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Pasquale Diaferia

3 minuti 593 parole

Con la rivoluzione digitale chiunque può partire autonomamente. Intervista a Pasquale Diaferia. Entra in contatto con Pasquale

Parole 505 | Tempo di Lettura: 2 minuti

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Pasquale Diaferia è un’icona della creatività in Italia. È stato copywriter per JWT, Bates, Saatchi, Publicis, Ogilvy e direttore creativo per di Grey e Young & Rubicam. Ha ideato campagne pubblicitarie per Moschino, La Rinascente, Alpitour, Tim e Nastro Azzurro. Con la rivoluzione digitale non è rimasto intrappolato nel mondo della vecchia pubblicità, ma è diventato uno dei top influencer del web. Ecco la sua visione sul futuro della pubblicità e della comunicazione. 

Pasquale, qual è il futuro della pubblicità?

L’advertising diventerà pubblicità civile. Questa è un’esigenza che sto sentendo anche come professore dopo 30 anni di mestiere e soprattutto dopo la presa di coscienza che siamo in un momento moto particolare del Paese. Occorre parlare alle aziende non solo di marketing legato al prodotto ma di un marketing civile. L’anno scorso il Grand Prix della pubblicità a Cannes l’ha vinto Dove, che è passata da vendere saponi a comunicare autostima.

Ma questo non dovrebbero farlo le istituzioni?

Si, ma le istituzioni oggi faticano ad affrontare grandi temi come la legalità o la salute, questi sono terreni di opportunità per le aziende. Occorre portarli all’interno dei piani di comunicazione aziendale e dialogare con i consumatori partendo dal basso.

Cosa succede in Italia?

Siamo un Paese che sta nel G7 e che è ancora molto manifatturiero, con una cultura e una storia unici e che ha la più alta concentrazione di talento per metro quadro al mondo. Dalla Sicilia alla Lombardia nascono pittori, creativi, mamme che inventano ogni giorno novità, come un piatto gustosissimo unendo gli ingredienti che trovano in cucina. Abbiamo un dna di innovazione. Le aziende italiane modificano processi, ne inventano di nuovi. Certo non siamo aiutati dalle istituzioni che hanno un altro dna rispetto all’innovazione. Pensiamo alla fuga di cervelli. C’è grande qualità qui che non trova il terreno giusto dove crescere.

Cosa devono fare i ragazzi che escono dall’università oggi?

Capire che la società è profondamente cambiata. Non cercare il famoso posto fisso ma nemmeno fare anni di stage non retribuiti. Partire autonomamente. se hanno famiglia farsi aiutare e se non ce l’hanno mettetersi in gruppo. Aprire la partita iva. Andare sul mercato, restate sul mercato. Essere creativi. Pensare alla propria personale marca e rischiare.

La differenza con il passato?

Oggi le barriere all’ingresso si sono abbassate. Con la rivoluzione digitale chiunque può partire autonomamente. Quando ho iniziato io per fare comunicazione dovevi entrare in una agenzia di adv. Ora invece è una opportunità per tutti. Simile negli anni 70 erano le radio libere. Chiunque poteva bene o male aprire una radio libera, il costo iniziale era basso e la comunicazione diffusa. Gad Lerner trasmetteva le notizie da una cabina in piazza Duomo a Milano. Bastava poco, ma occorreva essere dentro all’azione. Come adesso. La tecnologia aiuta, occorre stare dentro all’azione.

Il rischio non è la frammentazione dell’offerta creativa?

La frammentazione è un dato di fatto. È la caratteristica del sistema mediatico di tutto il mondo. La frammentazione è già in atto ed è una opportunità per chi ha i contenuti. Inoltre va guidata, non è un elemento che deve portare panico. Permette a chiunque di avere una reputazione e una conoscenza di sé proporzionata alle proprie capacità. Se sei un pittore capace di avere un’idea e inventare un uovo stile di pittura, fallo. Oggi hai tante possibilità per farti conoscere.

Cosa pensa dei Maker?

È un fenomeno che attecchisce bene in Italia perché esiste un tessuto di artigiani individualisti: qui essere maker è straordinario perché siamo un popolo di talenti e questa per noi è una grande opportunità.

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Alessio Sartore

Intervista a cura di Alessio Sartore

Il suo sito è alessiosartore.com

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