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Mauro Ottolini / Sousaphonix

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Non c’è stato un momento in cui non abbia fatto ciò che esattamente volevo. Intervista a Mauro Ottolini, Sousaphonix. Entra in contatto con Mauro

Parole: 763 | Tempo di lettura: 3 minuti

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Figlio di metalmeccanico, nato a Bussolengo 42 anni fa, Mauro Ottolini si è avvicinato alla musica grazie al suo vicino di casa sassofonista che, per caso, lo ascoltò suonare la fisarmonica all’età di soli 5 anni e ne rimase letteralmente incantato.
Mauro ha ripercorso con noi la sua storia, ci ha raccontato del suo amore a prima vista per il trombone, dei suoi dodici anni in Arena e della scelta difficile, ma allo stesso tempo coraggiosa, di rinunciare a una delle più prestigiose orchestre al mondo per inseguire il suo sogno, il jazz appunto.
In più di vent’anni di carriera può vantare di aver calcato il palco al fianco di artisti quali Enrico Rava, Franco D’Andrea, Vinicio Capossela e di aver arrangiato le musiche per i Negramaro e Malika Ayane.

Mauro, come è nata la tua passione per la musica?

Per caso. Mio padre era un meccanico e nella mia famiglia nessuno era appassionato di musica. Quando avevo 5 anni mi comprò una fisarmonica e cominciai a giocarci, provando a suonare le canzoni che ascoltavo alla radio. Volle il destino che vicino casa mia venisse ad abitare un sassofonista salernitano, che un giorno mi sentì suonare dalla finestra. In realtà lui credeva fosse mia madre ma, quando si rese conto che si trattava di me, mi portò subito alla scuola di musica della banda cittadina (di Peschiera del Garda, ndr); da lì sono andato avanti e mi sono iscritto al conservatorio.
Il trombone è stato il primo strumento ad affascinarmi, ma le manine e le braccia troppo corte non mi permettevano di arrivare a tutte le note. Solo dopo qualche anno, quando finalmente ho avuto il mio primo trombone, ho cominciato a studiarlo seriamente.

Adesso sei tra i musicisti più importanti e apprezzati del panorama jazz italiano, ma c’è stato un momento in cui hai pensato di non farcela?

Quando ho lasciato l’orchestra dell’Arena di Verona (dove ho lavorato per dodici anni), ho pensato di non farcela, avevo da poco avuto un figlio e la paura di non riuscire a mantenere la mia famiglia era tanta. Ma la mia ex compagna mi incoraggiò molto e mi diede la forza di non mollare. E in effetti, non appena si sparse la voce che ormai non lavoravo più in Arena, grandi musicisti cominciarono a chiamarmi nelle loro formazioni, da Enrico Rava a Franco D’Andrea a Vinicio Capossela.
Poi sono arrivate anche le collaborazioni nel pop, con i Negramaro, Malika Ayane, Pacifico. Non mi sarei mai aspettato un risultato del genere!
Se dovessi fare un bilancio direi che è assolutamente positivo se si considera che è un lavoro molto faticoso rispetto a quello in orchestra all’Arena.

Un incontro fondamentale per la tua carriera?

Ho avuto la fortuna di avere un maestro di musica che è stato come un padre per me, capace di infondermi, oltre alla passione, sicurezza e coraggio, mi ha fortificato. Sono convinto che saper insegnare non è questione di bravura, è una dote come la musica. Nutro talmente tanto rispetto per questa professione che non ho mai pensato di fare l’insegnante.
Di altri incontri importanti ce ne sono stati tanti e anche di inaspettati, sarebbe impossibile elencarli tutti. Ho sempre lavorato con grandi musicisti: conoscere persone come Vinicio o Enrico Rava è stato un vero e proprio dono dal cielo. Da tutti ho imparato qualcosa di importante, che fa parte della mia storia musicale. Paolo Conte mi ha mandato una lettera, mi ha scritto Pupi Avati. Sono cose straordinarie, capaci di darti una forza interiore incredibile, conferme che in quello che stai facendo c’è qualcosa di buono. Sono esperienze che ti cambiano la vita.

Può capitare che un musicista ti faccia una richiesta di arrangiamento che si allontana dai tuoi gusti e dal tuo modo di fare musica?

Non mi adatto a fare cose che non mi interessano, nemmeno per un milione di euro, altrimenti sarei rimasto a lavorare in Arena. Non è mancanza di rispetto, semplicemente credo che la libertà sia la cosa più importante e per me prima di tutto viene la soddisfazione di fare bene il mio lavoro.

Progetti per il futuro?

A settembre uscirà un disco di canzoni popolari in tutte le lingue (arabo, giapponese, cinese, russo), che si chiamerà “Musica per una società senza pensieri”. Sarà un lavoro in cui culture diverse si fonderanno in un’unica musica per raccontare una sola storia, fatta di persone.

[L’intervista di Isabella continua su Bobos]

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Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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