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Roberto Battiston

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Il vizio (buono) della ricerca: la scienza come professione e stile di vita. Intervista all’astrofisico particellare Roberto Battiston

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Roberto Battiston è ordinario di Fisica Sperimentale presso il Dipartimento di Fisica di Trento.
Da più di 30 anni si occupa di ricerche nel campo della fisica sperimentale e ha preso parte alla costruzione di un grande esperimento installato sulla Stazione Spaziale Internazionale dedicato alla ricerca dell’antimateria.
Collabora con i quotidiani La Stampa, Il Corriere della Sera, Il Sole 24 Ore e i periodici L’Indice e Le Scienze, dove cura una rubrica mensile e il blog “Astri e particelle”.
Battiston sarà speaker al prossimo TEDxbergamo il 29 marzo.

Nell’immaginario collettivo il mondo della fisica appare un ambito particolare, talvolta chiuso ai più, capace di generare fascino ma anche timore reverenziale. Lei come ci si è avvicinato? Da dove è partita la sua passione?
In linea generale il percorso di uno scienziato parte da un sentimento comune, che è la curiosità. Quando siamo più giovani, addirittura bambini, siamo tipicamente curiosi. Ecco, alcuni di quei bambini rimangono curiosi per tutta la vita, fino a fare di questa curiosità una vera e propria professione. È questo il sentimento che muove uno scienziato che cerca di spiegare il perché e il come delle cose, credo che sia una delle caratteristiche proprie della nostra specie. Cerchiamo sempre di più di comprendere fenomeni più complessi e sofisticati rispetto a ciò che cerca di comprendere un bambino, ma alla fine l’approccio è sempre quello.

Ricorda alcune figure di riferimento che l’hanno guidata in questo suo percorso?
Ho conosciuto moltissime persone lungo il mio percorso di vita, tra cui ricordo in modo particolare Carlo Rubbia e Samuel Ting, due premi Nobel per due scoperte diverse. Dalla loro scuola ho compreso molte cose riguardo alle modalità di indagine, ho capito meglio come si indaga a livello professionale sui misteri della natura e della fisica. Sono due personaggi molto diversi ma entrambi con un profondo carisma e capacità, caratterizzati sostanzialmente da quella curiosità che spinge a spiegare la realtà che ci circonda.

La sua storia è anche una storia di successo. Se dovesse indicarmi gli ingredienti essenziali di questa storia, cosa menzionerebbe?
Un’enorme tenacia, una capacità di resistere alle difficoltà che sono tante, ai tempi molto lunghi; una fiducia incondizionata nel futuro e una capacità di non abbattersi mai, nemmeno quando le cose sembrano andare male. Il tipo di ricerche di cui mi sono occupato sono ricerche molto complesse, costose che richiedono molti anni per essere fatte. L’ultimo progetto riguarda la costruzione nell’ambito di una collaborazione internazionale di un grande esperimento installato sulla stazione spaziale internazionale e dedicato alla ricerca dell’antimateria. Questo sforzo è durato circa 20 anni. È comprensibile allora come lavorare su questo tipo di progetti di lunga durata richieda una capacità di concentrazione e una tenacia non comuni.

Capacità e tenacia che le hanno consentito di svolgere la sua professione in Italia, paese che nell’immaginario collettivo sembra ostacolare qualsiasi forma di innovazione. Dal suo profilo però emerge una forte esperienza internazionale. Secondo lei, sulla base di quello che ha visto, che cosa manca all’Italia e che cosa invece dovrebbe essere maggiormente valorizzato, proprio perché plus del nostro paese?
La risposta è abbastanza semplice. Noi italiani sappiamo perfettamente il significato del termine competizione. Il giornale più letto in Italia è ancora oggi “La Gazzetta dello Sport” e il calcio è lo sport più seguito. Sanno tutti cosa vuol dire avere degli assi, dei fuoriclasse nel calcio. È la stessa cosa anche nella ricerca. La ricerca si fa con i fuoriclasse, con i più competitivi, con i migliori in un contesto di grandissima competizione internazionale, proprio perché a tutti interessa arrivare a certi risultati. Il fatto che noi compriamo giocatori pagandoli milioni di euro e allo stesso tempo perdiamo la quasi totalità dei nostri migliori laureati mandandoli all’estero, perché non gli offriamo la possibilità di lavorare in Italia, dimostra purtroppo una cosa: sappiamo cosa sia vincere nel calcio, ma non sappiamo cosa significhi vincere nel mondo di oggi a livello scientifico e tecnologico.

Se potesse dare tre suggerimenti a dei giovani aspiranti ricercatori, cosa direbbe?
In primo luogo la ricerca per loro deve essere una passione che quasi sconfina con il vizio. Non devono poterne fare a meno perché altrimenti vorrebbe dire che possono fare altro. Ci sono persone che nascono artisti, altri musicisti e ci sono poi persone che nascono con le caratteristiche per poter essere scienziati. Una volta capito che hanno questa forte vocazione, indispensabile per affrontare le difficoltà in Italia, ma anche all’estero, i giovani devono cercare i maestri migliori, ovunque essi siano. È questo il secondo elemento. Non occorre sempre andare a cercare maestri all’estero, soprattutto nelle fasi iniziali della propria formazione. Ci sono nelle scuole straordinari professori che possono cambiarti la vita, pertanto sono da cercare con molta cura anche se poi sono spesso i casi della vita a farteli incontrare. Terzo, la ricerca è per sua natura internazionale, quindi non si deve aver paura di andare all’estero, di passare anche lunghi periodi, di confrontarsi con i migliori, ovunque essi siano.

Secondo lei è fattibile mettere in pratica questi consigli nel nostro paese?
In un paese normale, giovani che hanno seguito questo percorso (vale a dire che hanno vocazione, che hanno avuto una buona educazione scientifica e che sanno confrontarsi con i migliori) dovrebbero essere incentivati e presi all’interno dei team di ricerca del paese in questione, e non lasciati andare. È su questo che bisogna lavorare, ma questo è un problema politico. In questo periodo purtroppo l’emigrazione di cervelli è un fenomeno comune. Ciò che mi auguro è che il nuovo governo possa fare qualcosa per rovesciare questa tendenza terribile e che quindi anche l’Italia torni a essere quel paese in cui la ricerca è un grande valore, come lo è stato per tanti anni in diversi campi. Abbiamo una materia prima, intendo i giovani capaci, che non è seconda a nessuno. Ci mancano politiche organiche di reclutamento, basate sul merito, sulle capacità e sulle competenze.

Il problema è nell’insufficienza di risorse da investire?
Non si tratta solo di questo, abbiamo difficoltà nel saper gestire le risorse a disposizione e, soprattutto, incontriamo difficoltà enormi nell’inserire i giovani all’interno del circuito della ricerca nel momento in cui sono più produttivi. È questo il nostro problema: non riusciamo a dare a studenti laureati, o che hanno concluso il dottorato di ricerca, delle prospettive serie. Attenzione, non intendo garantire un posto fisso ma garantire almeno loro la possibilità di fare ricerca ai massimi livelli. Io sono estremamente ottimista. Prima o poi riusciremo a invertire questa tendenza. Mi auguro però soltanto che sia possibile farlo nei prossimi anni e non nei prossimi decenni.

Grazia Murtarelli

Intervista a cura di Grazia Murtarelli

Dottore di ricerca in Corporate Communication, il suo sogno è quello di proseguire nella carriera accademica. Intanto si diletta a svolgere attività di consulenza e di formazione in aziende, perché "senza la pratica la teoria vale poco". E' clownterapista nel tempo libero e grazie a quest'attività ha imparato a osservare la realtà secondo la giusta prospettiva: con ironia.

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