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Razi Mohebi / Soheila Javaheri

8 minuti 1433 parole

Razi Mohebi e Soheila Javaheri sono due rifugiati politici afghani che raccontano la guerra attraverso i film. Li abbiamo intervistati

Soheila, Razi, cominciamo dal vostro percorso di studi.
Soheila: Io ho studiato ingegneria elettronica all’Università di Teheran e nel frattempo frequentavo anche la cineteca, dove si poteva vedere il cinema d’autore, soprattutto francese, ma anche italiano, comunque molto eurocentrico. C’erano varie conferenze sul cinema ed ospiti. Nel frattempo scrivevo le prime sceneggiature e ho conosciuto Razi in quel periodo. Poi ho fatto un corso di cinema a Parigi, c’è una scuola molto rinomata che si chiama “La Fémis”.

Razi: Ho studiato teologia. Ci sono quattro centri di studio di teologia nel mondo musulmano, due sono sunniti, due sono sciiti. Quelli sciiti sono Najaf, in Iraq, e Qom, in Iran.. Io ho studiato per più di quindi anni a Qom.. Poi all’Università di cinema di Teheran; infine in Italia sto studiando sociologia all’Università di Trento, sono all’ultimo anno della triennale, assieme a Soheila.
Tutto quello che ho studiato dipendeva dalla mia situazione, che era molto difficile. E non era adatta a quello che io volevo fare.. Mentre ero in seconda elementare è iniziata la guerra e la scuola è stata il mio rifugio, anche il mio amore..  La scuola coranica era l’unico modo per capire qualcosa di quello che stava succedendo. Io l’ho fatto perché comunque lo studio è un modo per crescere e trovare delle soddisfazioni. Il problema è che quando sono arrivato in Italia, a Trento, ho scoperto che tutti i miei titoli di studio non valevano nulla. Per quello ho ricominciato da capo, mi è stato detto che dovevo dimenticare la mia vita precedente. Com’è possibile? Me lo sono domandato più volte.. ma ho dovuto farlo! Ad ogni modo sono qui per capire il mio Paese, l’Afghanistan. Per farlo bisogna prima conoscere l’Europa e la sua storia.. Per questo ho scelto di studiare sociologia, per cercare di capire il mondo moderno.  

Razi sei dovuto fuggire più volte, prima in Pakistan poi in Iran.. che difficoltà hai trovato?
Razi: Oh.. difficoltà.. migliaia.. Ma secondo me se hai dentro di te un po’ di speranza puoi combattere e superare ogni difficoltà. Ci vuole tempo, energia e sacrificio. In Pakistan non è stato facile perché ero giovane, mi sono successe molte cose. Ho capito cos’è la paura, cos’è la solitudine.. cosa significa compravendita di essere umani. Il corpo umano che è equiparato ad una merce.. cose terribili.

Poi, tornato in Afghanistan, hai partecipato alla realizzazione del film “Osama”, cosa  che ha compromesso definitivamente la permanenza nel tuo Paese natale. Cosa è successo di preciso?
Razi: Bé prima abbiamo realizzato questo film, “Osama”; in quell’epoca era difficilissimo realizzare una pellicola, a livello economico ma anche sociale. Ed era pericoloso.
Dopo l’uscita del film ricordo benissimo cosa accadde quel famoso giorno. Erano le sette di sera, uscito dall’ufficio ero con due guardie del corpo e il nostro autista. Ho detto loro di andare a casa, che il lavoro era finito e non avevo più bisogno. Sono andato in un ristorante a pagare un conto arretrato, stavo per entrare nel taxi quando sono stato preso improvvisamente e gettato in una macchina. È stato tutto molto veloce. Mi hanno preso e buttato dentro, senza che capissi cosa stava succedendo. Mi sono ritrovato tra due soldati e altre due persone, erano armati tutti; mi hanno detto in tono dispregiativo: «tu sei un Hazara», che è la mia etnia. Mi hanno chiesto il passaporto e io ho detto che sono cittadino afghano e non mi serviva. Allora mi hanno risposto che essendo Hazara dovevo avere il passaporto. Io lo avevo con me casualmente perché dovevo andare a breve in Germania per un festival, avevo quello commerciale per business. All’improvviso hanno cominciato a picchiarmi e sono svenuto. Quando mi sono svegliato ero pieno di sangue, hanno aggiunto che un Hazara non può fare il regista ma dei lavori umili all’interno della città. Il pestaggio è andato avanti finché all’alba mi sono svegliato in una specie di obitorio; credevano di avermi ucciso e per questo ero stato portato fino a li. É stata durissima quella notte e i giorni successivi, ma con l’aiuto di amici hanno trovato le persone che mi avevano aggredito. Non è stata l’unica volta, anche con i film successivi sono capitati altri episodi di violenza e minacce di morte. Poi mentre ero in Italia sono usciti dei reportage che avevamo fatto qualche settimana prima, in Afghanistan per dei canali francesi. Amici e colleghi mi hanno sconsigliato di tornare perché la situazione era pericolosa e loro erano in difficoltà.

L’Italia e gli italiani come vi hanno accolto?
Razi: C’è da dire che io pensavo di dover rimanere in Italia per un periodo limitato di tempo.. All’inizio era tutto a posto ma poi sono cominciati i problemi. Ho scritto una lettera sulla situazione dei rifugiati politici in Italia, che è stata pubblicata in diversi Paesi. Questo riguarda i problemi burocratici ma la società civile mi ha accolto benissimo. L’Italia a livello di cultura, posizione geografica e molto altro ancora è stata una piacevole sorpresa. E l’università anche, che è il luogo del sapere. Adesso quando sono in difficoltà o sento nostalgia vado davanti all’università e bevo un caffè, faccio un giro e mi sento meglio.

Sempre riguardo a questo tema siete impegnati sul fronte dei rifugiati politici, quali sono i problemi maggiori in questo momento? 
Razi: In Italia non c’è una differenza tra immigrati che cercano lavoro e esiliati politici. Non c’è una legge organica. Quando ti riconoscono come esiliato politico non hai alcun diritto e dovere, e ti senti senza alcun ruolo sociale, fuori dal mondo, cittadino del nulla. Io ho un documento valido in Italia, ma quando vado fuori, ad esempio per cercare un finanziamento per un lavoro, non conta nulla. È un foglietto fatto a mano. Oltre alla legge, la società civile non sa nulla riguardo a questi problemi, non se ne parla mai nei media, ma la curiosità c’è.

Quale ruolo può avere il cinema per la società civile?
Razi: Il cinema è fondamentale, racconta la realtà: perché siamo qui e cosa stiamo facendo. Parla della guerra, di tutto. C’è uno scambio in tutti gli ambienti culturali, noi vogliamo imparare dall’Europa e dalla sua storia e possiamo far emergere i problemi dei Paesi da cui arriviamo.

Soheila: Aggiungo una cosa che è importante sottolineare. L’Italia ha firmato nel 1951 la Convenzione di Ginevra relativa allo status di rifugiati. l’Italia era un Paese di transito all’epoca anche perché era sempre stata un luogo da cui immigrare soprattutto, per USA, Australia, Canada. Ad inizio anni ’90 c’è stata la prime legge, che si chiama Turco-Napolitano, la quale è molto generica e non dice niente di particolare. La Grecia è meglio dell’Italia, nel senso c’è una legge vera e propria, poi non la rispettano ma è un altro discorso. Avere la residenza, o la cittadinanza dopo cinque anni, è un diritto per un rifugiato politico; poi ci devono essere anche dei doveri, è chiaro. Ma qui invece al posto di asilo si diventa esiliati, anche per colpa della legge di Dublino del 2003. Amici nostri che sono immigrati in Scandinavia sono già cittadini della Svezia e Finlandia.

A proposito dell’Italia, cosa ne pensate di Cecile Kyenge, il nuovo ministro dell’immigrazione?
Soheila: Io sono molto contenta, per me è una bella notizia; la conoscevo perché l’avevo già vista in un documentario. È una persona preparata che sa quali sono i problemi da risolvere, li ha vissuti, cosa che è fondamentale. Ha inoltre i contatti con la società civile e con chi può aiutarla. Bisogna vedere quanto la lasciano fare. La sua presenza comunque apre nuovi dibattiti, per cambiare le cose ci vorrà del tempo.

Razi: Mi ha dato speranza questa notizia, l’Italia ha una cultura ricca nella storia, come un museo. Ma allo stesso tempo l’Italia di oggi su alcune tematiche è poco preparata. Questo sembra quindi un atto simbolico ma va bene così!

A livello cinematografico a chi vi ispirate?
Razi: Io ho lavorato con registi di talento, come Mohsen Makhmalbaf. Ci sono registi francesi, giapponesi, italiani. Qui avete avuto dei grandissimi. Antonioni, Pasolini, De Sica, Fellini. Di quelli recenti Sorrentino lo vedo e rivedo sempre volentieri. Io ho un mio stile, quindi mi ispiro ma fino a un certo punto, il resto arriva da me, per questo ho sempre studiato l’arte.

Soheila: Concordo ed aggiungo Theo Angelopoulos.

Quali progetti avete in cantiere?
Razi: Abbiamo tre progetti, tre dimensioni della nostra vita.
1. Afghanistan 2014, un progetto composto da tre film, il primo è già uscito e stiamo lavorando sugli altri due.
2. SocioCinema, un workshop per realizzare documentari con studenti universitari e non solo. Ne sono già stati realizzati una decina circa.
3. Concludere l’Università, per conoscere l’Europa e il mondo occidentale.

Boris Puggia

Intervista a cura di Boris Puggia

Poliedrico sociologo, sempre alla ricerca di nuovi incontri attraverso cui sperimentare le diversità culturali. Appassionato di videomaking, è un accanito divoratore di musica e cinema

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