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Martina Caironi

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Mi piace farlo e anche se non riesco a farlo subito, ci provo e riprovo finché non ottengo ciò che voglio. Intervista a Martina Caironi. Entra in contatto con Martina

Parole 907| Tempo di Lettura: 4 minuti

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 Martina Caironi è un’atleta paralimpica nata ad Alzano Lombardo nel 1989. Nel 2007 un incidente stradale le ha fatto perdere una gamba ma non la fiducia nella vita e nello sport, da sempre la sua passione. La determinazione l’ha portata sul gradino più alto del podio delle paralimpiadi di Londra nel 2012. Le sue specialità? La velocità e il salto in lungo.

Martina, io partirei proprio da quel momento, dalla medaglia di Londra. Medaglia che può essere intesa in senso generale come traguardo da raggiungere. Ma come si fa a vincere una medaglia? Qual è stata la tua formula vincente?

Innanzitutto ho raggiunto quella medaglia proprio perché amavo quello che stavo facendo. Avevo una forte passione e una gran voglia di superarmi e di superare un ostacolo fisico che era il fatto di non avere una gamba.  Man mano che il tempo passava e con gli strumenti adatti ho via via alzato il livello delle mie attese e degli obiettivi. Ho cercato di portare gli obiettivi che mi ponevo a un livello sempre più elevato, e in quel caso l’obiettivo più alto era proprio raggiungere la medaglia. Inoltre alla base vi è stata sicuramente una forte preparazione e molti sacrifici. Però preferirei non parlare tanto dei sacrifici quanto della voglia, della volontà di provarci, della curiosità.

Una forte motivazione quindi…

Sì, una forte motivazione che comunque aumenta nel momento in cui senti che le cose vanno bene, che sei seguita in un certo modo. E allora il risultato è legato anche alle persone che ti circondano, dai tecnici e allenatori fino ad arrivare alle persone più vicine a te, che ti spronano, ti spingono ad avere fiducia in te e in quello che stai facendo.  Infine, conta anche la tua competenza personale, la tua capacità di dire: “Ok, mi piace farlo e anche se non riesco a farlo subito, ci provo e riprovo finché non ottengo ciò che voglio”. Considera anche che per un disabile e, in particolare, per un disabile che lo è diventato a causa di un incidente, e che quindi ha perso delle abilità, ritrovarsi altre abilità è già in sé uno stimolo enorme.

Abilità sportive che tu possedevi anche prima dell’incidente. Lo sport è sempre stato un po’ al centro della tua vita. Se non sbaglio giocavi in una squadra di pallavolo prima. E ora la corsa agonistica. Cambiato sport, le tue sensazioni?

Lo sport della corsa è uno sport diverso da quello della pallavolo, che è uno sport di squadra. Ho iniziato a correre proprio perché volevo tornare a provare quelle sensazioni che si provano mentre si corre. In realtà il fatto di gareggiare è venuto quasi per caso e durante gli allenamenti, nel mio percorso di crescita sportiva, ho capito anche di avere un talento che non sapevo di avere e che si è sviluppato strada facendo. Ho imparato man mano a correre meglio. Lo sto imparando tuttora. È un percorso.

Un percorso agonistico e non in cui ti sei misurata con te stessa affrontando diverse esperienze. Quali difficoltà principali hai incontrato e soprattutto come le hai superate?

Prima di fare sport, sono passati diversi anni in cui ho rielaborato quello che mi era successo, questo mio trauma. Le difficoltà all’inizio erano legate ad aspetti più pratici e quotidiani. Come per esempio il fatto di abituarsi a indossare una protesi, una cuffia che deve essere sempre aderente alla pelle e che comunque dà fastidio. Poi notavo che alcune cose non riuscivo più a farle come prima. Ci rimanevo proprio male nel vedere che, per esempio, non riuscivo più a salire le scale, oppure, una banalità, perdevo il pullman per una piccola distanza. Mi arrabbiavo, perché prima bastava un movimento semplice, una corsetta e il gioco era fatto. Aggiungi anche le difficoltà nella quotidianità, nel fatto di essere per esempio osservata per la camminata, nel sentirmi diversa. Però quello che mi ha spinto ad andare avanti è stato riconoscere che da quella situazione non si poteva tornare indietro: la mia gamba non sarebbe mai ricresciuta e mai mi ricrescerà. Occorreva razionalmente pensare a ciò che potevo fare io per stare bene, per avere una vita piena, bella, divertente. E da lì sono arrivate tutte le cose. Ecco, quello, possiamo definirlo il mio punto di partenza.

È questo il messaggio che potremmo condividere con i giovani che vivono difficoltà di diversa natura. Altri consigli?

Le difficoltà ci sono e ci saranno sempre. È necessario per prima cosa pensare di affrontarle per poi uscirne più forti, per essere davvero padroni della propria vita. A prescindere dal fatto che si riescano a superare oppure no. Se uno non ci prova, non lo saprà mai. Occorre non lasciarsi abbattere, perché finché c’è la salute (e non è scontato), finché si ha la testa, è possibile davvero fare tutto. Occorre volerlo. Spesso si pensa di non aver volontà sufficiente, ma se uno si pone un obiettivo, nel lungo periodo, con l’impegno giusto lo avvicinerà o lo raggiungerà. Se uno si arrende ancora prima di provarci, non andrà da nessuna parte. Occorre fare affidamento sulle proprie forze e saper chiedere aiuto, perché non sempre è facile. Non dobbiamo vergognarci, perché alla fine siamo tutti esseri umani.

E per il futuro di Martina che cosa c’è  in programma?

Quest’anno abbiamo i campionati italiani, gli europei ad agosto. L’anno prossimo ci saranno i mondiali e nel 2016 le Paralimpiadi a Rio in Brasile. Quelle rappresentano il mio obiettivo. Nel frattempo sto cercando di fare altro, di laurearmi, di finire gli esami. Comunque lo sport rimane al centro di questo mio percorso e delle mie attività.

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Grazia Murtarelli

Intervista a cura di Grazia Murtarelli

Dottore di ricerca in Corporate Communication, il suo sogno è quello di proseguire nella carriera accademica. Intanto si diletta a svolgere attività di consulenza e di formazione in aziende, perché "senza la pratica la teoria vale poco". E' clownterapista nel tempo libero e grazie a quest'attività ha imparato a osservare la realtà secondo la giusta prospettiva: con ironia.

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