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23. Marco Franzoso

5 minuti 860 parole

Marco è uno scrittore. Uno di quelli che scrive un romanzo e poi lo pubblica con Einaudi. L’abbiamo intervistato.

Marco Franzoso, nato a Dolo (Ve) l’11 marzo del 1965, è uno scrittore particolare e alquanto eclettico, in grado di descrivere storie e personaggi agli antipodi, passando da un romanzo solare e movimentato a uno decisamente più profondo, cupo e serio. Il lavoro di Marco non è di certo solo quello di raccontare una storia, ma quello di raccontare la vita, obiettivo decisamente più complesso.

Laureato in Lettere, ha un fratello e un figlio, separato, suo padre era medico condotto, oggi vive a Padova e il suo ultimo libro, Il bambino indaco, è uscito nei primi mesi di quest’anno e ha già fatto molto parlare di sé per aver toccato con grande sensibilità, seppur in chiave drammatica, un argomento molto delicato e non prettamente maschile: la gravidanza e la crescita di un figlio da parte della mamma.

Marco, ogni scrittore di romanzi fa questo mestiere per un motivo ben preciso. Di solito è per un bisogno di esorcizzare le proprie paure mettendole nero su bianco o perchè si ha da raccontare qualcosa di autobiografico che può risultare un’esperienza costruttiva per altre persone o semplicemente per comprendere o analizzare un problema sociale. Qual è il tuo specifico motivo che ti ha spinto a scrivere?

La vita è fatta di narrazioni. Sono le narrazioni che determinano in massima profondità ciò che siamo. La religione è un racconto, la moralità è un racconto, l’ambizione è un racconto. La crescita e la definizione di ciò che definiamo “essere adulto” ci viene definita attraverso un racconto. Scrivere, per me significa raccontare ciò che siamo. Mi interessa attraverso il racconto descrivere l’uomo contemporaneo, ciò che siamo diventati e come è diventata e si è trasformata l’interiorità delle persone di oggi. Cioè, attraverso la scrittura cerco di indagare e conoscere emotivamente chi siamo.

Parliamo del tuo ultimo romanzo: “Il bambino indaco”. Che cos’è innanzitutto un bambino indaco?

Secondo alcune credenze di matrice “new age” il bambino indaco è un bambino dotato di particolari poteri sovrannaturali e predestinato a salvare l’umanità.

Nel romanzo si racconta di un uomo e una donna che si amano e decidono di avere un figlio. Ma da quando lei resta incinta le cose cominciano a cambiare. Che cosa succede alla futura mamma?

Il romanzo narra di una storia d’amore che si inceppa proprio quando arriva un figlio. La gravidanza e la nascita del bambino rompono l’equilibrio della coppia dal momento in cui la madre ritiene che il figlio sia, appunto, un bambino indaco. Lo tratta quindi come tale, come essere “divino”. In pratica lo affama, negandogli il cibo necessario alla crescita; quello stesso cibo che, più il romanzo procede, più la madre ritiene impuro.

Il dramma vissuto nel romanzo, una volta finito di leggerlo, si sospetta sia quasi vero dal modo in cui è stato scritto: senza giudizi, senza indagini, mantenendo un muto distacco. Come sei arrivato a sviluppare questa trama? Quanto è descritto è davvero un problema reale?

Da qualche anno racconto solo storie vere, storie che raccolgo nel mondo. Sono convinto che la grandezza di uno scrittore sia inversamente proporzionale alla sua fantasia. Mi piace indagare prima di iniziare a scrivere. Dopo che ho deciso che storia scrivere faccio molte interviste: nel caso specifico ho intervistato giovani madri, psichiatri, un maresciallo dei carabinieri, alcuni avvocati…

Torniamo indietro, ai tuoi esordi. Il tuo primo libro si intitola “Westwood dee-jay”, parla di un dj veneziano ed è scritto in dialetto veneto. Preferisci scrivere in italiano o in dialetto veneto? Che metodologia segui per capire che tipo di linguaggio usare?

Io non ho alcuna preferenza in quanto a lingua. Ciò che mi interessa sono i protagonisti, il vero centro del romanzo. Su questi adatto tutto, la storia, la lingua, le ambientazioni. Ne Il bambino indaco il centro del libro era il cibo, una metafora più o meno esplicita di una specie di anoressia sentimentale dei protagonisti. Ho cercato quindi una lingua rarefatta, essenziale. In “Westwood dee-jay” il protagonista era un dee-jay, appunto, che non sapeva esprimersi in italiano, ma si trovava a suo agio coi gesti, con le movenze. Era quello il suo modo di comunicare, così mi sono inventato una scrittura sgrammaticata, più vicina alla musica che al parlato. Ogni libro per me è un inizio e la lingua deve esprimere nel suo modo l’essenza dei personaggi.

Se “Il bambino indaco” fosse stato scritto in dialetto veneto secondo te avrebbe avuto lo stesso risultato?

Non saprei. Probabilmente non sarebbe cambiato niente, credo: l’approccio alla scrittura è sempre lo stesso. Sento il bisogno di reinventarmi ogni volta che affronto un nuovo romanzo e sento l’esigenza di ascoltare le voci dei protagonisti e di adattarmi a loro, di avvicinarmi e di descriverli con la lingua che mi sembra che loro richiedano.

Parlando del futuro: hai già nuove idee per il tuo prossimo romanzo?

Magari! Purtroppo no, non ho nessuna idea. Sto raccogliendo sensazioni, mi sento una specie di spugna. Prima di iniziare qualcosa mi trasformo in una carta assorbente e in questa fase l’elemento più importante è la disponibilità a lasciarsi sedurre da una storia. Non ha senso fare tanti progetti: sono le storie che ti vengono incontro. Basta essere aperti e disposti a volerle accogliere.

Nikola

Intervista a cura di Nikola

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