. Da questa esperienza, nasce il volume “Insegnare”

Da un percorso speculativo ad un percorso pratico di insegnamento. Quanto e cosa della tua esperienza pregressa, hai portato in aula?

Tutto… perchè, a mio avviso, teoria e prassi non solo convivono, sono esattamente la stessa cosa. Vecchioni, in una bella canzone dedicata ad Alda Merini, scrive: “Basta poco ad esser felici, basta vivere come le cose che dici…”. Non è facile? Ovvio… è una bella utopia? Altrettanto ovvio… ma la filosofia ha il compito di occuparsi dell’ovvio! Anzi, Zizek e Badiou, i due più importanti filosofi viventi (il primo sloveno, il secondo francese), affermano che la filosofia ha il compito di pensare i problemi, l’evento, ciò che emerge come necessità. Il mio amato Deleuze scrive la stessa cosa (e di questo, oltre ad altro, i due gli sono debitori…), ma è pensiero già di Platone… quindi fin dagli albori… o si pensa il problema, o la filosofa e, in generale, il pensiero, non ha alcun senso. Allora, per farla breve, o un pensiero è immediatamente pratico oppure è niente… non nel senso di no-ente, ma proprio nel senso volgare e comune della cosa, e cioè nulla!
L’insegnamento viene da Spinoza, l’unico filosofo che, per avere una bella libreria in casa di filosofia, bisognerebbe avere! Detto ciò, insegnare non è facile, anzi… è mettere in gioco tutto: la propria formazione, la propria vita, le proprie conoscenze e, soprattutto, il modo in cui le si è ruminate. Soprattutto, serve renderle vive, e cioè attuali e non virtuali… in altre parole, pratiche.
Il mio libro “Insegnare” è nato così: dall’esperienza di un professore di filosofia che va in pensione e accetta di dialogare con un giovane insegnante di filosofia (io). Si parte dalla vita, dalla propria esperienze e si racconta cosa vuol dire insegnare, in presa diretta, non in teoria. Non è un libro di pedagogia, ma un libro, scrivo nella prefazione, di “filosofia dell’insegnamento”. Il testo è costruito sulla falsa riga (come stile) delle conversazioni di Foucault al College de France… stile colloquiale e taglio sociologico/storico, ma anche culturale. Il filo rosso è : cosa ha voluto dire insegnare, ma soprattutto insegnare storia e filosofia e, in particolar modo, insegnarle negli anni ’70, ’80, ’90 e ’00 del 2000. Un climax ascendente e discendente insomma… In aula ci si relaziona sempre con teste pensanti e, soprattutto, si è in un contesto (epoca, città, problematiche, stili di vita). Serve essere connessi con il proprio tempo, con la propria epoca, con quanto c’è attorno. Insegnare non termina alle 13.00 con la campanella, e neppure inizia alle 8.00. Insegnare ed essere insegnante vuol dire essere impegnati, e connessi, 24 ore su 24….

Cosa, invece, ti hanno dato i tuoi studenti?

Dire tutto e tantissimo è poco… mi hanno dato il senso del mio sapere e, soprattutto, la cifra… e cioè che non vale nulla se non lo sai mettere “in situazione” e trasmetterlo. Credo che serva esser autorevoli, e non autoritari (ecco il perchè prediligo il “TU” al “LEI”… mi spiace per Ligabue, ma lui sarà diventato un “pompiere”, io resto “incendiario” e “bombarolo” alla De Andrè… cambio, se mai, la strategia, ma resta questo il succo…), perchè con ragazzi e ragazze si sta e si condivide tempo, spazio, vita, sorrisi, lacrime, emozioni (grandi e/o piccole). Se ha un senso essere insegnante lo ha perchè si lavora con loro, insieme a loro… Non è corretto dire che sono “colleghi di lavoro”, sono i comprimari! Le cose si fanno, pensano e coordinano insieme.. questo dovrebbe esser il senso del consiglio di classe… invece… Inoltre, mi hanno fatto capire che la cultura non è colonizzazione, ma possibilità di crescita… banalità? Bene… probabile… sfido a chiedere quanti di noi insegnanti hanno letto Pennac (“Diario di scuola”, Feltrinelli) e il suo concetto di “asino”… c’è tutto lì, in quelle pagine… I ragazzi, nel senso di alunne e alunni, sono l’unica vera essenza della scuola…

 

Nei tuoi scritti, spesso il concetto filosofico di bello è associato a prodotti che, nella concezione diffusa, non sono arte o, perlomeno, non tutti sono arte. Sto pensando, per esempio, ai fumetti ed al cinema. Cosa, quindi, per te è il bello?

Domanda più difficile non l’hai trovata? Avete tempo circa un due o tre ore per leggere la mia risposta? Ovviamente scherzo… bello… non ha a che fare con il piacere… ma con la necessità… ciò che è bello, diciamolo così, appare… ma fin qui nulla di nuovo rispetto all’estetica che seguo, studio, e mi “piace”. Quello che mi chiedi è, però, come mai per me sia importante, nel concetto di bello, allargare gli argini ad altre esperienze culturali che, per prima cosa, io considero – sulla scia di molti intellettuali veri – a tutti gli effetti “esperienze” che hanno a che fare con quello che siamo e stiamo diventando. Uso, dunque, il termine “culturale”, e dunque “esperienze culturali”, alla luce di quanto detto sopra… La pop culture, oggi, è la nostra cultura. Anzi… sempre la pop culture è stata la vera cultura… La “pop culture” è la cultura popolare… Si è vero, un tempo erano le coorti a far cultura e a dare il via… ma era una società dove chi esprimeva “potenza” – in senso spinoziano – era l’aristocrazia, e la sua cultura era quella di coorte, con valori e concetti di coorte. Dal 1848 (ma sarebbe da dire dal 1789… o da altre date lì attorno, ma ci siamo capiti) la classe sociale che esprime “potenza” è la borghesia, nel bene e nel male, ovviamente… Dunque, è cambiata anche la cultura (che poi, a ben vedere, la “Commedia” di Dante… tutto è fuorché un testo aristocratico… qualcuno se la sente di dire che l’Inferno è un testo di corte?) e i mezzi della medesima. Rido quando mi sento dire che “il fumetto… ma dai.. è cosa da poco”… e penso a quando sono apparsi i romanzi a puntate la prima volta (autori e autrici che oggi leggiamo come classici), oppure quando per la prima volta si è rotta la gabbia del sonetto classico ed è apparso il verso libero, o quando i primi dadaisti hanno mostrato le loro opere… ecco, mostrare, vedi che bella parola, ricca? mettere in mostra, farsi vedere, accadere… Riassumendo… la pop culture oggi ci dice davvero quello che siamo e ce lo mostra, ce lo fa vedere e lo rende fruibile a tutti… in fin dei conti, cosa ha fatto il Cristianesimo quando ha sdoganato l’arte? Ha reso “fumetto” il suo messaggio… pensa alla Cappella degli Scrovegni… a Giotto in generale… e la fantascienza? Ci ha aiutato a pensare il futuro, a farcene un’idea, ci ha aiutato a creare un immaginario – positivo e/o catastrofico per carità – ma questo ha fatto. Allora, bello nel senso di ciò che mi piace, bhe, non lo dico dato che neppure in classe dico mai cosa mi piace, perchè non è affatto interessante; ma “bello” in questa accezione… è l’idea splendida che ha sviluppato Eco nei due tomi “Storia della bellezza” e (geniale davvero) “Storia del brutto”, ma è anche Baricco con i “Barbari”… non amo il Baricco narratore, ma quello saggista è davvero interessante…

Ci consigli, spiegando anche il perché, un libro, un film ed un fumetto?

Per quanto riguarda il libro… te ne dirò due, perché d’altronde non rispetto le regole! Il primo è il testo che, ad oggi, è il primo nella mia personale “classifica mentale” (come scrive Agamben), e cioè “Gli anni della nostalgia” di Kenzaburo Oe, giapponese, Nobel per la letteratura nel 1994, un romanzo sull’amicizia e sull’essere insegnante e “maestro”, un romanzo epico, dove ciò che conta è la vita che si vive insieme, non quella che si avrebbe voluto vivere insieme e, soprattutto, la vita che si avrebbe voluto che altri vivessero con o per noi; un testo che, per noi occidentali, è doloroso e scomodo, se guardiamo all’impostazione cattolica e perbenista che deve avere per noi, sempre, l’amicizia e lo stare insieme. Il secondo (per se è dura perché ne avrei mille, ma il gioco ha delle regole e un poco vanno rispettate) è l’ultimo che ho letto e, dato che è meraviglioso, lo condivido subito: “El especialista de Barcelona” di Aldo Busi che finalmente – FINALMENTE scritto a caratteri cubitali – torna a scrivere e torna a scrivere romanzi. Chi non ha mai letto Busi, bhe… mi spiace! E tanto! Lui è davvero il più grande scrittore – attenzione, SCRITTORE – vivente in Italia. Sottolineo scrittore perché o si coglie questa cosa o non c’è verso di cogliere Busi, intellettuale puro, duro e sempre pronto a darci grandi esempi di vita etica e civile.

Un film… anche qui… che tortura un solo titolo (sei abile come torturatrice però!)… facciamo così, consiglio due pellicole anche qui… così andiamo a trasgredire fino alla fine.. mi limito però a questi due ultimi anni perché ritengo che questi due siano film “necessari”: “Amour” di Haneke e “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, il primo ha vinto Cannes e il secondo Berlino (qualsiasi film vinca a Berlino è sempre un vero capolavoro). Il primo è un film che mi ha sconvolto e che, sia chiaro, non rivedrò mai più, o comunque ne dovrà passare di tempo. Ma è un film necessario, che serviva. Soprattutto oggi, di quest’epoca. Questo film ha a che fare con la vita e con la morte; anzi, vivere è per la morte, dicevano i filosofi. Ma non è solo questo, sarebbe, pur se tanto, ben poca cosa se la riflessione di Haneke si fermasse qui. In realtà il regista austriaco ci ha resi spettatori non di una finzione, né di un amore come tanti, né della vita che finisce e neppure della morte quale alter ego della vita, bensì della realtà della vita e della morte, dove quella ‘e’ lega e tiene insieme in modo forte, come un legame atomico, i due concetti. Il gesto estremo e improvviso di Georges, ma non inatteso se davvero “l’invisibile fa veder Amore”, è ciò che rafforza e cementa un legame che è di per se davvero a-tomico, nell’etimo: inscindibile. È un film da non rivedere, come d’altronde si vorrebbe accadesse con la morte. Il silenzio del finale, nel film, ma anche nella sala, è lo stesso di quando si “fa visita”, ma è anche lo stesso di chi pensa, nell’immediato “post”, alla persona che non c’è più. “Non si sa cosa dire in queste occasioni”, se non che è la vita che va da sé e va così. Il film non ha nulla di moralistico e neppure di “buonismo” e manca di buoni sentimenti da supermercato. Haneke mette in scena la realtà dei fatti, della vita e della morte. Solo che, di questi tempi, l’abbiamo scordata. Non la morte ovviamente. Ma la realtà.
Il secondo, invece, è un film sulle “anime salve” direbbe De Andrè, una pellicola che ci ricorda che il carcere serve a rieducare e a reinserire e non a celare, nascondere e distruggere. La “potenza” di questo film è incredibile… infatti, non è stato affatto distribuito! Meno male che i tedeschi l’hanno colto e gli anni assegnato l’Orso d’Oro.

 

Sul fumetto… anche qui… come fare! Sei perfida però! Anche qui due, con due motivazioni diverse! “Civil war” della Marvel, perché è un prodotto “pop” (nell’accezione vista sopra) che ci racconta, che ci dice cosa siamo ora. Lo fa, ovviamente, sulla realtà americana, ma, come ben sappiamo, quella realtà oggi è la nostra. Quindi, oggi, è un fumetto attuale. 
Poi il recentissimo “Moby Dick” di Alessandro Sanna. Alessandro (di cui mi posso permettere di dire di conoscere di persona, e questa è una fortuna, perché Alessandro è artista vero e uomo umile, dunque, ancor più vero artista) ha appena dato alle stampe questo suo ultimo lavoro che è una summa dei lavori e degli stili precedenti, ma è anche un nuovo inizio, perché Alessandro è davvero un vulcano. Ed è bravissimo. Non fatevelo sfuggire, pur se è stampato da un piccolo editore…

Cecilia Breoni

Intervista a cura di Cecilia Breoni

Laureata in filosofia, lettrice accanita di qualsiasi cosa, anche le etichette delle bottiglie dell’acqua al ristorante.

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