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Truly Design

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Ma voi sapete fare bodypainting? Certo che sì! Intervista ai ragazzi di Truly Design

parole: 1489 | tempo di lettura: 4 minuti

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Truly Design nasce come crew di graffiti nel 2003, dall’idea di 4 amici che fin dall’adolescenza condividono la passione per la street art. Marco, Mauro, Emiliano e Emanuele si sono conosciuti dipingendo per strada e sui treni. Dopo cinque anni di graffiti, e poco più che ventenni, decidono alla fine di buttarsi in una nuova avventura senza avere piena consapevolezza di quello che stavano facendo, almeno apparentemente… Il resto della storia ve lo raccontano loro.

Chi sono i ragazzi di Truly Design?
La nostra amicizia è nata dipingendo graffiti prima in strada e sui treni, poi su muri commissionati e per progetti commerciali. I graffiti sono riusciti a far germogliare il nostro team, già molto affiatato. Così, poco più che ventenni, abbiamo deciso di intraprendere studi nel campo dell’arte e del design, per poter approfondire una serie di capacità sviluppate fino a quel momento in maniera totalmente intuitiva e spontanea.

Quando avete deciso di aprire uno studio e soprattutto quando avete capito che poteva diventare un lavoro?
Dopo circa cinque anni di graffiti e avventure assieme, abbiamo avuto l’intuizione che il nostro hobby si potesse trasformare in un’attività commerciale. Fino ad allora i graffiti occupavano la quasi totalità del tempo libero, sia di giorno che di notte. In maniera quasi inconsapevole abbiamo affinato la nostra attitudine a lavorare su un progetto prima grafico e poi decorativo. Al termine dei nostri studi universitari, sono arrivate le prime commissioni commerciali ci siamo trovati davanti ad un bivio: inseguire il nostro sogno collettivo o dedicarci singolarmente a lavori sicuramente più comuni. Così, quasi per scherzo, è nato lo studio Truly Design. Inizialmente, e con una buona dose di incoscienza, dichiaravamo di occuparci di graffiti, pittura, illustrazione, fotografia e grafica. Alcuni di quei termini che comparivano sul nostro biglietto da visita non sapevamo nemmeno cosa fossero e solo le esperienze degli anni successivi ci aiutarono ad aggiustare il tiro. Alcune delle ingenuità dei primi tempi continuano a farci sorridere.

Quali sono state le difficoltà e i costi iniziali?
Le difficoltà iniziali furono molte. Le questioni su cui ci arrovellavamo erano anche le più banali, se vogliamo: dal cosa proponiamo a qual’è il nostro core business, sino a dove troviamo i clienti e in che modo si crea un tariffario. In realtà tutto era complicato dal fatto che stavamo letteralmente creando un lavoro ibrido che non aveva altri riferimenti di business, almeno in Italia, e nessuno aveva alcuna esperienza imprenditoriale. I costi iniziali non furono esorbitanti, anche se data la nostra età ci trovammo a dar fondo a tutte le risorse che avevamo accumulato negli anni precedenti con le nostre prime commissioni. Tutti il nostro budget andò a coprire le spese di una struttura e di attrezzature molto, molto modeste. Ma sapevamo accontentarci e per noi quello era già un sogno.

Di cosa vi occupate?
Truly Design si occupa di arte urbana, illustrazione e graphic design su progetti di alta qualità.
Da una parte lo studio propone una produzione compresa nell’ambito dell’arte: questo settore riunisce i nostri graffiti e le nostre opere, che produciamo slegati da ogni utilizzo e commissione commerciale. Dall’altra parte offriamo un servizio destinato ai privati ed alle imprese, partendo dalle pareti dipinte per interni o esterni, fino alla progettazione grafica ed artistica da applicare a prodotti (dalle autovetture alle tavole da snowboard, dalle copertine per album musicali alle campagne ADV)

Da cosa è composta la vostra strumentazione?
I nostri “tool” sono molto diversi rispetto alle categorie di servizi che offriamo. Da una parte c’è tutto quello che ci può aiutare nella progettazione: dalla matita e i fogli al Mac con tutta la suite di Adobe (Photoshop, Illustrator ed Indesign soprattutto). Dall’altra parte c’è tutto il nostro magazzino per la produzione di opere e graffiti, che comprende qualsiasi tipo di colore, gli spray, stencil, pennelli e rulli.

Come avete imparato a usarla?
Diciamo che, arrivando tutti da percorsi di studio diversi, la nostra formazione è un mix di input trasversali: alcune cose le abbiamo imparate a scuola, altre dai nostri compagni di crew, con altre ancora abbiamo avuto un approccio più empirico, provando e riprovando fino a raggiungere un risultato molto personale.

Tenete anche corsi accademici e organizzate workshop e attività di team building, in collaborazione con imprese ed istituti. Quando sono nate queste attività collaterali e come sono strutturate?
Abbiamo sperimentato l’attività didattica sin dai nostri albori, iniziando ad insegnare le tecniche legate al writing. Successivamente abbiamo creato dei format sempre più personali ed adatti ai vari istituti che ci interpellavano, sia per conferenze estemporanee che per corsi continuativi. Abbiamo avuto la fortuna di lavorare per tutte le istituzioni che abbiamo frequentato in passato come studenti: Istituto Europeo di Design, il Politecnico e l’Accademia di Belle Arti di Torino. Per queste istituzioni abbiamo tenuto workshop, corsi e conferenze che, partendo dalla tematica centrale dei Graffiti e della Street Art, si spostavano sulle influenze che questi stili potevano avere sull’illustrazione, sulla grafica e sulla pittura.
Parallelamente la nostra attività didattica si è espressa anche per vie più inusuali: dalle attività di team building per le aziende fino all’insegnamento di materie più classiche rispetto al nostro stile (Mauro ad esempio è docente di Photoshop presso lo IED di Torino). Crediamo molto nell’importanza della didattica che oltre ad appassionarci ci arricchisce per lo scambio di idee che ci permette di intrattenere con le giovani generazioni.

Qual è la differenza principale tra l’arte di strada, spontanea, e quella invece che scaturisce da opere e lavori commissionati?
Amiamo lavorare per metà del nostro tempo sulla produzione di Arte “pura” e per l’altra metà sui progetti commerciali che ci vengono commissionati. Siamo molto fortunati perchè sentiamo che l’Arte “pura” e i progetti che ci vengono commissionati si influenzano e si arricchiscono vicendevolmente. Spesso i progetti su commissione ci mettono in contatto con problematiche, materiali e tempi inattesi, aggiungendo qualcosa al nostro bagaglio tecnico o creativo.

A proposito di Street Art, vorrei soffermarmi un attimo anche sui vostri “Anamorfismi”. In particolare mi hanno colpito molto Global Warning e Medusa. Qual è il messaggio di questi due lavori e cosa rappresentano per voi gli anamorfismi?
Gli anamorfismi sono un lavoro piuttosto complicato. Il fatto che siano illusioni ottiche ci spinge a cercare sempre un concept per l’anamorfosi, e non semplicemente a disegnare qualcosa in maniera prospetticamente bizzarra. La Medusa, ad esempio, ti “pietrifica” se osservata dall’unico giusto punto di vista, mentre in “Global Warming” si può vedere un orso dipinto in un ex zoo dove una volta ce n’era uno vero, per poi arrivare al messaggio dei ghiacci che si sciolgono.

Come scegliete le location, come si fa a realizzare un’opera del genere e quanto tempo ci vuole?
La location viene scelta principalmente per le sue caratteristiche architettoniche: più superfici ci sono, più intricato e interessante viene il gioco prospettico. In seconda istanza, in base alla location decidiamo il soggetto e il suo ingombro e, infine, procediamo alla realizzazione, di sicuro la parte più complessa. Per realizzare un dipinto come la Medusa, oltre alla fase progettuale, ci vogliono almeno 4 o 5 giorni.

Da drughi adolescenti, crew di graffiti, a designers professionisti. Un ricordo che vi portate dietro di quegli anni?
La condivisione di nottate a camminare lungo i binari della ferrovia, viaggi della speranza con la macchina stracarica di spray, asciugamani e costumi da bagno per andare alle jam, le nottate a preparare le bozze per la murata del fine settimana, i fiumi di birra bevuti ai giardinetti dove ci si trovava prima di andare a dipingere. Tutto questo ci ha insegnato a guardarci le spalle l’uno con l’altro, ad affrontare situazioni tese divertendoci, ad essere un team spietato.

E la cosa più importante che avete imparato dalla vostra esperienza lavorativa?
Dal lavoro abbiamo imparato che molti lavori sono l’occasione per imparare a fare qualcosa, e che confrontarci con esperienze nuove ci dà sempre la possibilità di apprendere cose nuove. Come quella volta che ci hanno chiesto “Ma voi sapete fare bodypainting?”, e noi “Certo!”, e poi passai un fine settimana di metà febbraio ad aerografare amiche in costume infreddolitissime.

Che consiglio dareste a altri giovani come voi che vorrebbero trasformare la propria passione in lavoro?
Anzitutto non scoraggiarsi. All’inizio trovare lavoro può essere difficile un po’ in tutti campi, e può capitare di fare qualche anno di gavetta, ma l’importante è continuare a coltivare la propria passione nel tempo libero, nei fine settimana, la notte, se necessario.
E poi, una volta trovata la propria squadra, di non essere pretenziosi: fare per lavoro qualcosa che si ama è una fortuna che poche persone che conosciamo hanno. Prima di pretendere che qualcosa ci sia dovuto, o di lamentarci di qualcosa – dai modesti guadagni alla concorrenza selvaggia – pensiamoci due volte.

Progetti per il futuro?
Stiamo lavorando parecchio per stabilire più rapporti con l’estero, dal momento che ci piace un sacco viaggiare!

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(La prima foto è di Livio Ninni)

Isabella Sacchetti

Intervista a cura di Isabella Sacchetti

Chief editor. Ascolta (tanto), parla (tantissimo), legge, traduce. I suoi amici non vogliono mai accompagnarla da nessuna parte perché conosce troppe persone. Lei dice sempre che prima o poi si fermerà, ma ormai non le crede più nessuno, soprattutto ora che va intervistando gente in giro.

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