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44. Mattia Venturini

5 minuti 842 parole

‘Sono da sempre inebriato, ispirato e in continuo bisogno della musica’. Abbiamo intervistato lo speaker professionista e cantante Mattia Venturini

Mattia, tu hai trentadue anni e sei uno speaker professionista e cantante. Qual è stato il tuo percorso musicale?
Più che aggirarsi, la mia età sta per definirsi sui trentatre anni di vita, un’età direi quasi “evangelica”. Ho cominciato da piccolino, con il teatro e l’accademia di dizione e recitazione. A sette anni ero già sul palcoscenico, luogo dal quale non sono mai più stato lontano. A dieci anni ho cominciato a straziare una vecchia chitarra di mio padre, cercando di emulare grandi rock star immaginarie, e tentando di imparare le canzoni che ascoltavo sul giradischi di mamma, The Beatles e Lucio Battisti erano i miei preferiti. Dopo un percorso di educazione musicale, ho studiato chitarra classica, e di sempre più crescente passione e bisogno di esprimermi, ho fondato con qualche amico la mia prima band, i Negativashow. Questa premiata ditta ha permesso la mia evoluzione, musicale, nel canto e di frontman, ha consolidato la mia esperienza e l’amore per il palcoscenico, mi ha fatto approcciare ad un nuovo aspetto del mio percorso artistico, quello cantautoriale. Sono da sempre inebriato, ispirato e in continuo bisogno della musica. Dopo un periodo di cover e di tributi vari, ho cominciato a scrivere i testi e le musiche per il mio gruppo, da qui il salto di qualità, con partecipazioni e concorsi, un primo disco interamente autoprodotto e più o meno dieci anni di esibizioni live, di grande impegno e di crescita, di ricerca e di ispirazione.

Archiviato con nostalgia e tristezza il periodo “band” ho dirottato le mie capacità nel campo
dell’intrattenimento e dell’animazione, diventando uno speaker e presentatore professionista.
Parallelamente ho intrapreso una carriera solista come dj, producer e cantautore. Sostenuto da
validi e insostituibili collaboratori, ho cominciato a produrre canzoni scritte, suonate e cantate da me, dal testo all’arrangiamento, in modo indipendente e molto casalingo. Formula che grazie alle moderne tecnologie, sembra essere apprezzata e seguita dal pubblico, soprattutto quello di internet. Ho intensificato anche le esibizioni dal vivo, con le mie canzoni, ma anche con la rivisitazione improbabile di centinaia di cover, in chiave acustica, arrivando a proporre concerti da più di tre ore di musica ininterrotta e portandomi all’attivo almeno duemila live.

Componi, scrivi, canti e suoni. Se dovessi scegliere, in quale fase della creazione vorresti spendere più tempo?
Per scrivere e comporre ci vuole l’entusiasmo di un bambino, oppure ci vogliono periodi di grande ispirazione e impegno. Difficile, quando si è costretti a farlo per motivi di lavoro. Preferisco prendermi delle pause se non mi sento ispirato. Per il canto serve un allenamento costante e serio. Non bisogna mai sottovalutare la complessità e le esigenze della voce, bisogna trattarla come uno strumento musicale a tutti gli effetti. E bisogna conoscere i propri limiti. Soprattutto nei processi di registrazione. Preferisco suonare dal vivo, ovviamente. Su tutta l’attività di un musicista, è sempre l’aspetto migliore per me. Il live è la mia valvola di sfogo, il mio intrattenimento e la mia passione più grande. Spesso mi capita di “improvvisare” dal vivo, cosa che in fase compositiva diventa improbabile.

Come lavora il tuo gusto e l’ascolto di altri artisti nella creazione dei tuoi brani?
La ricerca musicale e lo studio. L’essere in continuo ascolto e il fagocitare qualunque forma di suono, di idea, nuova o antica, l’instancabile curiosità per l’innovazione e il culto per tutti quei musicisti che hanno scritto la colonna sonora della mia vita. Tutto questo, unito all’ispirazione e al messaggio che intendo elaborare, diventa poi una mia canzone.

Ne parli già in “Perché scrivo” ma vale la pena chiedertelo nuovamente. Perché scrivi?
Perché scrivo? Nella canzone in realtà c’è solo una minuscola parte di questo concetto. Ancora non lo so bene, il perché. Non mi è chiaro. So che mi piace farlo. Mi sento molto coinvolto e il curare ogni fase fino al prodotto finito è una grande soddisfazione. Diciamo che mi fa stare bene, provo il bisogno di farlo.

Sempre prendendo spunto da un tuo pezzo, “Sei un grande”, che dipinge con tratti ironici alcuni tipi di persone, chi secondo te è veramente grande?
Sei un grande è un modo di dire che, soprattutto con i miei amici, si usa per identificare qualcuno che spera di sentirselo dire, fa di tutto per sentirselo dire, rendendosi infine patetico e ridicolo. Un grande, in questo senso, ultimamente può essere chiunque, specialmente nelle classi politiche e dirigenti.

L’omaggio al funk in “Funk that shit” da cosa deriva? Quando nasce la tua passione per questo genere?
Funk that shit è inserita nella mia playlist perché è uno dei primi brani che ho scritto, campionato e mixato, in uno stile ben lontano da quello “cantautoriale” ma che spesso accosto e contamino con la mia produzione. Ho usato sample provenienti dalla musica funk, grande passione che in realtà non è nata molto tempo fa, ma che mi ha reso un collezionista ed estimatore di questo genere.

Il Soundcloud di Mattia Venturini

Alessandro Berti

Intervista a cura di Alessandro Berti

Giornalista civico, consulente di comunicazione, contenuti per il web, capitano di frisbee Ultimate, espedienti professionali

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