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Mauro Doglio

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Con la medicina narrativa le storie dei pazienti contribuiscono all’efficacia della terapia. Intervista a Mauro Doglio. Entra in contatto con Mauro

Parole: 770 | Tempo di lettura: 3 minuti e mezzo

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Nell’antichità i medici venivano percepiti come figure vicine agli dei, capaci di opporsi alla morte con intrugli di cui si sapeva poco o nulla. Nel tempo la percezione è cambiata, ma fino a poco tempo fa c’era un muro a separare i medici, luminari depositari di un sapere ad altri precluso, e pazienti, persone in difficoltà spesso incapaci di reagire al loro male. Di recente, però, le cose sono cambiate, e i medici stessi sentono l’esigenza di capire le persone che si trovano a curare. Da qui nasce la medicina narrativa, che unisce all’approccio tecnico quello psicologico. Se ne occupa Mauro Doglio, laureato in filosofia e da sempre interessato alla comunicazione in ambito sanitario.

Che lavoro fa?

Sono un counselor. Nel 1995 ho fondato con altri soci l’Istituto Change, una scuola di counselling sistemico a Torino. Oltre a formare dei counselor il nostro istituto eroga formazione, soprattutto in campo sanitario, scolastico e dei servizi. Quindi potremmo dire che faccio due lavori: oltre ad esercitare la professione di counselor faccio anche il formatore. Di recente ho partecipato a un interessante progetto sulla medicina narrativa.

Cos’è e qual è lo scopo della medicina narrativa?

Non è facile definire la medicina narrativa: in linea di massima potrei dire che è un tentativo di trasformare le pratiche di cura in una direzione che permetta a tutte le voci coinvolte di essere ascoltate. Mi spiego meglio: spesso si pensa che curare una persona consista nell’individuare il suo disturbo e dargli una cura adeguata. Questo è certamente vero e ovviamente importantissimo, però non basta. Anche se abbiamo la stessa malattia, una cura adeguata per me potrebbe non essere adeguata per un’altra persona, perché l’altra persona vive una vita diversa, ha esigenze diverse, diverse preoccupazioni, aspettative, speranze. La medicina narrativa cerca di trovare il punto di contatto tra le conoscenze scientifiche del mondo sanitario e la vita dei pazienti e dei loro familiari. Perché questo avvenga c’è un solo modo, e cioè che durante il percorso di cura si permetta ai pazienti e ai familiari di raccontare il loro punto di vista e li si ascolti con attenzione, facendo un uso attento e rispettoso di quello che viene detto.

Com’è nato il suo interesse per la medicina narrativa?

Come le ho detto, da tanti anni lavoro con i miei colleghi in ambito sanitario. Il nostro obiettivo è di aiutare i professionisti a comunicare meglio con i pazienti e i familiari; per questo forniamo loro quelle che si chiamano abilità di counselling o counselling skills, ovvero competenze comunicative che facilitano la costruzione condivisa di un percorso di cura. Quando qualche anno fa si è cominciato a parlare di medicina narrativa, ci siamo resi conto che si trattava di uno strumento molto importante per ampliare e rendere più efficace il nostro lavoro.

Quali sono i possibili sviluppi della medicina narrativa?

Sono enormi. Il processo di cura è fortemente basato sulla comunicazione e sul dialogo: più il personale sanitario acquisisce strumenti per facilitare la relazione con pazienti e familiari, più aumentano il successo dell’intervento di cura, la soddisfazione dei pazienti e, nello stesso tempo, diminuisce lo stress degli operatori.

Ha avuto particolari difficoltà lavorando su questi progetti?

Posso segnalare due problemi: Il primo è che la medicina narrativa non è ancora molto conosciuta e per certi versi la sua definizione non è fissa e condivisa: è quindi difficile far capire a chi ancora non conosce l’argomento quanto questo sia uno strumento utile e importante. Il secondo è che questo tipo di competenze richiedono un’adeguata e accurata formazione, e non sempre le strutture sanitarie hanno la disponibilità, soprattutto economica, per offrire al personale corsi di buon livello.

Come reagiscono i medici che si trovano ad averci a che fare?

In modi molto diversi. Molti si rendono conto delle grandi possibilità che la medicina narrativa può offrire e sono quindi interessati e curiosi. Altri sono perplessi, e anche un po’ preoccupati, perché questo tipo di approccio richiede, soprattutto al medico, di mettere in discussione alcune modalità di pensiero che si sono fissate nel tempo. Per esempio l’idea che l’aspetto principale della cura consista nell’applicazione corretta di un sapere scientifico oggettivo e che il mondo del paziente, con le sue idee sulla salute, i suoi timori, le sue relazioni, le sue speranze non abbia spazio in questo processo. La medicina narrativa propone invece una visione della cura in cui il mondo della medicina e quello della vita del paziente siano pensati come due narrazioni, ugualmente importanti, che in qualche modo devono incontrarsi.

Anna Cortelazzo

Intervista a cura di Anna Cortelazzo

Scrivo per lavoro su vari siti e per passione su www.bradipocondriaca .it. Amo la Fiorentina (quella viola, non quella al sangue o ben cotta) e il mio gatto Prandy, anche se dopo la défaillance di Prandelli ai Mondiali sto pensando di cambiargli il nome.

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