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Pao

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Come trasformare un panettone in un pinguino in un brand. Intervista a Paolo Bordino, creatore di Pao

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C’è stato un tempo in cui Milano è stata invasa dai pinguini. Proprio così: erano azzurri, rosa, verdi, alcuni indossavano persino lo smoking, le femminucce invece rigorosamente il rossetto. Una vera e propria colonia arrivata a colorare il grigiume milanese. Come? Per mano di Pao, artista milanese classe 1977 (all’anagrafe Paolo Bordino), che dal 2001 ha iniziato a trasformare i paracarri di cemento – i cosiddetti “panettoni”, per via della loro forma – in pinguini spiritosi grazie alle bombolette spray, sollevando non poche polemiche e la curiosità di cittadini e istituzioni. Ma dopo i Pinguini, cosa ne è stato di Pao? La sua carriera è ricca di collaborazioni e sperimentazioni artistiche, trasformate in vero e proprio lavoro.

Pao, raccontaci di te dopo l’esperienza dei Pinguini…
Dal 2001 ho esposto in diverse occasioni, tra le più importanti sicuramente quella, nel 2007, al Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, che metteva in mostra opere di giovani writers e dove mi sono ritrovato per la prima volta a pensare a come portare l’arte di strada all’interno di un museo. Ho provato a dipingere una tela, “Il velo di Maya”, in cui un personaggio rompe il quadro per entrare nel nostro mondo, ed è piaciuta molto. Da lì ho iniziato ad affiancare alla street art un’attività pittorica vera e propria e più intimista, che è diventata un vero lavoro e a cui si sono sommati in seguito altri progetti.

Di pinguini oggi a Milano non se ne vedono praticamente più. Ma a te l’idea come era venuta?
In realtà sono stati loro a trovare me… Sono stati una forma di massima e libera espressione creativa, come ogni intervento stradale, anche se oggi me ne occupo meno.

Quali erano le reazioni della gente e delle istituzioni?
Nel periodo di massimo entusiasmo dipingevo in pieno giorno per suscitare dibattito: ne emergevano discussioni tra legale e illegale, tra ciò che è bello e ciò che è brutto. Una volta mi è arrivata una multa per imbrattamento, che ho contestato perché il mio era un modo per migliorare la città. E non è un caso che scegliessi sempre i luoghi più grigi e desolati.

Attualmente hai uno studio a Milano, il PaoPao Studio: di cosa ti occupi?
Lavoro insieme alla mia compagna Laura, che è designer. Mi occupo di arte in senso stretto, dipingendo tele, ma anche di marketing e di oggettistica. Mi piace essere eclettico, vedere l’arte come realtà fluida in dialogo col mondo.

Qualche esempio di lavori realizzati?
Ho dipinto una Smart con i pinguini, alcuni tram Atm, l’azienda di trasporti meneghina, e ho lavorato alle confezioni natalizie dei prodotti Motta. Poi collaboro anche con Smemoranda, per la quale realizzo gli adesivi, e realizzo oggettistica dagli zaini alle tazze, dalle chiavette Usb ai set di scenografie teatrali.

Come si scovano i clienti?
Dalle aziende ai privati, passando per collezionisti di arte contemporanea e giovani appassionati, solitamente mi contattano loro. Poi io amo molto cambiare e fare cose nuove: quando non so fare qualcosa, mi ci metto e imparo facendo, creo mentre apprendo. Ho una certa propensione al rischio e dico sempre di sì ai progetti nuovi, diciamo che le cose mi capitano, e io colgo al volo le occasioni.

Il tuo Studio mescola arte, creatività e comunicazione. Era questo che sognavi da piccolo?
Da ragazzino volevo fare il fonico, poi sono approdato all’arte di strada. Lo studio non era un piano predefinito, ma è venuto col tempo. La mia compagna, che è più rigorosa di me, mette dei paletti e organizza il lavoro; io mi dedico alla parte più creativa. Ci completiamo molto.

Hai fatto scuole d’arte?
No, mai. Mi ci sono trovato e ho seguito questo percorso. Il mio approccio è molto operaio: prendo ciò che viene e mi ci metto con impegno. Non si decide a priori di essere un artista, non basta frequentare un’accademia. Però nella mia formazione è stato decisivo l’incontro con Dario Fo e Franca Rame.

In quale occasione?
Per il servizio civile ho lavorato in teatro come macchinista, proprio a contatto con questi due artisti straordinari, che sono stati la mia vera scuola. Mi hanno insegnato il metodo di lavoro, le regole, la ricerca. Ho capito che se un Nobel continua a impegnarsi, significa che il successo è dato dalla costanza, dall’impegno.

Quali sono i tuoi progetti futuri?
Oggi, con la crisi, è difficile farne. Ad ogni modo voglio proseguire nella mia ricerca artistica e vorrei arrivare a 80 anni a dipingere. L’artista giapponese Hokusai diceva che ciò che aveva fatto fino a 50 anni non valeva nulla, a 60 ha iniziato, a 80 ha trovato il senso e a 100 la sua pittura avrebbe preso vita propria. Questa dichiarazione mi piace molto.

Consigli a giovani artisti?
Umiltà prima di tutto. E lavorare tanto, imparando sempre.

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Elisa di Battista

Intervista a cura di Elisa di Battista

Giornalista, appassionata di comunicazione, digitale, social media, fotografia. Blogger, racconta storie di giovani e artigianato sul suo blog www.laureatiartigiani.it. Seguila su Twitter: @ElisaDiBattista

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