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Manolo Bossi

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Lezioni Americane: sei proposte per i prossimi designer. Intervista a Manolo Bossi.

parole: 855 | tempo di lettura: 3 minuti

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Manolo è un industrial designer. Figlio di artigiani del ferro e del vetro, è nato e cresciuto tra casa e bottega. A 15 anni aveva già le idee chiare sul futuro, che adesso è diventato il suo presente.
Realizza prodotti per interni e trae ispirazione dagli anni ’60, prediligendo il bianco e nero e le forme pure.
Nel 2009 si è aggiudicato il Green Furniture Sweeden Award, tra i premi internazionali più importanti per la realizzazione di oggetti di design partendo da materiali di scarto. Dopo aver disegnato lampade per la Flos, ora punta a un progetto per la Vitra

Manolo, qual è il tuo lavoro e quando hai capito che sarebbe stata questa la tua strada?
Sono un industrial designer, ovvero progettista di prodotto. Dal casco per parrucchiera al mobile, dalle lampade alle macchine industriali che lavorano i metalli. Ho capito che volevo fare questo lavoro fin da ragazzino: sono figlio di artigiani, i miei genitori facevano lampade in ferro battuto e vetro scalfito. A 15 anni ho cominciato a frequentare spesso l’officina-laboratorio della mia famiglia. La curiosità che fin da piccolo mi spingeva ad aprire i giocattoli per capire come funzionavano e venivano costruiti, cosa si celava dietro la magia di un movimento o un incastro, mi spinse ad iniziare a manipolare il ferro e il vetro. Cercavo sempre di riparare cose che si rompevano (Ahimè lo faccio ancora). All’Istituto d’Arte ho scoperto anche il legno e ho capito che avrei voluto fare prima l’ebanista e poi il progettista di interni, scartando l’ipotesi universitaria. Insomma lavorare con i materiali naturali come questi mi dava una certa soddisfazione.

Quali altri materiali utilizzi?
Questa professione mi ha permesso di scoprirne a dozzine, tutti molto diversi tra loro, di cui alcuni davvero sofisticati, come i materiali plastici che ho avuto modo di approfondire dapprima progettando dei piatti doccia, poi elettrodomestici di uso comune, fino ai componenti interni alle lampade per la prestigiosa Flos. Anche se c’è da dire che nei miei progetti successivi non ne ho fatto un gran uso di questi materiali, anzi, ho cercato di evitarli dove possibile: sono maggiormente legato a quelli tradizionali.

Qual è stato il momento della tua carriera in cui ti sei sentito più soddisfatto?
Ce ne sono stati molti. Ricordo però con estremo piacere la telefonata con cui mi informarono che avevo vinto il Green Furniture Sweden Award 2009 per aver progettato una seduta utilizzando concreti criteri di sostenibilità. Forse perché è stato il riconoscimento di una giuria internazionale.

Dici che Calvino è stato un importante punto di riferimento per te, in particolare le sue Lezioni Americane, nelle quali aveva proposto i valori da conservare nella letteratura del ventunesimo secolo: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, coerenza (quest’ultima soltanto abbozzata). In che modo queste teorie influenzano il tuo lavoro?
Se tu prendi queste sei caratteristiche e le associ alla parola “prodotto” capisci subito che sono tutte buone qualità che dovrebbero far parte non solo del prodotto in sé, in termini progettuali, ma anche del modo di comunicarlo, raccontarlo. Ecco, è proprio questo che mi affascina di Calvino: la padronanza del linguaggio e l’utilizzo profondo e vasto delle parole che a loro volta, sapientemente utilizzate, creano magia. Quindi è attraverso un uso chirurgico delle parole che lo scrittore utilizza questa conoscenza per arrivare ad esprimere con la massima efficacia pensieri profondi che toccano tutte le corde dell’uomo. Praticamente un designer!

Ti definisci un autodidatta. Ma credi sia importante anche una buona formazione accademica?
Non sono sicuro di poter rispondere correttamente a questa domanda. Sono abituato a esaudire la mia curiosità, dedicandomi allo studio: vado in biblioteca, compro libri e cerco risposte ai quesiti che mi assillano. Penso che l’apprendimento in senso generale vada sempre considerato, anche quello di un manuale d’istruzioni, perché è un arricchimento che prima o poi ci tornerà utile. Quindi una buona formazione, accademica o no, è sempre importante. So che sembra scontato e banale, ma credo che di questi tempi sia un valore da rimarcare. Imparare significa capire, capire serve a migliorasi. Migliorare è un esercizio che dura una vita. O almeno dovrebbe.

Che consiglio daresti ad un aspirante designer?
Di non seguire i consigli altrui, perché è proprio quello che ognuno di noi ha dentro di sé che fa la differenza in questo lavoro. Un vero industrial designer non è colui che fa styling, ossia mette un vestito ad un oggetto, anche se a volte può risultare divertente. Deve essere colui che insieme a tutta l’orchestra prende parte al progetto sin dalle prime fasi ed insieme al gruppo (artigiani, imprenditori, prototipisti, solo per citarne alcuni), crea innovazione e armonia estetica. Questa professione è per definizione multidisciplinare: si va dalla scienza dei materiali all’arte, dai rimandi culturali alle spietate richieste del marketing aziendale. Insomma bisogna avere mille passioni per amare e riuscire in questo complesso lavoro.

Cosa c’è nel tuo futuro?
Un pò di elettronica, di artigianato digitale, di progetti ecosostenibili. In cantiere c’è la direzione di un’orchestra di designer e forse una mostra. Che altro posso volere? Ah! Fare un progetto per la Vitra!

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Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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