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Michele Morando

4 minuti 722 parole

Non avrei mai pensato di diventare quel che c’è scritto sulla mia carta d’identità. Intervista a Michele Morando

copertina NON AVREI MAI PENSATO DI DIVENTARE

Michele Morando è un artista plastico, o almeno così dice il suo certificato d’iscrizione alla Maison des Artistes. Ma lui si definisce pittore poeta, anche perché il suo percorso, tutt’altro che lineare, lo ha visto spaziare dal lavoro di comparsa nelle opere liriche all’Arena di Verona, a quello di mastro vetraio nelle chiese dell’Alsazia. Nel 2009 ha vinto il Premio Garcia Lorca con la raccolta di poesie “Non avrei mai pensato di diventare”, e da quando è in Francia, le sue opere pittoriche sono state selezionate per mostre a Lille, Strasburgo e Parigi.

Michele, da quando sei un pittore a tempo pieno?
Ti potrei dire da sempre o da sei mesi. Io ho sempre avuto la matita in mano, disegno da sempre. Anche se ho iniziato a dipingere più tardi, perché avevo paura del colore. Ma pittore a tempo pieno lo sono da un anno a questa parte. Nel senso che dedico alla pittura tutto il mio impegno: faccio ricerca, studio, lavoro, e mi do da fare per partecipare a mostre.

Il tuo percorso dimostra una grande ricerca, di mezzi e stili, in diversi campi.
Sì sono stato comparsa teatrale, vetraio d’arte, videomaker, disegnatore, poeta, pittore, autore di un programma radiofonico e anche altro. Ho sperimentato e poi ho approfondito quel che più mi piace.
Sto cercando di sviluppare un mio linguaggio pittorico, per cui ho bisogno di guardare, fare, sbagliare e ricominciare.

Nel 2011 ti sei trasferito in Francia, prima a Lille, poi a Mulhouse, in Alsazia. È stato facile ambientarti?
Per niente. L’Alsazia è un posto di confine, le persone sono dure, asciutte. Ma anche oneste: sì è sì, no è no. In Italia conosci mille persone che lavorano nell’arte e non realizzi niente. Qui ne conosci una o due e riesci a creare qualcosa di concreto.

E come ti mantieni?
Nel 2011 attraverso una borsa di studio per imparare l’arte vetraia. Un lavoro antico, che qui prendono molto sul serio. Ma le vetrate sono un campo artigianale che non mi si addice, c’è poco spazio per l’innovazione. Bisogna essere dei giovani vecchi, accettare di mettere da parte la creatività. Io ho la necessità di sperimentare, scoprire, sbagliare.
Da un anno mi sono consacrato alla pittura totalmente, e mi pago le spese. Ma è una scelta che ho fatto consapevolmente, insieme alla mia compagna. E i frutti si cominciano già a vedere.

Ho visto che esponi molto, sia in Italia che in Francia.
Sì, grazie anche alla trasparenza del sistema francese. Qui il livello di professionalità è molto alto, non c’è spazio per l’amatorialità. Regna un sistema meritocratico che funziona dai tempi della Rivoluzione. Non si paga per partecipare ad un concorso, non si deve essere simpatici a qualcuno per esporre. Si manda il proprio dossier e si viene selezionati oppure no, secondo criteri chiari e trasparenti. Questo ti porta ad avere più rispetto per il tuo mestiere, perché non c’è da accontentare una cricca, c’è da lavorare sodo.

Nel 2013 fare il pittore può essere considerato un mestiere vero e proprio?
Dipende dalla tua serietà. In Italia rimandavo sempre. C’è il sole fuori e ed esci a farti un giro. Qua in Alsazia il tempo è grigio, perciò sei spesso in casa, te e le tue tele, alla fine sei quasi costretto a lavorare, non hai scampo.
Poi in Francia ho imparato che tra fare il pittore e qualsiasi altra professione non c’è differenza. Lo impari in fretta, perché non c’è spazio per i fanfaroni. Poi il sistema lavoro è molto serio: sei inserito in una categoria, quel che lavori fatturi, certo con una tassazione ridotta rispetto, per esempio, ad un commerciante. Ma hai un’identità burocratica specifica che ti permette di essere parte attiva della vita economica del Paese.

E in Italia questo manca?
No, ma è raro. Io devo molto a Maria Girelli Bruni, una decoratrice di Verona, che mi ha sostenuto, professionalmente e anche economicamente. Con lei ho avuto un rapporto autentico, uno scambio costante. Ha creduto in me e mi ha insegnato che il mestiere dell’artista è concreto quanto gli altri.
E poi io celebro l’Italia tutti i giorni, perché a casa si parla italiano. Parlo italiano con Anne-Sophie, la mia compagna, e anche gli ospiti, una volta varcata la soglia, devono accettare di parlare in italiano. Lo fanno e si divertono pure.

atelier Mulhouse 2013 - 2

 

Chambre

Formazione vetraio d'arte 2011-2012 a

Lille tetti

Mi sembra di correre anche quando dormo

presentazione DESIDERIO UMILE 2006 - 4

Via da qui

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Intervista a cura di Amira Fulvia Turazzi

Viaggio, guardo, ascolto. E poi scrivo. @AmiraT

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