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Maurizio Denaro / Aptuit

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Tra ricerca ed etica, elogi al fallimento e libertà di pensiero. Intervista allo “sperimentatore rompiscatole” Maurizio Denaro, General Manager di Aptuit. Entra in contatto con Maurizio

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Maurizio Denaro è un medico e ricercatore di fama internazionale. Laureatosi a Bologna, ha proseguito la sua formazione negli Stati Uniti e in Svezia. Oggi è Amministratore Delegato e General Manager del centro di ricerca e sviluppo Aptuit di Verona e vanta 19 brevetti all’attivo nel suo curriculum, che lo rendono una figura chiave della ricerca scientifica in Italia.

In cosa consiste il suo lavoro? Cosa rappresenta  la figura del general manager in un’azienda come Glaxo/Aptuit nel 2014?

Aptuit Verona è una media azienda che offre al mercato nazionale, ma soprattutto internazionale, diversi livelli di ricerca. Possiamo partire da un’idea e arrivare fino alla prova di validazione clinica (la cosiddetta Fase 2). La mia attività è molteplice. Mi occupo principalmente della relazione con il cliente e dell’analisi finanziaria e di mercato, ma ho anche un ruolo organizzativo nell’azienda a livello scientifico e tecnologico. Ho abbandonato da tempo il lavoro del cosiddetto “topo di laboratorio”, adesso cerco di garantire un livello di ricerca scientifica elevata.

Dal suo curriculum ho notato come lei si è occupato sia di ricerca universitaria sia di ricerca industriale e privata. Dalla sua esperienza che differenze ha notato nella libertà pensiero lasciata alla ricerca? Quale settore lascia lo “sperimentatore rompiscatole” più libero di agire?

È una domanda interessante che richiede una risposta articolata. Innanzitutto, secondo me esistono solo due tipi di ricerca: la buona ricerca e la cattiva ricerca condotta da ottimi ricercatori o da (ahimè) cialtroni. Dal punto di vista descrittivo è ovvio che la ricerca industriale ha lo scopo di individuare dei nuovi prodotti, ma questo non ha precluso (soprattutto nel passato) lo sviluppo di nuovi metodi innovativi per individuarli.  La ricerca universitaria in termini teorici si contrappone alla prima poiché ha come obiettivo primario la conoscenza.  Bisogna però prestare molta attenzione a queste distinzioni categoriche. Per esempio recentemente negli USA, soprattutto a causa di un forte condizionamento economico, è cresciuta la connessione tra il mondo del privato e l’università, con tutti i pro e contro che ne possono derivare.

Mi ricollego al mio intervento a TedX: un’ottima organizzazione della scuola (che sia superiore o università) è la base per la formazione di un buon ricercatore. Sono convinto che la scuola, prima di formare per il mondo del lavoro, debba avere un ruolo principe nel fornire alle persone la capacità di saper utilizzare i proprio talenti e costruire dei metodi attraverso cui si affrontano i problemi. Retoricamente mi chiedo se questo oggi avvenga, se realmente la scuola tenga il passo con il mondo attuale di tecnologia e conoscenza, mi rispondo purtroppo di no e per questo credo andrebbe profondamente ristrutturata.

Nell’ultimo periodo si parla molto di “integrità del ricercatore”. Quali sono o quali dovrebbero essere secondo lei i limiti della ricerca e come si dovrebbero intrecciare con l’etica personale del ricercatore ?

Il concetto di etica, oggi è al centro di una profonda discussione. Sono convinto che l’etica sia storicamente definita e che non esista un’etica assoluta. Sono gli elementi insiti nell’evoluzione dell’uomo che ne determinano la costruzione come per esempio le condizioni storiche e sociali. La dimostrazione che non esiste un’etica assoluta è per esempio la diversità di essa in epoche equivalenti. Pensiamo ad esempio alle differenze tra etica orientale e occidentale. A livello scientifico la consapevolezza di quali sono i rischi della ricerca che intraprende il ricercatore è l’unico strumento che deve regolare la ricerca personale.

Un altro grande interrogativo legato alla sua domanda è se esiste un limite nella ricerca. Secondo me no e non può esistere proprio per come siamo fatti biologicamente. Il nostro cervello è una grande macchina di curiosità che fa sempre seguire all’osservazione, la comprensione. Io credo che la conoscenza stessa generi e sposti il limite stesso dell’etica. Evolutivamente non può avvenire il contrario. Teniamo però sempre presente che esistono dei meccanismi di base con i quali ci siamo evoluti che rappresentano lo strumento con cui noi continuamente ci confrontiamo.

Mi ha molto colpito il suo “elogio al fallimento”, secondo il quale senza i fallimenti non ci sarebbero i successi. Come si colloca questa teoria nel mondo delle pubblicazioni scientifiche? Nell’ottobre 2013 la rivista “Internazionale” (“Gli errori della scienza”) sottolineava come il  cortocircuito, che nasce dalla premiazione a livello scientifico dei successi ma non la descrizione (forse più utile) degli insuccessi, determina spesso l’alterazione dei risultati da parte del ricercatore. Qual è secondo lei la strada da percorrere e la risoluzione di questo aspetto?

Gli scienziati sono essere umani. E come tutti gli esseri umani esistono geni ma anche truffatori. L’alterazione dei risultati e la non replicabilità della ricerca è purtroppo legata agli intrecci di interesse e al forte interesse economico che la scienza richiama. Negli Stati Uniti i ricercatori sanno benissimo che si ottengono finanziamenti sulla base di risultati già ottenuti e non per averne di nuovi. Questo non è salutare per la ricerca. Credo che il sistema di valutazione scientifica (il cosiddetto “peer reviewer”) sia solo uno dei sistemi, non è l’unico e probabilmente necessita un superamento (per esempio con i sistemi “open source”).  In definitiva dovremmo riuscire a trovare degli strumenti che premiano chi riesce ad utilizzare  l’innovazione in ambito commerciale, tenendo però presente che la proprietà intellettuale non può bloccare la conoscenza. Mi ricollego alla domanda precedente: oggigiorno non credo sia l’etica a bloccare la conoscenza, semmai le strategie di proprietà intellettuale che io reputo un freno pericolosissimo.

Una domanda di carattere più generale e più politica in questi giorni di profondi cambiamenti.  È difficile parlare di ricerca in Italia almeno quanto è difficile valutarla. Come vede il futuro della ricerca in Italia? Quali sarebbero le riforme necessarie per rilanciare la ricerca pubblica e industriale?

Innanzitutto io sono molto contrario alla fretta, figlia delle strutture mediatiche in cui viviamo. Proprio perchè sappiamo di trovarci di fronte a problemi complessi, dobbiamo assolutamente rallentare.  E’ vero il nostro cervello tende a semplificare ma il rischio è quello di riformare continuamente. Sembrerà strano ma credo che la situazione della ricerca pubblica in Italia non sia malissimo. Gli italiani performano benissimo nelle aree scientifiche. Pubblichiamo bene in quantità e qualità. Il problema dell’università italiana, a differenza di quella anglosassone, è la gestione del potere e il clientelismo che non lascia spazio alle giovani menti. Non ci vorrebbe molto per riformarla: per esempio articolare le dimensioni e le responsabilità degli Atenei. Ho vissuto a lungo negli Stati Uniti e mi sono sempre chiesto per quale motivo in Europa il pensiero comune percepisca il sistema universitario americano completamente privato. Quello che ha costituito il nervo su cui l’America ha costruito la sua potenza e dominio scientifico sono state le medie università pubbliche sulle quali si sono poi innestate le eccellenti università private. In Italia bisognerebbe articolare le responsabilità delle singole università, per esempio perché non avere alcune università di solo insegnamento? Nell’ambito della ricerca industriale la situazione è indubbiamente peggiore. L’industria italiana ha complessivamente abbandonato l’idea che la ricerca sia un fattore produttivo di competizione e non attrae più finanziamenti e ricercatori. La stessa esperienza di Apuit ne è la conferma, ovvero la scommessa di questa azienda americana di investire nella ricerca in Italia.

In base alla sua esperienza lavorativa e personale, se dovesse scrivere un manuale d’istruzione dal titolo “il ricercatore o lo start upper contemporaneo” quali sarebbero i suggerimenti e consigli che lei darebbe?

Innanzitutto essere innovatori non significa per forza essere anche imprenditori. Questa idea purtroppo è generalizzata ma sbagliata. La capacità di fare impresa non appartiene a tutti, puoi imparare molto ma alcune cose rimangono innate. Il primo consiglio che vorrei dare è che l’idea non può marciare sulle gambe di una sola persona ma deve essere sostenuta da un team. Oggigiorno molte organizzazioni aiutano il giovane imprenditore, in alcuni casi però tendono anche a manipolarlo. Bisogna sapersi autodifendere produrre anticorpi. Credo comunque che rappresenti un’esperienza magnifica ma che vada vissuta come un’avventura e con la consapevolezza che la maggior parte delle start-up falliscono. Un altro aspetto interessante nel passaggio da innovatore a imprenditore è che ti permette di conoscere la ricerca dal punto di vista della fruizione della stessa. In conclusione, consiglio di rimanere affascinati, al dì là del successo che auguro a tutti di avere.

Alberto Ceccon

Intervista a cura di Alberto Ceccon

Post.doc in Risonanza Magnetica Nucleare presso l’Università di Verona. Sì è vero con il giornalismo non c’ho niente a che fare. Ma credo che un buon ricercatore debba tendere sempre e solo alla poliedricità.

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