CONTATTAMI

Mettiamoci in contatto!

Per contattare l'intervistato devi accedere a Uncò Mag


Oppure Iscriviti manuamente

Pavè

6 minuti 1105 parole

Tre amici di vecchia data si ritrovano dopo anni con lo stesso sogno, nel momento giusto. Intervista ai ragazzi di Pavè. Entra in contatto con loro

Parole: 1099 | Tempo di Lettura: 4 minuti e mezzo

unco-pave-1

Un mondo di cibo, musica e parole. Una pasticceria con laboratorio a vista alle spalle di Corso Buenos Aires a Milano. Pavè è tutto questo ma, prima di ogni cosa, è la storia di 3 ragazzi, tutti 30enni.
Luca Scanni, giornalista, diversi anni trascorsi tra giornali, radio, uffici stampa e due viaggi in Australia che gli hanno cambiato per sempre la vita e la sua visione di caffetteria. Diego Bamberghi, un diploma alberghiero, un’esperienza nella gastronomia della grande distribuzione e una come commerciale per una startup. Giovanni Giberti frequenta l’alberghiero insieme a Diego, dalla cucina si sposta in pasticceria passando per San Francisco e, nel frattempo, diventa padre di un arzillo lievito madre di 70 anni.
Tre amici di vecchia data, con profili e percorsi professionali diversi – eppure così complementari – si ritrovano dopo anni con lo stesso sogno, nel momento giusto. Un sogno che sono riusciti a trasformare in realtà e pieno di soddisfazioni personali, una fra tutte quella di essere entrati nella classifica dei 20 migliori bar d’Italia secondo Gambero Rosso. In barba alla crisi e a chi è ancora convinto che questi non siano tempi buoni per rischiare.

Ragazzi, perché una pasticceria?

L’idea è nata a casa di Luca davanti a una bottiglia di vino. Era febbraio 2011. Eravamo tutti e tre insoddisfatti del nostro lavoro e con il desiderio di creare un modello di spazio/locale nuovo: altissima qualità in ambiente informale. Eravamo reduci da grandi viaggi e sperimentazioni personali che volevano e dovevano sfociare in qualcosa di comune. I nostri tre profili, inoltre, sembravano complementari: Giovanni produzione, Diego aspetti commerciali e Luca comunicazione. Sembrava poter funzionare bene.

Cosa vi ha fatto capire che poteva diventare un lavoro?

Doveva diventarlo prima di tutto perché volevamo dimostrare che si può creare lavoro in un modo diverso, proponendo qualcosa di nuovo. Lavorativamente parlando siamo nati con la crisi, con quelli più vecchi di te che continuavano a ripeterti che “non è tempo di provare a fare qualcosa di nuovo perché il rischio è alto” oppure che è “meglio un lavoro brutto ma sicuro”. 4-5-6 anni con le vecchie generazioni a ripeterti tutto questo, cercando di tranciarti ogni proiezione alla felicità. La crisi è ormai una condizione di base in cui lavorare, ma ci ha dato una grande opportunità: quella di dimostrare che possiamo essere felici, smentendo chi ci ha detto che nella crisi non avremmo mai potuto stare tranquilli.

Pavé è una pasticceria (e non solo, dal momento che proponete anche pietanze salate) con laboratorio a vista. Perché questa scelta?

Perché ci siamo dannati per trovare una buona colazione a Milano senza riuscirci. Perché una buona pasticceria può anche non essere la classica pasticceria ingessata. Tutto quello che facciamo a Pavé è autoproduzione al 100% e volevamo testimoniarla nel quotidiano, dando ai nostri ospiti l’opportunità di vedere, di chiedere, di incuriosirsi. Un vetro su un laboratorio che lavora è uno strumento per dimostrare davvero l’artigianalità. Un concetto che ci stordisce ogni giorno. Un concetto che ora tutti utilizzano ma non certificano. Quanto alla proposta salata, diciamo che sarebbe stato un peccato non utilizzare il nostro pane per i panini e non giocare anche con ingredienti salati, compatibilmente con il ciclo produttivo della pasticceria.

Cibo, parole e musica. Parlateci della vostra programmazione culturale e musicale. Seguite un filone particolare? Come selezionate musica e appuntamenti?)

Abbiamo sempre organizzato dei piccoli eventi culturali ma la pasticceria ha preso il sopravvento (e tutto questo per noi è meraviglioso) e abbiamo dovuto sospendere la programmazione che comunque contiamo di riprendere al più presto. Per quanto riguarda la musica, abbiamo tre anime diverse (una più cantautorale, una soul e una urban) e, a seconda dei momenti del giorno, ce n’è sempre una che prende il sopravvento. Ci piace l’idea che a Pavé la qualità si declini sotto diversi aspetti: oltre al cibo e allo spazio, la musica è il terzo elemento.

A proposito dello spazio, come lo avete arredato? 

Lo spazio è stato arredato con mobili e oggetti principalmente recuperati dai rigattieri. Avevamo un’amica che ci dava le soffiate su tavoli, sedie, specchi disponibili a Milano e dintorni. Non appena arrivava la sua telefonata ci fiondavamo in macchina per andare a recuperare di tutto. Erano giornate molto, ma molto divertenti. Abbiamo soprattutto oggetti che si rifanno a un immaginario già vissuto da molti (la poltrona della nonna, il tavolo da falegname, etc). Così anche chi entra per la prima volta si sente già in un ambiente familiare.

Qual è il punto di forza della vostra attività?

Stiamo lavorando da quasi tre anni per proporre la migliore brioche di Milano e di conseguenza la migliore colazione. Cappuccio e brioche sono sacri. C’è ancora molto da lavorare ma porsi quello come obiettivo ti permette di concentrarti sul minimo particolare per avere buoni risultati.

Il miglior modo per farsi pubblicità. Internet, i Social network, o il caro vecchio passaparola?

Il passaparola funziona ancora, non c’è dubbio. Nel nostro caso, abbiamo investito a costo zero sui social, raccontandoci ancora prima dell’apertura. Alla base dei nostri racconti online c’era innanzitutto la paura di essere soli, di non essere all’altezza, di non avere persone interessate al nostro sogno che prendeva forma. E così, per non sentirci troppo soli, abbiamo raccontato tutto, nel bene e nel male, mesi prima di tirare su la saracinesca. A livello social l’unica cosa che paga è essere sinceri. Ah, e mai e poi mai prendersi sul serio. Il cibo è una cosa seria ma non c’è scritto da nessuna parte che raccontarlo lo debba essere.

Cosa vuol dire essere imprenditori di se stessi? Quali sono le difficoltà principali che avete dovuto affrontare?

“Essere imprenditori di se stessi” a volte sottende essere soli. Noi siamo tre e questo ci ha sicuramente dato forza e maggiore consapevolezza. Gli ostacoli sono i soliti di cui si sente parlare: banche inesistenti se non con garanzie folli, mentalità che valuta i progetti dei giovani come progetti acerbi (questo scontro generazionale italiano fa molto sorridere), una burocrazia del medioevo.

Dove sarà Pavé tra qualche anno?

Sarà nel suo quartiere. Quel quartiere in cui è finito per caso ma di cui si è innamorato e di cui non può più fare a meno. Sarà sempre lì a cercare di dare il meglio per fare cibo buono, prepararlo bene e servirlo nel modo giusto.

Siete felici?

Sì, siamo felici. Spesso in questo lavoro la felicità va di pari passo con la stanchezza. Ma ne vale la pena.

unco-pave-5

unco-pave-6

unco-pave-8

unco-pave-9

unco-pave-10

unco-pave-12

unco-pave-11

unco-pave-3

unco-pave-7

(Le foto sono di Marco Pieri e Federico Sangiorgi)

Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

Lascia un commento