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1. Sara Ferrari

6 minuti 1041 parole

Per fare il designer serve perseveranza. Intervista a Sara Ferrari

C’è chi, come Edgar Morin, afferma che viviamo un’epoca di involuzione del pensiero. Le tecnologie digitali promuovono una comunicazione lineare e semplificata. Senza discussione. 140 caratteri spazi inclusi. Non c’è ragionamento ma sentenze, tantissime disordinate sentenze.

Con Uncò Mag stiamo cercando di portare alcuni esempi di persone che usano la creatività per generare valore. Attrici, designer, fotografi, scrittori. Chissà che a qualcuno venga in mente di provarci, di aumentare la propria soddisfazione lavorativa vedendo questi exempla. Ecco, gli exempla medievali erano raffigurazioni iconiche raccontate o intarsiate all’interno delle chiese per dare esempi di condotta. 

Anche questi sono exempla. Anche queste interviste sono iconiche. Non aprono ad un ragionamento, vogliono solo portare dei casi, mostrare che si può fare. Edgar Morin ha ragione, viviamo una involuzione del pensiero, ma da qualche parte, in tempi di grande incertezza, bisogna cominciare.

Oggi, uncò, parliamo con Sara Ferrari, designer.

Da un po’ di tempo non sentivo più pronunciare la parola carriera. A pranzo con Sara Ferrari, designer tornata da due anni in Italia dopo cinque a Londra, la parola carriera risuona due o tre volte.

Carriera non è una brutta parola. A volte ce ne dimentichiamo. Questa parola è piuttosto un cannocchiale. Serve per vedere un po’ più lontano. Fra cinque anni dove sarai? E fra dieci? Sembra impossibile chiederselo di questi tempi. Ma siamo veramente così stanchi? 

Sara ha progettato e realizzato prodotti che sono entrati in musei e in importanti negozi di design nel mondo. 

Sara, qual è il tuo lavoro?
Sono una designer progettista.

Cosa significa?
Il designer progettista crea un oggetto da una idea e segue tutte le fasi di cui è composto il progetto: i materiali, i costi, il modo in cui si comunica. C’è una grande differenza tra designer e creativo perché il designer non può esimersi dalla realizzazione pratica dell’idea.

Quando hai scelto di intraprendere questo percorso?
La mia formazione è tutt’altro che creativa. Ho studiato ragioneria. Poi ho capito che volevo fare qualcosa di più creativo e comunicativo e ho studiato design. Ho vinto un concorso internazionale per l’infanzia con la mia tesi e mi sono trasferita a Londra. Ho lavorato in vari studi di architettura e design londinesi e nel 2009, in concomitanza con l’inizio della crisi, ho capito che dovevo cambiare rotta.

Quale?
Creare progetti di autoproduzione in serie limitata. Queste autoproduzioni servono a mostrare alle aziende che cosa sai fare, sono il tuo bliglietto da visita.

E com’è andata?
Molto bene. Il mio primo progetto di autoproduzione è stato Dining Agenda, creato con Marcella Fiori per partecipare alla fiera Design Boom a New York. Le application erano chiuse e allora abbiamo mandato il progetto al blog Dezeen. L’hanno pubblicato e da lì siamo state chiamate dalla stampa di riviste cinesi, europee, degli Emirati Arabi, e anche da Design Boom che ci ha fatto partecipare alla fiera. Da lì è scattata una concatenazione di eventi che mi ha portato a presentare le mie autoproduzioni sempre allo stesso modo.

Ce lo spieghi?
Si parte da una idea. Si crea un prototipo. Poi una piccola produzione. Si crea la comunicazione attorno al prototipo. Si invia alla stampa per avere diffusione.

Un esempio?
Il bracciale XCIX Y. Tutto è partito da una giornalista di Glamour che ha visto la Dining Agenda e mi ha chiesto se avevo anche gioielli. Ho preso l’occasione al balzo. Mi sono rifugiata una settimana da un amico nella campagna inglese per creare il bracciale. Prodotto 10 pezzi. Fotografati. Inviato tutto a Glamour e ora il bracciale si trova anche alla Peel Gallery a Houston, Texas.

E con le aziende?
Le autoproduzioni sono un modo per comunicarsi e raggiungere quello che è il vero obiettivo: la creazione di prodotti di design in serie per aziende. Baco è il primo esempio, un divano creato per Deco e che ha ricevuto il premio Young&Design all’ultimo Salone del Mobile di Milano. Questo è il mio percorso. Collaborare con le aziende continuando lateralmente ad autoprodurmi.

Un incontro fortunato?
Quello con Giulio Iacchetti. Gli scrivo una mail. Posso venire a bere un caffè? Certo. Mi dice che il percorso per uno che vuole fare il designer è più o meno sempre lo stesso: i primi cinque anni sei sotto zero. I secondi cinque anni sei in pareggio. Dopo dieci anni puoi definirti un designer.

Il segreto?
La perseveranza. All’inizio valgono passione e talento. Ma il segreto è la perseveranza. Insomma: non mollare mai.

Un consiglio a chi cerca di fare il designer?
Dipende dal tipo di lavoro che vuoi fare. C’è chi vive facendo rendering e chi crede soltanto nelle autoproduzioni. Io sono convinta che il design debba aiutare le persone grazie alla creazione di nuovi oggetti a costi bassi e prezzi accessibili che semplifichino la vita. O semplicemente divertano. In qualsiasi caso il mio consiglio è: fare una esperienza all’estero. E non per forza in uno studio figo di design. L’estero ti fa capire una cosa importante: in Italia il design è insegnato come quick-to-market. Serve fare qualcosa perché le aziende lo vendano. A Londra invece le aziende di design sono pochissime. Le aziende sono qui in Italia. Lì hai la possibilità di fare ricerca. E qui sta la differenza. Serve andare all’estero perché ti aiuta ad avere una visione non troppo vincolata ai bisogni del mercato ma ai bisogni delle persone.

Com’è tornare in Italia?
L’Italia è bellissima ma schiaccia i sogni.

Progetti per il futuro?
Spostarmi a Milano. Una città grande ti dà la giusta ispirazione grazie al miscuglio di persone, cose, incontri che puoi fare. Un periodo in California per un progetto. Realizzare prodotti per aziende di design e parallelamente continuare ad autoprodurmi.

Il tuo prodotto preferito tra quelli che hai creato?
La Dining Agenda perché da lì è partito tutto.

Un design e un designer promettente?
Il design polacco mi sembra molto promettente (un libro interessante: Discovering Women in Polish Design: interviews and Conversations scritto da Gian Luca Amadei). Un designer: Daniel Rybakken.

Il tuo pezzo di design preferito?
Sarà banale ma è MayDay di Konstantin Grcic per Flos. La trovo geniale.

Ultima domanda: cosa diresti ad un giovane designer che ci vuole provare?
Direi di non smettere mai di crederci e di essere sempre aperto al confronto. Sempre. Perché è nella forza della collettività che nascono le migliori idee e il migliore design.

Alessio Sartore

Intervista a cura di Alessio Sartore

Il suo sito è alessiosartore.com

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