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21. Marco Truzzi

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Zingari, sinti, gagi. La storia di Damian, zingaro di un campo rom di Correggio

“Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere” è il felice romanzo d’esordio dello scrittore Marco Truzzi, uscito nel 2011 per i tipi di Instar Libri. Nel libro si racconta la storia di Damian, un ragazzo zingaro che vive con la sua comunità nel campo alle porte della cittadina emiliana di Correggio.

Il suo mondo è perfettamente diviso tra chi sta dentro il campo e chi sta fuori (i gagi, come li/ci chiamano i sinti); almeno fino a quando, in una giornata del 1987, non arrivano i Carabinieri e “costringono” Damian a frequentare la scuola elementare. Da quel momento in poi cambia tutto: Damian non solo scopre il mondo “fuori dal campo”, ma incontra anche Elisa, la compagna di scuola che avrà un’importanza fondamentale per il suo futuro. Nel frattempo, il padre di Damian, Erick, viene scelto come testimonial per uno spot pubblicitario, rendendo la famiglia la più ricca del campo. Una serie di cambiamenti e di eventi che permettono quindi a Damian di guardare tutto con occhi nuovi e di cominciare il suo percorso di scoperta del mondo e di se stesso.

Senza cadere in facili stereotipi, Marco Truzzi racconta il “normale” passaggio dall’adolescenza al mondo adulto da un punto di vista assolutamente particolare. Ne abbiamo parlato con lui in questa intervista.

Damian, il protagonista del tuo romanzo, è un ragazzo rom che vive in un campo alle porte di Correggio. Una delle cose che più mi è piaciuta del tuo libro è il fatto di riuscire ad “entrare” in questa realtà fin dalle prime pagine del libro. Come ti sei documentato a riguardo?

Intanto la premessa è che parliamo di sinti e non di rom, che è una differenza significativa sulla quale tornerò poi. La prendo alla lunga perché in effetti il romanzo… Beh, il fatto è che il mio cognome, dalle mie parti, è comune ad alcune famiglie di giostrai (e i giostrai poi non è detto che siano sinti e soprattutto la mia famiglia non ha mai avuto a che fare con loro: mio papà, per dire, ha fatto anche sue ricerche ed è arrivato a stabilire che noi abitiamo a Correggio fin dal 1756… o qualcosa del genere: per cui, no, niente nomadismo). Diciamo che sono accadute diverse cose, più o meno nello stesso momento: io mi stavo arrotolando a scrivere una storia di legami famigliari che però non mi stava portando da nessuna parte (la stavo scrivendo così, solo per il piacere di scrivere e non è che avessi impegni o contratti editoriali); un pomeriggio arriva in Comune a Correggio – dove io lavoro come addetto stampa – la signora Bracco, sinti del campo di Correggio, diretta all’ufficio Servizi Sociali; la suddetta signora Bracco, legge la targhetta appesa fuori dal mio ufficio: “Marco Truzzi, responsabile Ufficio Comunicazione – Comune di Correggio”; la signora Bracco allora viene dentro all’ufficio e mi inizia tutta una storia confusa secondo la quale, comunque, io – che appunto ho un cognome che secondo lei poteva avere a che fare con loro – sarei dovuto andare al campo sinti di Correggio a spiegare al figlio della signora Bracco che non era una scelta vincente restarsene tutto il pomeriggio sdraiato in branda a grattarsi la pancia e che se invece lui avesse studiato tanto-tanto e si fosse impegnato con costanza sarebbe riuscito presto ad ottenere un ufficio di fianco a quello del sindaco, proprio come il mio; è stato esattamente a quel punto (davvero, proprio lì) che io, che pure non sono andato dal figlio della signora Bracco a dirgli quello che lei avrebbe voluto, ho pensato però che forse sarebbe stato interessante scrivere la storia che avevo in mente partendo dal punto di vista di persone che generalmente sono associate a tutto fuorché alle radici e alla stanzialità. Da lì è iniziato il mio “viaggio”.

All’inizio pensavo che fosse più bello, più “fico”, andare a conoscere le persone. E così ho fatto, partendo ovviamente dalla realtà più vicina e me, vale a dire il campo sinti di Correggio, per poi muovermi, passo dopo passo, verso realtà sempre più grandi, accompagnato di volta in volta da qualcuno conosciuto direttamente in un campo precedente. Questo mi è servito per incontrare le persone e soprattutto per sentire e capire quale lingua si parla nei campi e che linguaggio si usa. Poi però le “ricerche sul campo” sono cadute in un (forse inevitabile) equivoco: non dovendo scrivere un saggio antropologico o etnografico, né tanto meno volendo pormi come “portavoce” di qualcosa, diciamo che allora ero poco interessato alle rivendicazioni o alle lamentele assortite (per carità: non che spesso siano ingiustificate, tutt’altro), mentre lo ero molto di più per quelle che si potrebbero definire “storie e memorie di gruppo”. Purtroppo, dato che in questo – nella narrazione di sé, nel racconto delle proprie identità personali e collettive – i sinti sono decisamente lacunosi (e questa è una gravissima forma di povertà, anche peggiore di quella materiale), è stato assolutamente necessario rivolgersi alle ricerche di archivio e bibliografiche. Soprattutto, ovvio, per quel che riguarda le vicende storiche, che poi nel romanzo intervallano la narrazione principale. Degli incontri che ho fatto rimane traccia nell’atmosfera di tutto il romanzo, anche se nessun episodio è realmente accaduto o mi è stato raccontato in quel modo, né è biografico di qualcuno.
E questa è un po’ la storia che sta prima della storia.

Per quanto riguarda la differenza tra sinti e rom… Ci sono molti gruppi nomadi presenti in Italia, anche se comunemente vengono tutti definiti rom. I sinti sono molto numerosi, soprattutto nell’area emiliana e veneta, e nella stragrande maggioranza sono italiani-italiani, spesso residenti nello stesso posto da molto più tempo dei gagi (noi, tutti i “non sinti”) che li circondano. Rispetto a molti rom questo fa tutta la differenza del mondo perché i sinti non hanno a che fare con permessi di soggiorno e altre difficoltà che caratterizzano la vita dei migranti in Italia. Ma sono soggetti agli stessi diritti-doveri dei loro connazionali gagi. Ed è questo particolare che, per l’appunto, fa nascere la storia dei Pesci Rossi.

Con l’ingresso a scuola, Damian inizia a scoprire la realtà del mondo “fuori dal campo”. È solo il primo degli elementi che contribuiscono a renderlo un personaggio “in bilico” tra due realtà completamente diverse. A questo va aggiunta la fortuna del padre, scelto come testimonial pubblicitario (una cosa che rende la famiglia di Damian la più ricca del campo) e – soprattutto – la storia con la compagna di scuola Elisa. In un certo senso, pur con tutte le peculiarità del caso, sembra il percorso di ricerca di se stessi comune a tanti adolescenti. Perché hai scelto di raccontare proprio quello di un ragazzo sinti? Cosa c’è in questa cultura che ti ha particolarmente colpito?

Esatto, è proprio così. Il tema centrale del romanzo è esattamente la ricerca della propria identità e il fatto che molti dei protagonisti della vicenda siano sinti aggiunge solo un ulteriore tassello o altri spunti di riflessione. Come detto io ero interessato a raccontare una vicenda famigliare che avesse al centro della narrazione il classico superamento della linea d’ombra adolescenziale, il passaggio che compiono tutti e che, nella migliore delle ipotesi, ti fa vedere in modo più chiaro te stesso e il tuo ruolo nel mondo. Avere la possibilità di utilizzare uno sguardo così particolare – come quello del protagonista Damian o di altri abitanti del campo – non è stata una scelta puramente stilistica (cioè, non ho fatto preventivamente un ragionamento che mi portasse ad aderire astrattamente a una forma di “new italian epic”, per dire), ma solo il tentativo di estraniarsi, il provare a guardare alla mia, alla nostra realtà con occhi e parole diversi. Ed è anche per questo che credo sia importante ripetere che questo è un romanzo e non un saggio antropologico su una cultura diversa, né una ricerca sociale sulle condizioni di vita dei sinti in Italia. Semmai ci sarebbe la pretesa di arrivare a dire ok, guardate che i problemi sono sempre gli stessi, le difficoltà che certi riti di passaggio propongono sono le medesime, l’amore, la paura, l’amicizia, i sentimenti forti valgono per i gagi e per i sinti e il modo di affrontarli, pur nelle differenze, è abbastanza simile. Durante il percorso di ricerca condotto prima della stesura del romanzo sono rimasto colpito dalla mancanza di capacità narrativa dei sinti. Ho già accennato a questa cosa prima, ma è un genere di povertà che li caratterizza fortemente. I sinti, cioè, come la maggior parte dei gruppi nomadi e zingari del mondo, hanno per ora una limitata capacità di raccontarsi agli altri, perché manca la voglia, il tempo, la possibilità, ma anche perché mancano le parole. Se tu per esempio sei stato vittima di un’atrocità inenarrabile come l’olocausto e per definire quella cosa utilizzi il termine “porrajmos” che letteralmente significa “grande divoramento”, tutto ciò è molto poetico, ma denota anche una mancanza lessicale per descrivere l’orrore. Questo vale anche per un sacco di altri aspetti della quotidianità dei sinti.

Tra i personaggi più riusciti del libro, a mio parere, c’è il nonno Roman, una sorta di detentore della “memoria” della gente sinti. Quanto è importante per te il tema della memoria e dell’identità?

È molto importante, perché secondo me l’identità si forma sulla memoria. E questo vale sia per l’identità personale che per quella di gruppo. È questo, per esempio, il senso della riflessione di Damian davanti al monumento ai caduti partigiani, la realizzazione che i gagi, in qualche modo, fondano la loro coabitazione su una memoria collettiva che cerca il più possibile di essere condivisa. La memoria e l’identità sono il bagaglio fondamentale che occorre avere per andare all’incontro con l’altro: io so chi sono e da dove vengo e per questo mi metto in relazione con te. Non si tratta mica di mettersi a insegnare il dialetto nelle scuole o altre pagliacciate del genere. Quello è un genere di identità escludente nei confronti degli altri – e che purtroppo ha preso piede negli ultimi anni e ne abbiamo fin troppi esempi – mentre ciò che sperimenta Damian è il tentativo di crearsi un’identità includente. Con la scoperta che in carenza di questa è come se ti mancasse una parte di te stesso. Da lì nascono poi tutte le sue difficoltà e anche i suoi fallimenti. È vero, il nonno Roman si presenta come il detentore della memoria. Solo che anche lui applica questa regola in senso “negativo”, escludente, pur non mancando nella sua biografia luminosi esempi di incontro con l’altro. Per questo Roman non è un personaggio del tutto positivo, perché, in fondo, fornisce a suo nipote gli strumenti interpretativi della realtà, ma poi non capisce fino in fondo il senso della sua ricerca.

A proposito di “memoria” e identità, anche tu fai un’operazione di questo genere. Sei nato e vivi a Correggio e hai voluto inserire nel romanzo, quasi in veste di guest star, due correggesi celebri: Pier Vittorio Tondelli e Luciano Ligabue. Anche loro, tra l’altro, hanno più volte raccontato la tua cittadina. Come mai questa scelta? E poi: tu stesso hai ambientato il tuo romanzo a Correggio: cosa pensi lo renda un luogo così adatto per fare da cornice a racconti e canzoni?

Senza dimenticare Antonio Allegri, detto appunto “Il Correggio”! Be, qui bisogna dire che all’inizio il romanzo non aveva ambientazione perché, appunto, inseguivo un obiettivo diverso che, facendomi anche un po’ paura, aveva assorbito tutta la mia attenzione. Fatto sta che in fase di editing è venuta invece fuori l’idea che forse sarebbe stato meglio ambientare il romanzo in una realtà precisa, anche perché, valutando i megacampi nomadi alle porte delle grandi metropoli – che non sono poi altro che baraccopoli (e penso soprattutto a certe realtà a Milano, Roma o Torino) – è ovvio che l’attenzione dei mass media è legata a quelle esperienze e non alle situazioni micro come il campo di Correggio (e in generale della mia zona), dove magari ci sono le stesse famiglie sinti a risiedere da decine d’anni. Per cui la scelta è caduta naturalmente su Correggio perché, ovvio, è la realtà che conosco meglio. E da lì, poi, ho pensato di inserire gli “ospiti a sorpresa” che nel romanzo si incaricano di presentarsi a Damian nei momenti cruciali, nelle sue svolte narrative ed esistenziali. In questo senso Viky Tondelli e Ligabue diventano per Damian un po’ gli autori di “Vita tra i gagi for dummies”. Per il resto credo che il racconto del borgo di Correggio di Tondelli sia molto diverso da quello di Ligabue: Pier, infatti, racconta sostanzialmente un luogo da cui è fuggito, un posto dove se al mattino cambi bar il barista di quell’altro ti ferma lungo la strada e ti chiede se ce l’hai con lui. E solo mettendo della distanza tra lui e il paese Tondelli arriva poi a tracciarne in alcune pagine memorabili il profilo preciso, recuperandone anche i pregi. L’atteggiamento di Ligabue, invece, mi sembra più concentrato nel rappresentare la dimensione della piccola realtà di provincia, con tutte le sue meravigliose caratteristiche, come luogo più vero, più reale, più sincero, più umanamente significativo e ricco di possibilità di relazioni rispetto alle grandi metropoli. Ligabue, dal punto di vista narrativo, racconta di Correggio per raccontare di se stesso, della sua poetica, del suo manifesto di autore e rocker che vive lì proprio perché è lì e solo da lì che possono nascere le sue storie.

Se dovessi definire la scrittura di “Non ci sono pesci rossi nelle pozzanghere” con un solo aggettivo direi “leggera”, nel senso più positivo del termine. Il libro scorre veloce, la narrazione ti tiene incollato alla pagina e tu ti muovi con un ottimo equilibrio tra momenti ironici e parti più drammatiche. Hai lavorato molto anche su questo aspetto?

Ho lavorato un po’ per “limitarmi”. A me piace “raccontare”, nel senso più proprio del termine. Per questo tendo ad aprire sempre nuovi interventi – quasi degli spin off – che mi prendono la mano perché, appunto, mi diverto troppo a metterli. Sfortunatamente tutto questo ha poco a che fare con la costruzione di un romanzo che, seppur nella libertà di ogni autore e nelle caratteristiche di ogni scrittura, deve comunque seguire alcune regole di base, tipo magari dare due informazioni sui protagonisti o sul loro ambiente. Altrimenti si rischia la mera trasposizione su carta di una narrazione orale. E questo è stato l’aspetto sul quale mi sono dovuto impegnare di più perché sì, a volte tendo a lasciarmi prendere un po’ la mano e a inserire storie su storie solo debolmente legate tra di loro. Il fatto, il fatto è che io poi sto imparando, ecco. E, per esempio, mi è stato utilissimo confrontarmi in fase di editing con chi ha uno sguardo più distaccato (e anche più professionale) su quanto avevo scritto. E poi sì, l’equilibrio. Questa è una parte fondamentale del lavoro, la fase del montaggio. Un po’ funziona come nei film, quando si montano le varie parti. Nel mio caso mantenere l’equilibrio proprio tra ironia e racconto più serio o avventuroso è stata la prova per me più importante, ma anche la più bella da affrontare. Che poi magari non sempre ci sono riuscito, ma ecco, il tentativo era esattamente quello.

Per finire: stai lavorando a qualcosa di nuovo? Puoi darci qualche anticipazione?

Sì, sto lavorando a qualcosa di nuovo che dovrebbe uscire nella prossima primavera. Si tratta di un racconto molto diverso e nello stesso tempo molto simile a quello dei Pesci Rossi. Molto diverso perché non avrà a che fare con i sinti e soprattutto perché la narrazione principale copre un arco temporale di una sola giornata a differenza dei circa venticinque anni di vita di Damian. Ma anche molto simile perché, di nuovo, il tema rimane più o meno quello: la ricerca del proprio ruolo nel mondo, della proprio importanza per gli altri e per se stessi. È un argomento, questo, che mi sta molto a cuore e per il quale, anzi, vorrei spendere una specie di “trilogia”, se ne avrò la possibilità. I Pesci Rossi lo affrontavano da un punto di vista particolare ed esterno di chi, generalmente, non gode di alcuna considerazione. Ora, invece, sto lavorando su un personaggio – in particolare: una ragazzina pakistana – che si trova ad avere a che fare con la ricerca dell’identità in un contesto che non è ostile, ma indifferente (il che forse è peggio). E poi mi piacerebbe spostarmi un po’ nel tempo, non con un romanzo storico vero e proprio o in costume, ma così, giusto per vedere che effetto che fa scoprire come certe cose venivano affrontate anche solo venti e trenta anni fa.

(photo credits: Matteo Zamboni e Tommaso Cinti)

Max Maestrello

Intervista a cura di Max Maestrello

Giornalista. Perde la testa per il rock'n roll, l'Internazionale f.c. Milano, le birre chiare , le ragazze more. Aggiorna con pigrizia il blog www.viteminime.wordpress.com

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