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La Fabbrica della Realtà

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Connettere idee e persone per creare modelli di business sostenibile. Intervista a Matteo Cassese de La Fabbrica della Realtà. Entra in contatto con Matteo

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Appassionato di tecnologia ma di formazione umanistica, Matteo Cassese ha fondato nel 2011 La Fabbrica della Realtà, un laboratorio di innovazione che connette idee e persone per creare nuovi modelli di business sostenibile. In questi tre anni di lavoro, spesi viaggiando per il mondo ma con base a Berlino, ha cercato di creare modelli di business che fossero non solo ripetibili e vincenti, ma anche rispettosi delle persone e dell’ambiente. Ed è riuscito a fare della sua start-up un punto nevralgico all’interno di un’ampia rete di compagnie e persone che, a seconda dell’occasione, possono essere soci, clienti, progettisti, innovatori e, soprattutto, amici.

Matteo, com’è iniziata l’avventura che ti ha portato a “fabbricare la realtà”?

Ho una formazione umanistica, ho frequentato il Liceo Classico e per un anno sono stato iscritto a Economia. Ma la mia cultura è cresciuta soprattutto con il web, dove sono attivo dal 1993 e dove nel 2001 ho aperto quello che è stato uno dei primi 10 blog italiani. La mia esperienza è maturata nel mondo del lavoro, piuttosto che sui banchi di scuola. Per 7 anni ho lavorato alla Warner Bros, contribuendo alla produzione e distribuzione di più di 140 film, coltivando la mia passione per il cinema e migliorando le mie competenze in materia di linguaggio cinematografico e scrittura di sceneggiature. Ho anche insegnato all’Università di Palermo, in un corso di Multimedialità e Interattività. Nel 2011, poi, mettendo insieme tutte queste esperienze, ho deciso di lanciare la mia start-up, che in quel momento si configurava come un’attività di consulenza. Dopo due o tre mesi però ho deciso che volevo viaggiare, assistere agli incontri che da sempre seguivo da lontano. Sono partito per gli Stati Uniti e ho preso parte a eventi come la conferenza TED e il festival South by Southwest. Al mio ritorno mi sono trasferito a Berlino, dove vivo tuttora e dove ho fatto crescere “La Fabbrica” fino a farla diventare quello che è oggi, un laboratorio di innovazione dove generare business sostenibile.

Quest’ultima è una definizione accattivante ma anche un po’ criptica. La domanda sorge spontanea: in sostanza, cosa fai?

Principalmente i miei clienti mi chiedono di fare marketing, che poi si concretizza in strategie, in azioni tattiche di advertising, in social media marketing, nella creazione di siti e minisiti. La mia offerta però è più ampia, perché sono anche un appassionato di organizzazione aziendale innovativa, ossia di come si possa abilitare l’innovazione all’interno di strutture aziendali già strutturate. Infine, a poche persone con idee che mi appassionano, offro la possibilità di costruire assieme la start-up che hanno in mente e, in questo caso, queste persone smettono di essere miei clienti e diventano miei partner. Mi piace molto sviluppare partnership di questo tipo, perché i miei clienti propriamente detti sono aziende che hanno già una forma definita e un certo budget, mentre a me piace giocare sulla possibilità di portare abitudini e tecniche delle grandi aziende alle nuove imprese, di mescolare questi due mondi che hanno molto in comune ma che sono anche molto diversi.

E questi tuoi clienti propriamente detti, di cosa si occupano?

Lavorano in vari settori ma i miei precedenti mi portano spesso nel mondo della distribuzione cinematografica. Ho poi dei progetti nell’area dell’online video, e mi sono capitati clienti che chiedevano e-commerce, soprattutto nell’ultimo anno. Mi sono anche occupato della costruzione del brand di una persona che voleva essere visibile online, impostando la sua prima presenza nella rete e definendone strategicamente il cammino. Quello che davvero mi lega ai clienti è la mia metodologia, l’interpretare la tecnologia come qualcosa che si può utilizzare anche da un punto di vista umanistico, non come una black box a cui ha accesso soltanto l’esperto, ma come qualcosa che se trovata la giusta chiave tutti possono sfruttare. La mia principale soddisfazione è vedere i clienti che lavorano da soli, una volta che sono stati avviati. Loro stessi hanno quasi sempre la soluzione ai loro problemi, solo che necessitano di ragionare con me per trovare la loro personale via di accesso a queste soluzioni.

E come li convinci che tu sei la persona giusta per trovare questa “personale via di accesso”?

Questa è la sfida, essere capaci di pubblicizzare la propria attività e dire in maniera aperta e onesta che il prodotto che si offre è ottimo. Per me è fondamentale credere al 100% nel valore del mio lavoro, è l’unico modo in cui riesco a farmi sentire. La mia chiave è, ed è sempre stata, regalare il 90% del prodotto e chiedere indietro un 10%, come dire, ogni nove cose regalate ce n’è una in vendita.

E quest’unica cosa in vendita ripaga le altre nove regalate?

Si, la Fabbrica è stata autonoma praticamente da subito. Non è andata sempre bene, ha avuto i suoi alti e bassi, però non è mai stata una start-up fine a se stessa. La Fabbrica paga l’affitto, i viaggi, le vacanze, le cene fuori, e ultimamente paga anche dei collaboratori. È un business molto semplice, ma molto vero.

Parliamo dell’elemento più originale della Fabbrica: Presentation Hero, l’Eroe della Presentazione. Chi è questo personaggio e perché conduce una crociata contro le “brutte presentazioni”?

Io sono sempre stato un appassionato di presentazioni, trovo qualcosa di divertente anche in quelle brutte, anche in quelle tragiche. E ho sempre lavorato sul mio sito perché penso sia doveroso, per chi si occupa di materiale interattivo, offrire la migliore presentazione possibile del proprio lavoro. Nell’ottica di avere sempre tutto il più aggiornato e completo possibile, quindi, un anno e mezzo fa mi sono accorto di aver accennato alla “faccenda presentazioni” ma di non averla mai dettagliata. Così è nato Presentation Hero, un eroe in calzamaglia rossa che ha preso vita grazie alla bravissima designer Chiara Lino, e che è la personificazione dell’argomento della presentazione. Per questo conduce una crociata contro quelle malfatte. Come ogni eroe, Presentation Hero ha davanti a sé un viaggio difficilissimo, dalla mente di chi sa quello che vuole dire fino al pubblico, che invece non ne ha idea. All’inizio non pensa di potercela fare, è riluttante, ma poi intraprende il viaggio, attraversa un momento critico in cui perde la bussola, la ritrova, incontra un ostacolo che lo trasforma, ad un dato momento lo si crede morto e infine risorge, con un messaggio positivo e impattante per chi fino a quel momento ha seguito col fiato sospeso le sue gesta. Al termine della presentazione si torna al mondo reale, se siamo in una conferenza può esserci la pausa caffè o la conclusione dei lavori. Può succedere qualunque cosa, al termine della presentazione, e l’eroe dev’essere bravo ad arrivare al pubblico per tempo. Deve impressionarlo in maniera digeribile, facile e duratura. L’eroe muore e rinasce, la morte e la rinascita sono il cuore dello storytelling cinematografico e, per me, anche dello storytelling delle presentazioni.

Un’ultima domanda: pensi che in Italia avresti avuto uguale esito o il fatto di vivere in Germania ha influito sulla riuscita del tuo progetto?

Quello che secondo me ha avuto influenza, e che manca ancora in Italia, è stata la rete di persone impegnate nello stesso settore a cui ho avuto accesso vivendo a Berlino. Qui esistono spazi di co-working dove ci sono varie tipologie di persone con cui dialogare, c’è una rete di MeetUp, conferenze spontanee, BarCamp professionali, e l’obiettivo è connettere le persone, trovare interazioni lavorative. Questa rete in Italia non si è ancora sviluppata abbastanza, ed è un peccato. Dal punto di vista delle leggi e dell’infrastruttura forse la Germania ha aiutato, e forse ho risparmiato qualcosa grazie alla disciplina diversa in ambito amministrativo, ma non molto. Quel che secondo me ha fatto la differenza è stata l’internazionalità dell’ambiente in cui ho potuto muovermi, mentre l’Italia tende ancora ad essere un po’ provinciale. Ma io sono ottimista, perché vedo che anche nel mio paese le cose si stanno muovendo.

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Valentina Valle Baroz

Intervista a cura di Valentina Valle Baroz

Giornalista indipendente e scrittrice, vivo in molti posti e nessuno. Dall'inizio del 2013 sono in Messico, dove scrivo di Movimenti Sociali e lotte in difesa dell'ambiente.

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