CONTATTAMI

Mettiamoci in contatto!

Per contattare l'intervistato devi accedere a Uncò Mag


Oppure Iscriviti manuamente

Stefano D'Andrea

5 minuti 811 parole

Le idee girano. È la loro realizzazione che fa la differenza. Intervista a Stefano D’Andrea

Parole: 798 | Tempo di Lettura: 3 minuti

stefano d'andrea

Milanese classe ‘67 Stefano D’Andrea – stufo di passare il badge per lavorare nell’ufficio marketing dell’università IULM dove insegnava Sociologia della comunicazione – un giorno si è licenziato per ritrovarsi “senza rete”. Ha scritto Lamerikano (“Perché gli Stati Uniti hanno ancora qualcosa da sognare, e noi no”), scrive per l’e-zine Torno Giovedì, è autore dei programmi per Radio 24, è web editor per Yahoo! Italia, è ghostwriter per autobiografie di persone non illustri. Ma siccome gli avanzava del tempo, Stefano si è buttato in un nuovo progetto dal nome evocativo: Umani a Milano.

Come è nata l’idea del progetto?
Venivo dalla pubblicazione di un libro su New York, un atto d’amore verso quello che c’è oltreoceano ma senza commiserazione verso ciò che c’è qui, e mi sono imbattuto in Humans of New York. Ho pensato che replicarlo per Milano mi avrebbe aiutato a comprendere e forse a re-innamorarmi della mia città, uscendo dagli stereotipi che fregavano anche me.

Quali sono gli obiettivi?
Non ci sono obiettivi se non quello di condividere storie ma, come tutte le imprese sincere e appassionate, sarà Umani a Milano a indicarci come vuole crescere.

Potreste fare “Umani a” in un’altra città italiana?
Sono milanese e non avrebbe avuto senso per me occuparmi di un’altra città.

Chi sono gli umani che scegliete di fotografare? Ci sono personaggi o particolari che attraggono la vostra attenzione più degli altri?
Passeggiare in piazza Baiamonti non è come farlo a Unione Square, ma non ha importanza. Se fermi lo sguardo più di due secondi su una persona qualsiasi puoi trovare motivi di interesse, se hai lo sguardo curioso. Mi interessano le persone “normali ma non troppo”. Di certo evito chi si agghinda per farsi notare, le donne troppo belle, gli uomini troppo tatuati, e quelli che sembra ti dicano fotografami ne valgo la pena. Ma evito anche tutte le persone che mi sembrano troppo uniformi e normalizzate.

È difficile far parlare le persone e tirare fuori le storie?
Io racconto storie da sempre, l’immagine più la didascalia è solo un modo nuovo per farlo. Lamerikano era basato su miei scatti, dai quali discendeva un pezzo. Così ho cominciato anche per Umani a Milano, fotografando i miei amici e chiedendo loro qualcosa di piccolo ma privato. Non è estranea da Umani a Milano la mia ormai antica collaborazione con Matteo Caccia e il suo programma “Voi siete qui”, in onda su Radio 24. Matteo è un amico e un talento. Andando avanti e uscendo sui marciapiedi ho avuto bisogno di qualcuno che scattasse una foto senza sbagliare, in pochi secondi, magari in condizioni di luce precarie. Un paio di fotografi professionisti che hanno intercettato Umani a Milano fin dall’inizio mi hanno proposto di lavorare con me e io li ringrazio ancora, ma ho preferito chiedere aiuto ad Andrea Tilaro che si sta ancora costruendo un’arte ma è preciso, entusiasta e ha un occhio freddo e lucido. Il mio timore era che la personalità del fotografo stridesse con la mia e mi mettesse in secondo piano. Andrea è il mio sguardo. Noi lavoriamo così: io intercetto una persona che valuto interessante e le chiedo se possiamo fotografarla, parlandoci e spiegando il progetto. L’iniziale resistenza di solito diminuisce con la presentazione del biglietto da visita e la nostra faccia da bravi ragazzi. Poi dirigo Andrea su posa e sfondo, ma per il resto gli lascio autonomia. La gente è molto più disponibile di quanto pensassi.

“Umani”, non “Humans”: sbaglio o è una delle domande più ricorrenti di chi visita la vostra pagina Facebook?
Questo è un progetto che nasce da un’idea forte che arriva guarda caso dall’America, ma che si sviluppa attraverso il mio lavoro quotidiano in mezzo agli sconosciuti. Esistono varie pagine Humans of ma io ne vedevo i limiti legati all’emulazione. C’è una caratteristica che non amo di Human of New York : ci sono alcune domande ricorrenti (“Che suggerimento daresti a un gruppo di persone?” o “Qual è stato il momento più triste della tua vita?” ad esempio). Non mi piace che siano staccate dall’incontro e che rischino una deriva melodrammatica. Credo sia opportuno dare omaggio a Brandon Stanton, con il quale sono in contatto, e cerco di farlo settimanalmente condividendo una sua foto sulla mia pagina Facebook, ma Umani a Milano è un progetto indipendente. Ecco perché non ho timore che qualcuno rubi l’idea, perché non è rubabile. Le idee girano. È il “come si realizzano” che fa la differenza.

Ma qua la tua iniziativa ha un riscontro economico?
Certamente ma, essendo progetti in divenire, preferisco glissare. Al momento è in corso una sottoscrizione su Indiegogo, dove la gente supporta economicamente l’iniziativa.

Secondo voi, il fenomeno di “Humans of” si avvicina di più a Wikipedia o a Google Maps?
Bella domanda. Forse direi l’Antologia di Spoon River.

tumblr_mvqxklhyw71stnuq8o1_1280

Io sono di Milano, e se potessi me ne andrei subito. In qualsiasi posto. Magari in Spagna, o in Australia

Se non posso essere al mare, almeno mi comporto come se lo fossi.

_MG_3006copiaok

IMG_0666

Rossella Boriosi

Intervista a cura di Rossella Boriosi

Classe '66, vivo a Perugia con i miei tre figli, un criceto e - talvolta - il marito. Da due anni curo un blog - trefigli.style.it - dove parlo di maternità col disincanto derivante da una fisiologica sventatezza. Lo scorso novembre ho pubblicato Tre figli unici - sopravvivere a brufoli, tabelline e svezzamento in un colpo solo (ed. Futura)

Lascia un commento