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570. Roberta Moresco

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Che vino sarei? Un Pinot nero. Perché vive di understatement e di risultati concreti, un carattere riservato che però esprime molto. Intervista alla sommelier e imprenditrice Roberta Moresco. Entra in contatto con Roberta

Parole: 1478 | Tempo di lettura: 5 minuti

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Roberta aveva un sogno, che teneva in un cassetto chiuso a doppia mandata dalla paura. Poi, un giorno, ha trovato la chiave, lo ha aperto e ne è uscito “Azzardo Rosso”. Dalla passione di sommelier, ai (primi) due vini che portano la sua firma.

Roberta, abbiamo assaggiato “Azzardo Rosso” e “Cuvée” (un vino rosso e uno spumante): raccontaci il tuo progetto.
Volevo da tempo realizzare i miei vini, come me li immaginavo. Pensavo di dare vita ad una startup, staccata dalla mia attività tradizionale (Roberta gestisce un’enoteca dove propone vini, distillati e specialità dalle sue ricerche gourmet, ndr.) ma in realtà ho sviluppato un nuovo ramo d’azienda dell’esistente. Il mio progetto nasceva da un sogno: volevo creare una mia linea di prodotti, semplici ma particolari, destinati a ristoranti ed enoteche. Il primo vino che avevo immaginato è proprio “Azzardo Rosso”, che volevo come insieme di Pinot Nero e Corvina, due vitigni coltivati in zone diverse. In tutto il Veneto non esiste un solo produttore che li abbia entrambi. Anche per questo, ogni volta che faceva capolino questo pensiero, mi pareva di vedere a lettere cubitali la parola “impossibile”.

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Quando arriva la svolta?

Il cambio di rotta è arrivato del tutto inaspettato. Ho scelto di frequentare un corso di formazione imprenditoriale (l’Accademia degli Imprenditori Liberi), pensando che me ne sarei tornata con nozioni di marketing, finanza e non so che altro con cui rafforzare la mia figura di imprenditrice, per far crescere l’attività dell’enoteca. Invece i tre giorni, intensissimi, di full immersion dove si lavora sul “sistema uomo”, e non sui dipartimenti dell’impresa, mi hanno fatto comprendere il mio vero desiderio: sentivo di volermi riscattare, in una nuova primavera della vita prima che del business, ritrovando la me stessa di 15 anni fa, quando ero piena di entusiasmo, incurante delle paure. Rientrata dal corso sentivo che nulla sarebbe più stato come prima. Ed è tornata, impetuosa, la voglia di fare il mio vino rosso.

Come hai scelto i due vini che compongono Azzardo Rosso?

Non ho scelto! Sono letteralmente innamorata di Corvina e Pinot Nero. Da appassionata e conoscitrice di vini (Roberta è stata delegato provinciale AIS – Associazione Italiana Sommelier – di Vicenza dal 2010 al 2014, e oggi è in AIS Veneto dove si occupa delle scelte dei vini per i corsi di formazione, ndr) ho sempre amato fare un gioco: quale sarei se fossi un vino? Sarei decisamente un Pinot Nero, un vino che vive di understatement e di risultati concreti, un carattere riservato che però esprime molto. Un vino che sa dare grandi emozioni, ma che non accetta compromessi: o piace moltissimo o lo si evita; è lui che fa la selezione del suo pubblico. Questo è stato il mio azzardo: mettere me stessa in prima linea, in un vino che parla di me. Era la mossa che non osavo fare e che ha dato il via, o ha segnato, la mia primavera di donna nuova. L’ho voluto unire, contro ogni logica di produzione tradizionale, alla Corvina, un altro vino affascinante. La Corvina è un uvaggio che predomina nell’Amarone (fino al 60/70%), ma da solo non sarebbe mai Amarone. Con il suo carattere forte, sa mettersi a disposizione di altri vini più deboli, per dare un risultato straordinario. Questo mi insegna una visione della vita che trovo importantissima, un esempio da seguire. Corvina e Pinot non erano mai stati messi assieme, e questo è stato il mio azzardo, che sentivo di voler affrontare, dopo la paura di proporre qualcosa di assolutamente inedito.

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Come sei passata dall’idea alla produzione? Hai fatto tutto da sola?
Assolutamente no! Le cose grandi si fanno solo con una grande squadra, e io ho voluto il meglio. Finché era tutto un’idea nella mia testa, non potevo che pensare ad un grande nome del vino, Fausto Maculan, che ammiro moltissimo come imprenditore perché ha voluto inseguire la sua idea, da pioniere, innovatore e precursore dei grandi vini italiani. E’ suo il merito se oggi la vicentina Breganze, con il Torcolato, è famosa in tutto il mondo. Questa era la mia idea. Mancava il coraggio di avvicinarlo, con una proposta che poteva suonare assurda, o quanto meno poco interessante. Ho trovato una preziosa mediatrice in sua figlia Angela e, in realtà, l’idea è piaciuta, proprio perché insolita. A quel punto, serviva la Corvina e naturalmente Maculan si sarebbe abbinato solo ad un partner di livello; e questo è Luca Speri (Speri Viticoltori) che ugualmente è stato catturato dall’idea.

I vini sono due, però. Cosa racconti di Cuvée?

La Cuvée è uno spumante millesimato Dry (uve Glera 70% e Chardonnay 30%, con metodo Charmat). In realtà l’avevo creato prima, ma venduto con l’etichetta del produttore (Belussi spumanti) e io in secondo piano, come sempre. L’energia del rosso mi ha dato il via per rivestire la bottiglia creando il mio marchio, che mi ha riservato una grande sorpresa. Solo ora, nello studio del brand, ho realizzato che il mio nome contiene la parola “amore”, e per me è un segno che mi dà una grande gioia, e che non posso certo ignorare.

Cosa è fondamentale nel lavoro, oggi?

Il lavoro deve essere passione. Se ne parla molto, ma qui dobbiamo davvero capire cosa significa. Per me è stato così. Penso che se non c’è vera passione, la cosa si percepisce, il rapporto con gli altri perde di intensità. Se invece trasmetti la tua passione, anche nella semplicità, è segno che stai facendo il lavoro giusto, e che lo fai al meglio. Si tratta di trovare (o ritrovare) la luce che abbiamo in noi, anche nell’attività di sempre, non dico di stravolgere la vita, ma di rinnovarla. Viviamo in un mondo frenetico, dove tutto è automatico, digitale. Dobbiamo imparare ad ascoltarci, a stare nel “qui e ora”, senza avere paura di ciò che si è, tornando alla propria radice. In questo la meditazione aiuta moltissimo. Io la pratico, assieme allo yoga; ho scoperto che è una disciplina frequentata tanto da uomini quanto da donne, e da molti giovani. Ciascuno deve sentirsi libero di scegliere ciò che lo fa stare bene, non per obbligo; può essere la palestra o una passeggiata nella natura, fa lo stesso.

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Facciamo una Cuvée dell’imprenditore? Cosa serve per farcela oggi?

In una cuvée di imprenditore ci metterei un po’ di pazzia e molta intraprendenza, saper ascoltare i giudizi degli altri senza farsi condizionare, e decidere da soli, sentendo ciò che è bene per sé. Penso sempre a modelli come Walt Disney, licenziato perché “non aveva abbastanza idee”. Evidentemente non ha dato troppo peso a questo giudizio. Quando accennavo a voler fare il mio vino, mi sono sentita dire “Chi ti credi di essere?”, ed eccomi qui, sono sempre io, con il mio vino.

Come vedi il mondo del vino, da imprenditrice?

Il settore che riguarda le cantine per me è molto vicino alla saturazione. Aprire una cantina oggi è davvero un gran rischio, si deve fare qualcosa di realmente straordinario, ben oltre le mode che stanno mostrando la loro caducità. Pensiamo ai rosé, ad esempio: per un po’, tutti a produrre rosé, che è passato di moda in poco tempo. Oltre al prodotto, serve saper comunicare una passione vera, e riuscire ad andare oltre i confini locali e nazionali. Vedo troppa timidezza e paura di investire in comunicazione, che invece è la chiave per un successo ad ampio raggio. Il consumatore (l’enoteca è un osservatorio privilegiato, in questo) oggi è molto preparato, pignolo, e sa dove merita spendere i soldi; è alla ricerca di prodotti di grande qualità che si trovano anche al giusto prezzo. Si può bere bene, e molto bene, anche spendendo cifre assolutamente ragionevoli.

E sul fronte femminile, com’è l’imprenditoria?

Io penso che la donna sia una macchina perfetta, che sa gestire lavoro, famiglia, vita sociale, impegni vari. Il nostro handicap, se mai, è quello di non credere che sia così, credere a chi dice che non siamo all’altezza di molte cose. Un esempio? Sono l’unica donna, su 14 componenti di AIS regionale. Se manca il punto di vista femminile si perde un’opportunità. Gli uomini sono più bravi a fare squadra. Per me il massimo si ha nell’incontro, quanto uomini e donne si trovano insieme.

Ci dai qualche consiglio per scoprire l’imprenditore che sta in ciascuno di noi?

Primo, in assoluto, sapersi ascoltare, ed essere onesti con se stessi. Poi, confrontarsi con persone che ce l’hanno fatta, anche in settori molto diversi dal nostro. Dalle loro storie si porta sempre a casa un insegnamento, uno spunto. Sono persone che si sono sentite dire “Non ce la farai” o “Ma sei matto?” e che sono andati avanti lo stesso. È con queste persone che ci si deve confrontare. Terzo, non ascoltare quelle che io chiamo le “emozioni ladre”, o i “ladri di sogni”. Sono voci esterne e interne, e vanno bilanciate con energia positiva perché altrimenti ti distolgono dal tuo obiettivo. Se invece hai una meta da raggiungere, arrivano anche gli strumenti per tagliare il traguardo.

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Anna Baldo

Intervista a cura di Anna Baldo

“Scrivere per mestiere, per passione, mai per caso”. Giornalista, addetta stampa, consulente per la comunicazione. Canto in un coro polifonico e nel tempo libero mi dedico al bricolage. C’è tutto in www.annabaldo.com

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