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34. Progetto Quid

4 minuti 647 parole

Parte da un’idea di molletta e arriva ad una grande azienda che li supporta con un budget adeguato. Intervista a Umberto Brambilla del Progetto Quid

Sapete quando si dice: Quel tipo ha un quid in più? Ha quel qualcosa in più, quel certo-non-so-che? I ragazzi che vi sto per presentare, di sicuro, si adattano benissimo all’immagine. Sono cinque, giovani, e hanno infilato un’idea in una T-shirt, in un progetto vero, c’hanno creduto e ora il sogno sta diventando un po’ realtà. Sono Anna Fiscale (management e relazioni col partner, nonché ideatrice del progetto), Ludovico Mantoan (management e aspetti finanziari), Lucia Dal Negro (management e comunicazione), Elisabetta Stizzoli (creativo/esperto di moda) e Umberto Brambilla (creativo/esperto di moda).

La prima volta che ho sentito parlare di questo progetto è stata un anno fa, durante una cena, una di quelle tante cose che si dicono tra un bicchiere e l’altro. Sai, mi ha detto una mia amica, il mio ragazzo vorrebbe creare una linea di T-shirt con materiali di recupero.
Il suddetto ragazzo è lo stesso che regalava, e regala ancora alla mia amica, disegni e oggetti sognanti creati con le sue mani. Si chiama Umberto Brambilla e lo sto per intervistare.

Umberto, come contestualizzi la nascita del vostro progetto?
Il progetto è nato a Luglio, dalla fusione di professionalità diverse. L’idea era quella di recuperare capi di fine serie o lievemente difettati e riproporli sul mercato in modo creativo.

Così sembra semplice, ma trasformare quest’intuizione in qualcosa di concreto non deve essere stato facile. Mi racconti un po’ com’è andata?
È stata Anna ad occuparsi di creare una rete di contatti abbastanza solida da poterci permettere di “spiccare il volo”, diciamo così. È riuscita a entrare in contatto col presidente di un noto marchio di azienda moda nel veronese. Il nostro progetto è piaciuto, e ci hanno stanziato un budget per iniziare. Così da un giorno all’altro, una cosa che avevamo preso come un gioco è diventata seria. Mi sono sempre divertito a giocare con le cose che avevo in testa, a tradurle in immagini, e ora tutto questo potrebbe diventare un impegno a tempo pieno.

Il vostro marchio, il disegno stilizzato di una molletta, rispecchia perfettamente la vostra estetica.
Il disegno della molletta è uno dei miei, ci piaceva il senso, l’idea che la molletta unisce, è un oggetto comune, è uno di quegli oggetti che non calcoli ma che è molto utile, certe volte indispensabile. È poi è “democratica”, usiamo pure quest’espressione che va di moda.
Io mi occupo dell’ideazione dei modelli da uomo, Elisabetta della linea femminile. Tutti gli inserti sono prodotti con i materiali che ci fornisce la nostra azienda finanziatrice. Sono magliette casual e versatili, e uniche. Non ce n’è una che sia uguale all’altra. L’unicità è un bel concetto, soprattutto parlando di moda, è quasi un lusso.

Qual è lo scopo del vostro progetto?
A questo punto esce fuori la parola fatidica: obiettivo. Perché qualsiasi progetto che si rispetti deve prefiggersi questo, di raggiungere un obiettivo. Altrimenti non c’è progetto che tenga. Lo scopo potrebbe essere meramente lucrativo, non ci sarebbe nulla di male, ma io ho voluto parlare di questi ragazzi proprio perché il loro obiettivo, in fondo, è fortemente sociale. Mi spiego. Le magliette non le produciamo noi. Questa parte è affidata al lavoro di tre cooperative: Cooperativa Vita, Santa Maddalena di Canossa e Comunità dei Giovani, tre realtà che danno una (nuova) speranza di inserimento professionale a ex tossicodipendenti, ragazze madri e persone disagiate.

Come sta andando?
L’inizio pare promettente. Nel corso dello Startup Weekend Verona abbiamo presentato il Progetto Quid durante una lezione alla facoltà di Economia. Abbiamo avuto un po’ di uscite locali su L’Arena, Telenuovo e TeleArena, e i Sohonora ci faranno da testimonial. Cerchiamo di comunicare in modo nuovo slegandoci dalle solite logiche promozionali delle pubblicità progresso. Abbiamo pensato ad un video virale affidandoci ad Amplificatore Culturale. Insomma siamo elettrizzati e fiduciosi. Ma più di tutto, teniamo duro perché ci crediamo.

Leda Ventoruzzo

Intervista a cura di Leda Ventoruzzo

Cerca di mettere insieme il suo romanzo mentre cova la segreta (e vana) speranza di convertire al seitan il suo ragazzo carnivoro

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