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Lucia Dal Negro / DeLAB

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La cosa più bella del mio lavoro è che non sai mai come andrà a finire. Intervista a Lucia Dal Negro, DeLAB

parole: 863 | tempo di lettura: 4 minuti

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Può un’azienda raggiungere buoni profitti e contemporaneamente essere al 100% “etica” da un punto di vista sociale ed ambientale? Lucia Dal Negro, speaker a TEDxVerona il prossimo 23 febbraio, è convinta di sì. La strada da intraprendere è quella dell’inclusive business. Questo modello imprenditoriale innovativo prevede che la produzione dei beni o servizi avvenga assieme a comunità a basso reddito di paesi in via di sviluppo, con le quali si creano delle partnership imprenditoriali. In questo modo, dalla fase di progettazione fino a quella di distribuzione, è possibile rispondere a bisogni locali con dei prodotti co-progettati e allineati alle esigenze di quelle comunità. Lucia ha fondato De-LAB, un laboratorio di progettazione inclusiva per imprenditori che scelgono la via dell’inclusive business.

Lucia, come è nata questa passione per il sociale?
Finito il liceo volevo iscrivermi a filosofia. Mi affascinava tantissimo il metodo dialogico per capire questioni complesse, problemi complicati e creare interazioni tra mondi apparentemente distanti anni luce tra loro. Alla fine ho scelto di studiare cooperazione internazionale perché mi è sembrato un buon campo dove applicare questa mia passione per la sintesi. Armonizzare sviluppo economico, ambientale e sociale. Sempre di un dialogo si tratta, ma tra culture differenti e ambiti apparentemente lontani.

Qualche aneddoto che ha particolarmente segnato il tuo percorso?
Durante la triennale ho avuto l’occasione di recarmi per motivi di studio nella città di Srebrenica, dove nel 1995 ci fu un genocidio. Lì ho sentito per la prima volta quella che definisco “l’urgenza”, vale a dire una irreprensibile necessità di capire e reagire. Questo i libri non lo insegnano, l’esperienza in Bosnia e in altre zone dei Balcani mi ha cambiato la vita. Dopo quell’esperienza molto profonda, però, ho sentito che dovevo incanalare le mie energie verso qualcosa di più costruttivo. Studiare i conflitti etnici è un po’ come studiare il baratro: perdi di vista la speranza. Così in specialistica mi sono avvicinata agli studi sulla sostenibilità ambientale e sociale perché credo sia un settore nel quale c’è molto da fare, si può essere creativi, e le prospettive sono interessanti. Ecco che dopo l’urgenza ho conosciuto l’entusiasmo, come quando mi sono recata in Costa Rica per la mia tesi specialistica sul caffè e lì mi sono definitivamente innamorata di questo modo di fare sviluppo sociale dal basso.

Quale lato del tuo carattere ha maggiormente influenzato le decisioni che hai preso sino ad ora e ti ha permesso di diventare la professionista che sei oggi?
L’interesse verso quello che non conosco. Dove c’è qualcosa di non detto e già consolidato, approvato dalla norma comune, lì si insinua la mia curiosità. Ho l’esigenza di capire perché persone e realtà distanti tra loro non riescono ad incontrarsi, e vorrei trovare un modo per far sì che quest’incontro infine accada. Amo stare al confine delle cose, anche delle varie discipline, probabilmente per questo ho scelto il sociale, perché è un ambito che mette insieme tante conoscenze diverse.

Perché hai preferito lavorare come privato per il privato, invece che specializzarti nella cooperazione pubblica?
Perché sono convinta che il settore profit, se innovativo e consapevole, sia uno degli attori più capaci di portare sviluppo sostenibile e una crescita economica reale e più equa. Il settore privato, rispetto al pubblico, è molto pragmatico e di norma seleziona gli interventi in base a regole di efficienza ed efficacia. Gli imprenditori a volte ci mettono un po’ prima di capire di cosa sto parlando, ma quando colgono il potenziale delle mie parole si illuminano. Perchè l’inclusive business è una sfida, e l’imprenditore innovativo ama le sfide e le nuove frontiere.

La tua scala di valori personali.
Per me è fondamentale condividere le mie esperienze e i miei pensieri con le persone alle quali tengo e di cui ho stima, sia sul lavoro che nella vita personale. Per questo amo lavorare in team, non mi ci vedo, ad esempio, a lavorare da sola in laboratorio otto ore al giorno al microscopio, preferisco le persone. La condivisione con l’altro e la spinta a testare la mie capacità sono per ora le mie priorità.

Persone che più ti hanno ispirato
Inizialmente i miei professori del liceo, in particolare di italiano e filosofia. Sono stati loro a costruirmi il piedistallo da cui poi ho scelto di buttarmi. Sono stati per me un’immensa fonte di ispirazione e motivazione. Mi hanno fatto capire che la strada era mia e che stava a me scegliere dove indirizzarla. Successivamente, fondamentali sono stati tutti gli incontri che ho fatto quando mi trovavo all’estero. Ogni persona con cui mi sono confrontata, ogni realtà che ho conosciuto, mi ha insegnato che non c’è mai nulla di definitivo o scontato. Ad esempio con i miei compagni di studio a Londra non avrei mai pensato di poter condividere altro se non esami o giornate in biblioteca e invece è andata a finire che ho condiviso De-LAB, il nostro laboratorio di progettazione inclusiva. Tutti gli incontri che ho fatto sono importanti, alcuni mi hanno veramente sorpreso. La cosa più bella è che non sai mai come andrà a finire.

[L’intervista di Irene continua su Corriere Innovazione]

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Irene Pasquetto

Intervista a cura di Irene Pasquetto

Laureata magistrale in Editoria e Giornalismo e iscritta all’Ordine dei Giornalisti dal 2010, è specializzata in giornalismo digitale e nella creazione e gestione di community digitali. Lavora come giornalista, blogger e web editor per diverse realtà del settore. Fa ricerca nell’ambito delle teorie e tecniche della comunicazione digitale. E' vice presidente di TEDxVerona.

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