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Stefano Gangli / SignDesign

4 minuti 731 parole

Fare impresa è un lavoro (creativo). Intervista a Stefano Gangli, SignDesign

parole 732 |tempo di lettura 3 minuti

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E lo è eccome, se Stefano coglie l’occasione di avviare la sua agenzia di comunicazione come supporto alla sua attività famigliare. Nel 1465, proprio nelle tipografie Benedettine di Subiaco dove lavorava il padre, nasce il primo libro stampato a caratteri mobili in Italia. Oggi, invece, Stefano si occupa di comunicazione integrata, indagando le nuove dinamiche dei digital media. Così ci spiega il suo percorso: “la comunicazione, in fondo, si basa su dinamiche sempre simili tra loro”.

Stefano, quale esigenza ha risolto Signdesign?
L’azienda famigliare di produzione stampa aveva tante richieste di progettazione da parte dei suoi clienti, che implicavano più e diverse competenze. Signdesign è nata proprio come una vera spin-off. Oggi è diventata un’agenzia di comunicazione integrata: advertising tradizionale, strategie 2.0 e nuovi media.

Quali sono le tue più grandi passioni?
Nutro una grande passione per il design: nel 2007 ho creato, su questa scia, un magazine “provocatorio”, vale a dire gratuito e di altissimo livello di contenuti e produzione: Livingroome in 30 numeri è diventato un riferimento per le aziende del design made in Italy. Poi ho molte altre passioni, che sono quelle che servono per farti avere le idee senza che tu nemmeno te ne accorga.

Quale insegnamento, più di tutti gli altri, vorresti che uno studente di comunicazione tenesse sempre bene a mente?
Il metodo di formazione migliore per chi vuole comunicare è andare in giro a vedere cosa fa la gente, come si muove, che cosa vuole. Non parlo necessariamente di girare il mondo: certe volte basta semplicemente uscire a cena. Per esempio, odio andare all’Ikea, troppo caos, ma quando vado ammetto che non faccio altro che origliare. Quante cose scopro! Bisogna sempre tenere ben in mente che, qualunque mezzo utilizzi, innovativo o tradizionale che sia, la comunicazione si basa su dinamiche sempre simili tra loro.

Quali copywriter del passato ti hanno ispirato maggiormente?
Tra copywriter e pubblicitari David Ogilvy mi ha aperto la mente, forse perché l’ho studiato quando ero ancora poco esperto, ma da lì non l’ho più abbandonato. Sulla mia scrivania c’è il suo “Confessioni di un pubblicitario”. Sopra a questo trovi invece “Tecnica per produrre idee” di James Webb Young. Due grandi maestri della pubblicità, pubblicitari di ieri forse, ma ancora attuali.

Quali pubblicità ti hanno colpito di più e per quale motivo?
Le pubblicità che mi colpiscono sono quelle che funzionano, non ne ho di preferite per un motivo particolare: ho talmente insistito con gli allievi e i clienti per far capire che non vale il “mi piace”, ma il “funziona” che non riesco mai a valutare secondo il mio gusto. Se funziona, mi piace. La possibilità che ho, da professionista, è che riesco a capire questo concetto anche se non sono nel target di un dato messaggio.

Come riassumeresti il messaggio del tuo libro in poche parole?
Troppe volte l’entusiasmo è mosso dalla necessità di voler a tutti i costi realizzare un’idea che si ha. Nulla di più promettente e positivo, ma bisogna avere la forza di fermare questo entusiasmo e vedersi da fuori. Da quella prospettiva cambia tutto. Dissociarsi, insomma, e mai essere il target della propria idea, per citare due frasi del libro. Da qui valutare e, semmai, partire con reali possibilità di successo.

Cosa ti ha spinto a scriverlo?
In quasi 15 anni di professione ho notato che troppi clienti erano convinti che quello che volevano fare fosse la cosa migliore per la propria azienda, soprattutto nell’ambito della comunicazione. Sostenevano che nessuno meglio di chi la gestisce poteva sapere cosa occorre comunicare al proprio target. Tanti di questi clienti li ho dovuti lasciare: non riuscivo a far capire che il competente in comunicazione è un professionista diverso da loro. In tante situazioni sono tornato più volte su questo punto: dopo un po’ non ce l’ho più fatta, ho dovuto scriverlo.

Cosa significa per te la parola “creatività”?
Parlo con competenza solo di quella creatività che riguarda la comunicazione, non so nulla di quella legata all’arte. So solo che sono due cose ben diverse. Si tratta di una capacità che si apprende attraverso lo studio, che permette di avere un pensiero laterale rispetto a quello comune. La creatività consente di vedere un po’ più in là e trovare chiavi non consuete per parlare di qualcosa. È quella componente che fa la differenza tra comunicazione e informazione.

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Valentina Canzi

Intervista a cura di Valentina Canzi

Laureata in Comunicazione, Media e Pubblicità. Aspirante copywriter e screenwriter. Vorrebbe viaggiare per il mondo insieme ai suoi numerosi gatti.

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